La Repubblica dell’itanglese

Solamente un povero di spirito potrebbe dire che quello in atto sia «uno scambio linguistico»: ecco i risultati del primo mese completo della nostra analisi comparativa.


Siamo giunti alla fine delle prime quattro settimane della nostra analisi comparativa tra anglicismi e pseudoanglicismi sulle prime pagine delle edizioni digitali di quattro quotidiani europei (La Repubblica, Le Monde, El Mundo e Welt) e forestierismi sul Guardian britannico (vedi qui). I risultati sono stati molto peggiori delle aspettative più pessimiste. Il totale cumulativo, durante quattro settimane, e senza contare determinate ripetizioni e anglicismi completamente acquisiti quali bar, podcast e sport, è il seguente:

La Repubblica = 2528
Welt = 1122
El Mundo = 393
Le Monde = 191
The Guardian = 25 (di cui 7 italianismi)


Se non avessimo notato il numero sorprendente di linguisti, sociolinguisti, terminologi e filologi italiani colpiti da diniego cronico e dissonanza cognitiva grave, diremmo che non ci sarebbe bisogno di ulteriori commenti. Del resto basta farsi una passeggiata in Italia. Basta guardare la televisione, le pubblicità, o le news. O visitare un’ agenzia interinale. O magari, andare all’università, al mall, o al waterfront della tua città; spedire qualcosa con il delivery express di Poste italiane; farsi dare il buongiorno dal train manager su Trenitalia; guardare gli highlights di un match di calcio; leggere un articolo sul body shaming delle influencer che fa tanto cringe; prenotare l’hairstylist; partecipare a un talk sulle prospettive del recovery dopo il lockdown; parlare degli abs con il personal trainer, ecc.

E invece non basta. Per cui, ricordiamo che gli anglicismi e pseudoanglicismi di Repubblica riguardano tutti gli ambiti, nessuno escluso. Notiamo che sempre di più si intravedono unità linguistiche che vanno oltre le singole parole in inglese (vedi il paragrafo successivo). Osserviamo che molti termini in italiano, che si tratti di parole singole o di interi concetti, appaiono sempre più in disuso, per esempio verde, modulo, garzone, tecnologia, approfondimento, montaggio, ovazione o applausi a scena aperta, commerciante, il Premio tale, la Settimana di [evento], o la Giornata di [evento]. Rileviamo che i quotidiani italiani non sono gli unici in Europa, ma che sguazzano in (pseudo)anglicismi in maniera esponenzialmente superiore agli altri Paesi. Se consideriamo il computo globale durante le quattro settimane, la Repubblica ne totalizza quasi il doppio di tutti gli altri messi insieme, più del doppio dei loro colleghi tedeschi di Welt (che stanno comunque messi male, ne parleremo in dettaglio tra qualche giorno), 6.5 volte in più degli spagnoli de El Mundo, e oltre 13 volte in più di Le Monde in Francia.

Per la quarta settimana consecutiva, La Repubblica vince e lo fa alla grande, totalizzando 597 tra parole, frasi e termini che farebbero invidia a qualsiasi colonia o ex-colonia di Elisabetta Windsor (i quali, in verità, nel caso dei numerosi pseudoanglicismi, si farebbero delle grosse risate). E dunque vai con l’onanismo delle valanghe di no-vax, super green pass, cluster, hub, boom, pressing, body positivity, Italian Tech, longform, Italian Teacher Award, beauty, boom, millennial, contest, plug-in hybrid, delivery, newsletter, smart working, green&blue, make-up artist, hairstyle, coffee table book, retailer, form, rating, recovery, green dreams, startupper, Merry Christmas, family office, covid watch, hi tech, Europe talks, form, 15 minute city, legally blog, last second, low cost e chi più ne ha più ne metta. In tutti i settori, per buona pace della precisissima terminologa Corbolante.


