Racconti: un’italiana all’estero

«L’itanglese non lo usano per facilitare la comunicazione. Lo fanno o per vanità o per ignoranza, credendo di doversi adeguare. Questa è la differenza tra come usano l’inglese come seconda lingua altri Paesi e come viene usato in Italia». AUTORE: Lambie Barbara Matarrese


Il mio trasloco a Londra, nel 1973, era stato motivato da un forte desiderio di scoprire la Gran Bretagna e poter imparare una lingua che trovavo affascinante.
Andare a Londra a quei tempi non era affatto di moda. Chi andava lo faceva per motivi di necessità, di lavoro o per famiglia. Io invece andavo per scoprire. Non ero soddisfatta degli studi che stavo facendo in Italia, quindo lasciai scuola e tutto prima degli esami di maturità e me ne andai.
Dapprincipio pensando di stare sei mesi, ma una volta arrivata sapevo che non sarei tornata presto in Italia. E infatti non sono mai tornata.

Non avevo nostalgia. L’Italia era sempre lì e visitarla è sempre rimasto d’obbligo per l’arte, la bellezza, la lingua, e per la sua energia ed esperienze diverse. Per me nulla era pianificato, scoprivo le cose un po’ alla volta circa la decisione se rimanere o tornare. Dapprima ho abitato nel Surrey ma poi Londra è stata una scoperta enorme e me la sono vissuta pienamente per vent’anni. Successivamente mi sono spostata negli Stati Uniti e da dodici anni sono nuovamente a Londra.

A quei tempi non mi ponevo domande particolari sulle lingue. Non ero e non sono una linguista. Sono un’artista e vivevo entrambi le lingue come due espressioni diverse, molto diverse, ugualmente attraenti. Con l’Italiano potevo esprimere le cose in un modo, con l’inglese in un altro.

Eppure, la prima parola che ho sentito parecchi anni fa in Italia, e che mi colpì subito fu ‘location’, semplicemente perché era utilizzata in modo scorretto. Ad un certo punto ho incominciato a leggere giornali italiani online più regolarmente e, intorno al 2018, ho iniziato a vedere sempre più spesso termini inglesi inseriti nei testi. Più tardi ho notato che incominciavano ad aumentare e il fatto mi incuriosiva e infastidiva perché troppo spesso erano fuori luogo, scorretti o addirittura con un significato tutto ‘italiano’.

Ma è stato il 2020, l’anno della pandemia, senza ombra di dubbio, che ha scatenato un inferno per quanto riguarda l’uso sconsiderato di termini inglesi o pseudo-inglesi. E da lì ad oggi sembrano aumentare esponenzialmente.

Eppure, io vengo da Venezia e sono sempre stata abituata a vedere insegne in inglese sin da bambina, quindi anche quando notavo all’inizio giornali che usavano qualche termine in più in inglese, a dir la verità non la percepivo come un’intrusione. Ma questo solo all’inizio. Poi  mi sono velocemente resa conto che il fenomeno si stava allargando.
Durante la pandemia, sono andata a Venezia e raccontavo ad alcuni amici di come avevo notato termini strani come smart-working, lockdown e altri, e di come venivano usati a caso e spesso senza senso. E proprio allora scoprivo che queste mie conoscenze, proprio loro, avevano assimilato passivamente termini tipo step, top, location ecc. Sono rimasta molto colpita dal fatto. Soprattutto perché queste persone non parlano affatto inglese. È passato più di un anno da quel viaggio e il fenomeno è aumentato a dismisura e quindi oggi, alla fine del 2021, trovo questo fenomeno una minaccia per la lingua italiana.

Mi infastidisce tantissimo vedere come tante persone che hanno influenza sugli altri, i giornali, gli uffici ed enti pubblici, insistano sempre di più a mescolare le due lingue. In effetti a me sapere che l’Italia è un paese dove si parlano due o più lingue straniere va benissimo, se così fosse!! Invece cosí non è. Quello che i giornali producono è un miscuglio orrendo e spesso, molto spesso, non capisco il significato di quello che scrivono, anche se parlo inglese.