C’è poi da parlare del confronto con i forestierimi e italianismi presenti su The Guardian. Quando certi linguisti dormiglioni liquidano il fenomeno della crescita esponenziale di termini inglesi e pseudoinglesi con frasi precotte nello stile di «e allora gli inglesi che devono dire con tutte le parole italiane che hanno«, viene da domandarsi cosa passa per la mente di certe persone. Magari la settimana di vacanza a Londra fissandosi selettivamente sulle parole in italiano nei ristoranti e bar di Soho, o memorie di qualche CD di musica classica o lirica con parole come adagio, orchestra, piano concerto, lento e l’istesso tempo. Dunque, il cervello provinciale ne evince che il mondo anglosassone in generale è permeato di lingua italiana.
Poi ci sono quelli che, sebbene assolutamente non colpevoli di ignoranza, si consolano con il fatto che gli italianismi del vocabolario inglese sono «Non solo maccheroni, mafia e mamma mia!«, che 500, 600 o 700 anni fa l’Inghilterra importava italianismi e che, ergo, la valanga di pseudoanglismi odierni fa parte di una bilancia culturalmente e linguisticamente positiva e salutare. Che sarebbe come se la popolazione irachena, devastata in tutti i sensi dai recenti anni di guerra e bombardamenti, si consolasse oggi dandosi pacche sulla spalla perché «sai, una volta la Mesopotamia era il cuore pulsante del pianeta».

È impossibile negare che un quotidiano di grande tiratura rispecchia – e dunque anche linguisticamente – le dinamiche sociali, economiche, politiche, e culturali di un Paese, le mode e le tendenze, i costumi e le preoccupazioni, le ossessioni e le antipatie. Magari, dipendendo dagli orientamenti editoriali, questi fattori possono essere aggravati o ridotti. Eppure se – in un mese – la prima pagina del Guardian ha totalizzato 7 italianismi (mafia, camorra, ricotta, radicchio, diva più la parola sanità utilizzata due volte) contro i 2528 anglicismi de la Repubblica (cioè lo 0,27%), allora è sufficientemente chiaro quanto sia nulla oggi l’influenza della lingua italiana in Gran Bretagna, mentre in Italia l’inglese ha ormai raggiunto livelli di penetrazione totale del tessuto culturale. Poi, d’accordo che uno si vergogni ad ammetterlo, però solamente un povero di spirito potrebbe dire che quello in atto sia un salutare «scambio linguistico», «che la globalizzazione» e «che anche gli inglesi dicono tiramisù e pepperoni con la doppia ‘p‘».

E se a qualcuno venisse in mente di dire che «non è vero che le persone parlano come i giornali», quel qualcuno dovrebbe però spiegare perché quelli italiani debbano farlo con 2528 anglicismi in un mese, mentre quelli spagnoli riescono a funzionare con una frazione degli stessi. E comunque sarebbe davvero di un’assurdità inaudita pensare che la correlazione tra linguaggio usato fuori dalle redazioni e linguaggio dei giornali sia inesistente e, in particolare, che lo sia esclusivamente nel caso dell’Italia.

E se invece qualcun’altro dicesse che la nostra analisi rifletta il fatto che gli anglicismi siano un fenomeno inevitabile dovuto alle nuove tecnologie e invenzioni di provenienza a stelle e strisce, di nuovo, perché non lo è nella stessa misura nei quotidiani tedeschi, francesi e spagnoli?

E se magari, finiti gli alibi, ci si voglia illudere che la colpa sia solo degli angloinvasati de la Repubblica e che, per pura coincidenza, Le Monde, Welt, El Mundo, e The Guardian siano testate poco (o molto meno) inclini a usare forestierismi, non c’è di che preoccuparsi: la fase due del nostro studio, durante le prossime settimane, sarà centrata su La Stampa, Le Figaro, Süddeutsche Zeitung, El País e The Times.

L’ultima considerazione è la seguente: se cifre del genere fossero state osservate in qualsiasi altro campo, dalla produzione delle mozzarelle al prosecco, dai risultati della nazionale di calcio ai numeri di turisti in Italia, o lo stato dei beni culturali, ne sentiremmo parlare ogni giorno. Invece la lingua italiana, in Italia, resta una nota marginale.

Sull’UE e il multilinguismo

Comunicato stampa di GEM+, associazione in favore di una governanza europea multilingue*.

Immagine: esempio di evento intriso di itanglese in Italia, Dicembre 2021

A seguito della Brexit, l’UE è ormai composta da circa 450 milioni di cittadini che vivono in 27 Stati membri e dispone tuttora di 24 lingue ufficiali. Eppure, per una serie di ragioni – compresa la logica finanziaria della riduzione dei costi come anche per convenienza – i leader e gli alti funzionari delle istituzioni dell’UE con sede a Bruxelles lavorano in una lingua, l’inglese, o in due lingue, in inglese e – ancora occasionalmente – in francese. Allo stesso modo, la loro presentazione visiva al pubblico europeo appare solo in inglese o in inglese e francese. Eppure l’inglese è attualmente la lingua madre di solo l’1,5% dei cittadini dell’UE.
Le gravi conseguenze politiche di questa anglicizzazione, a livello locale, europeo e internazionale, sono sconosciute o sottovalutate. Localmente, se prendiamo l’esempio della Regione di Bruxelles Capitale, il francese è un prezioso cemento di coesione sociale e culturale tra i diversi distretti e comuni della Regione, tra popolazioni di diverse origini sociali ed etniche. Tuttavia, la progressiva anglicizzazione della regione di Bruxelles sta minando questa coesione. Il suo corollario, la progressiva cancellazione del francese dalla comunicazione pubblica e dai grandi eventi culturali, contribuisce a una frattura artificiale tra le élite e i quartieri popolari, escludendo questi ultimi dagli eventi culturali, ricreativi e sportivi che vengono sistematicamente promossi in inglese. Nell’Unione Europea, l’anglicizzazione delle istituzioni porta i funzionari dell’UE ad avvicinarsi involontariamente, dal punto di vista intellettuale e culturale, al mondo degli affari internazionali e delle potenze straniere anglofone, a scapito degli interessi degli Stati membri e dei cittadini dell’UE, contribuisce all’anglicizzazione delle università europee, emarginando, come per esempio in Italia, le lingue ufficiali nazionali, e mina l’identità dei cittadini europei che non conoscono l’inglese o non lo padroneggiano bene e che, di conseguenza, sentono che la loro cittadinanza europea è diventata illegittima. A livello internazionale, l’anglicizzazione delle istituzioni europee contribuisce a dare dell’UE l’immagine di uno spazio politico vassallo di potenze straniere e diluisce il progetto europeo nella globalizzazione.

È urgente, in un momento in cui i presidenti Macron e Draghi evocano entrambi la necessità di affermare la sovranità europea e in cui il nuovo governo tedesco auspica il passaggio a una federazione europea, avvicinare i funzionari e i dirigenti europei ai propri cittadini, facendoli lavorare quanto più possibile nelle lingue di questi ultimi e imparando le lingue dei loro vicini. Al fine di ottenere un multilinguismo efficace, gli studi statistici mostrano che, come primo passo, una delle soluzioni alla Commissione europea sarebbe che tutti i funzionari padroneggiassero almeno due delle tre lingue di procedura tra il francese, il tedesco e l’inglese come lingue straniere. In una seconda fase, se tutti i funzionari padroneggiano almeno tre delle suddette lingue come lingue straniere, con l’aggiunta dell’italiano, spagnolo ed eventualmente (a lungo termine) del polacco, la Commissione potrebbe lavorare efficacemente anche in cinque o in addirittura sei lingue.

GEM+ chiede che durante la presidenza francese dell’UE – che dovrebbe anche prendere in considerazione le raccomandazioni del rapporto Lequesne – così come nel contesto della Conferenza per il futuro dell’Europa, i dirigenti europei prendano in considerazione le sfide politiche risultanti dall’anglicizzazione dell’UE e programmino concretamente l’attuazione di un multilinguismo equilibrato in tutte le istituzioni dell’UE, tenendo conto delle lingue madri più e meglio parlate nell’UE. In un futuro breve, si possono intraprendere azioni senza costi a sostegno del principio del multilinguismo come stabilito dai trattati. Si consideri, per esempio, la visualizzazione dei cartelloni delle istituzioni dell’UE, trasmesse dai media in tutti gli Stati membri, che appaiono solo in inglese o in inglese e francese. Non costerebbe molto rendere questi cartelloni di nuovo multilingue, come lo erano fino a una data recente. Il multilinguismo può avere un costo finanziario e organizzativo significativo, ma il costo politico del monolinguismo può rivelarsi fatale per il progetto di una Europa unita.

GEM+ (per una Governanza Europea Multilingue), i cui membri provengono da diversi stati membri dell’Unione Europea (UE), mira a promuovere il multilinguismo nelle istituzioni dell’UE e nelle sue cerchia. L’associazione si oppone quindi a qualsiasi forma di egemonia unilinguistica.

Volantino informativo in una famosa catena spagnola di vestiti, Dicembre 2021

Dissonanza cognitiva

«Se un cinquantenne italiano fatica a ricordare le parole usate fino all’anno 2000, figuriamoci cosa direbbe un quindicenne?«. In risposta alla terminologa Licia Corbolante. AUTORE: Peter Doubt

Uno dei tantissimi limiti delle reti sociali (i «social«), e Twitter in particolare, è il fatto che concetti complessi ed importanti vengano ridotti a scambi di battute in stile «ping pong» condensate in un massimo di 280 caratteri. Facilissimo, se ci si limita a citazioni tronche o a negare l’evidenza. Un po’ più complicato quando c’è da parlare di fatti, analisi e osservazioni empiriche.
Rispondo qui, dunque, ad alcune frasi pubblicate su Twitter dalla terminologa Licia Corbolante, autrice del blog Terminologia, che ringrazio sentitamente per gli spunti involontariamente offerti.