La domanda è: perché lo fanno?
L’italiano è propenso a darsi arie. Questa è una generalizzazione molto azzardata, lo so. Spinti da un senso di inferiorità rispetto ad altre nazioni forse, e accompagnati da un’immaginaria intesa o amicizia verso gli americani, sembra che gli italiani cerchino sempre di farsi valere e di imitare coloro che sembrano possedere qualità invidiabili. In un certo senso non si vergognano di sbagliare nelle cose, si buttano. D’altro canto, per altre cose, quelle nate in Italia, hanno cura del dettaglio, della qualità, dell’eccellenza. Ne sono fieri. Godono di lunghe tradizioni e hanno acquisito ed ereditato abilità invidiabili.
Ma per le cose ‘foreste’, le cose che non conoscono, gli italiani sono dei grandi imitatori. Vogliono fare come fanno gli altri, per non essere a meno. Aggiungo che le nuove generazioni quasi nate online, in una cultura globale paurosamente superficiale, sono più propense a divulgare il fritto misto linguistico. E questo – che piaccia o no – fa sempre parte della categoria gergo che ogni generazione ha adottato e successivamente abbandonato. Ma, con internet, la tendenza a credere a qualsiasi cosa, a copiare, ad imitare, a contagiarsi a vicenda di abitudini, una parola oggi, una domani, il giornale copia, un altro giornale ovviamente fa a gara, le parole entrano in TV, entrano negli uffici, nelle aziende, in attività di ogni genere. È una gara a tenersi al corrente e seguire le tendenze senza farsi tante domande. E così si dilaga un virus linguistico che dobbiamo tamponare…con un daily tampon!!!

Io oggi vivo sia a Londra che in Arizona e una cosa del genere lì sarebbe impensabile. La gente in Arizona, per esempio, non soffre di vanità in quel senso. Non capiscono il concetto del fare ‘bella figura’. Non c’è necessità di fare quello che stanno facendo in Italia. Sia qui che nel Regno Unito sono molto più pratici e quindi, se dovessero utilizzare un termine straniero per cose ufficiali, lo farebbero solamente per un’autentica praticità.

In Italia le persone possono perfettamente comunicare tra di loro in italiano, non hanno bisogno di un’altra lingua per poterlo fare. L’itanglese non lo usano per facilitare la comunicazione. Lo fanno o per vanità o per ignoranza, credendo di doversi adeguare. Questa è la differenza tra come usano l’inglese come seconda lingua altri Paesi e come viene usato in Italia. E questo porta alla distruzione della lingua, perché il rischio è che le nuove generazioni finiscano per non parlare bene né una lingua né l’altra. Se qualcosa può cambiare, sarà attraverso nuove posizioni prese dai giornali, mezzi di comunicazioni di tutti i tipi e, ovviamente, dal governo. Le pecore non seguiranno più. Ma perché questo avvenga, serve una forte campagna di sensibilizzazione. Tantissime persone sono ignare del fatto che stanno contribuendo passivamente a questo sfortunato fenomeno. Basta farglielo notare. Con gentilezza. Con ironia. Con approcci adatti alla propria personalità. Ma si deve fare.

Un comentario en “Racconti: un’italiana all’estero

  1. Molto ben scritto. Complimenti! Concordo pienamente sul fatto che occorre una seria campagna di sensibilizzazione. Dovrebbero essere coinvolti personaggi pubblici in grande auge, soprattutto tra i giovani e giovani adulti. L’arma migliore, credo, potrebbe essere il sarcasmo. Ci vuole uno/a che faccia pensare a chi l’ascolta: «parlare in quel modo è da sfigati». In questo momento, con sprezzo del pericolo, oso indicare uno come Zerocalcare: il suo contributo potrebbe essere molto efficace.

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