Partiamo dall’inizio. Questo sito sta conducendo un’analisi comparativa degli anglicismi puri contenuti nelle prime pagine di: la Repubblica (Italia), Le Monde (Francia), El Mundo (Spagna) e Welt (Germania) oltre ai forestierimi e italianismi puri in The Guardian (Regno Unito).
In questo momento la ricerca si trova nel pieno della quarta settimana, ed è un fatto statistico che la Repubblica vinca ogni giorno (con differenza, cioè stile massacro alla Manchester United-Roma, se perdonate l’analogia calcistica) per volume di anglicismi puri presenti. Fin’ora abbiamo registrato un rango che va da un minimo di 69 a un massimo di 133 ANGLICISMI PURI AL GIORNO – solamente sulla prima pagina di la Repubblica. I dettagli e le note sulla metodologia si trovano qui.

Ieri abbiamo condiviso su Twitter questa raccolta o collage di alcuni (enfasi sulla parola alcuni) degli anglicismi puri presenti sulla prima pagina di la Repubblica di ieri (21/12/2021), dove in totale ne figuravano 90 – novanta. Novanta in un giorno e solo sulla prima pagina, signori e signore.


La nostra pubblicazione su Twitter parlava anche, con tanto affetto, dei «linguisti dormiglioni», ovvero gli ottimi linguisti (o cosiddetti amanti della lingua italiana) che, quando vogliono loro, notano sottigliezze di una pedanteria che la metà basta, ma che sono di una superficialità disarmante – per non dire ciechi – di fronte uno dei fenomeni più giganteschi ed anche affascinanti, linguisticamente parlando, da molti secoli a questa parte. Parliamo cioè della rapidissima evoluzione/involuzione/creolizzazione/ meticciazione/arricchimento/indebolimento (chiamatelo come volete, secondo i vostri punti di vista) della lingua italiana, i cui anglicismi (molti dei quali pseudo tali) traboccano sempre di più in telegiornali, riviste, quotidiani, pubblicità, agenzie interinali, università, scuole, conferenze, iniziative, proteste, reti sociali, negozi, cartelli, alle Poste, su Trenitalia, all’INPS, in parlamento, nelle leggi e atti del governo e dei partiti. Ci sono ormai interi quartieri battezzati in inglese (vedasi Milano con North Loreto e UpTown), linee della metropolitana, addirittura i bidoni della spazzatura. Però, per loro, è tutto un «vabbè», un «ma allora?», minimizzando e distorcendo, tra un benaltrismo e un «non-è-proprismo» (per usare un termine coniato da Antonio Zoppetti), in cui il dito lo vedono sempre – però sempre – ma la luna resta inspiegabilmente e permanentemente invisibile.

E torniamo, dunque, a Licia Corbolante. Che nel «dormitorio linguistico» a cui abbiamo accennato è in buona compagnia, su questo non ci sono dubbi, ma che sonnecchia anche quando l’evidenza la guarda in faccia con le luci giganti al neon con la parola EVIDENZA che lampeggia nello stile di Elvis Presley a Las Vegas.

Di fronte all’immagine con la raccolta di alcuni (pseudo)anglicismi de la Repubblica di cui sopra, la meticolosa Corbolante non trova di meglio che scrivere:



Convincere persone come Licia Corbolante che la piega presa dall’italiano non sia la migliore possibile ricorda un po’ le conversazioni con quei terrapiattisti che, quando si parla dei Covid19, di fronte a qualsiasi evidenza, negano e tergiversano. Insomma, non c’è niente da fare. Però noi ci proviamo comunque:

1- Come funziona la logica di Corbolante? Cioè gli anglicismi non contano se sono ormai «in uso da tempo» nella lingua italiana, però anche se non lo sono, perché lei dice che «è molto improbabile che entrino mai nel lessico comune«. Quindi, se «in uso da tempo» non contano, e se «non in uso da tempo» (o «occasionalismi«, come li chiama lei) non contano nemmeno. Insomma non c’è scampo, anche perché se dovessero «entrare in uso«, Corbolante li liquiderebbe come anglicismi «affermati» e dunque cosa buona e giusta. Se, cari lettori, vi siete persi lungo questo paragrafo, non è colpa vostra. È colpa di una fallacia logica grande quanto un cratere vulcanico. Un po’ come i negazionisti del Covid. Se non te lo prendi non esiste, se te lo prendi è solamente un’influenza, se muori è una messa in scena, e al diavolo chi esagera.

2- Come fa poi Corbolante a sapere che «è molto improbabile che entrino mai nel lessico comune» non è dato saperlo, ma lei lo afferma comunque. Chiaro e tondo, spacciando per fatto dato e acquisito quella che è un’opinione completamente personale.
Tu lei fai vedere dati analitici, contati uno a uno, ogni giorno, che fanno uscire gli occhi da fuori? E lei ti risponde che no, che tanto «non entreranno nel lessico comune«. Magari come le migliaia di brand, green, retail, news, top, step, cringe, caregiver, lockdown, booster, green, briefing, recovery, board, cluster, pet food, gender gap, no vax/no mask, [nome dell’evento] Day, e potremmo continuare fino a dopodomani.

3- Che dire poi della fantomatica terza categoria identificata da Licia Corbolante, quella dei triti «anglicismi settoriali«? Tremendo, per la superficialità con cui viene detto, perché è impossibile che una prestigiosa terminologa non noti che gli anglicismi sono presenti a valanga in TUTTI i settori in Italia, e non solo «moda e bellezza«. Moda e bellezza, sentenzia lei, chiudendo gli occhi davanti a gemme linguistiche che persino chi non vive in Italia (come chi vi scrive) nota quotidianamente in articoli, risorse, scritti, pubblicità, siti, giornali e reti sociali dell’Italia del 2021. Tornando al nostro piccolo collage de la Repubblica, a Corbolante sono sfuggiti: empowerment, Italian Tech, green, retailer, form, week, parole usate a manetta, in Italia, e che poco hanno a che fare con moda e bellezza.
Viene il sospetto che, anche se invece di 90 gli anglicismi fossero stati 290, Corbolante avrebbe scrollato le spalle dicendo che sono «affermati«, oppure «non affermati«, oppure «solamente moda e bellezza«. O magari solamente il calcio, o solamente il turismo, o solamente la pandemia, o solamente la pubblicitá, o solamente l’informatica. Insomma, solamente.
Perché non c’è settore in Italia che non pullili di (pseudo)anglicismi. Sembra assurdo doverlo ricordare a una terminologa, eppure dalla pandemia (lockdown, caregiver, cluster, vaccination manager, no vax, ecc), all’università (le Business School, le Faculty e le Masterclass non si contano, più migliaia di altri); dalla gastronomia (food & beverage, delivery, catering, sugar-free, meat-free, ecc) allo sport (basta guardare le telecronache in creolo di calcio, Formula Uno o MotoGP); dalla politica (l’Italia è l’unico Paese non anglosassone in cui le leggi iniziano ad avere nomi in inglese, vedasi Jobs Act, step-child adoption e Family Act) alle Poste Italiane (l’aberrante reverse paperless, delivery express e altre amenità); da Trenitalia (con i suoi train crew, train manager e magazine) all’INPS (con la sua inclusivissima campagna 4-Week for inclusion); dal MIUR (con l’agghiacciante School Shooting) alla tecnologia (qualsiasi cosa); da premi (Italian Tech Award e Italian Teacher Award) a progetti benefici (Riding the Blue, Shared Wood); dai pet (una volta erano animali domestici) a eventi annuali (Milano Design Week, Torino Fashion Week, We Love Pesaro, Nincasi Beer festival); dalle agenzie di lavoro, anzi i recruiter (basta guardare qui), agli ospedali italiani (Day Hospital Breast Unit, Week Surgery, Skin Cancer Unit, Stroke management, hospice, screening, checkpoint temperatura).
Insomma Corbolante, non perdiamo altro tempo facendo finta di negare l’innegabile e ribaltiamo le cose: dato che ne sei così sicura, l’onere è il tuo. Dimmi tu: in quali settori non vengono usati anglicismi a valanga in Italia?

4- C’è poi una frase di Corbolante, quella secondo cui «i media spesso ricorrono agli anglicismi come sinonimo«, che meraviglia particolarmente.
Davvero si deve spiegare a una terminologa che, se sono di un’altra lingua, di «sinonimi» non si tratta? Si possono chiamare traduzioni, magari equivalenti, e – dissonanza cognitiva permettendo – sostituzioni, ma se davvero fungono da sinonimi come tale, la domanda che sorge spontanea è: che razza di lingua in buona salute, viva, è una in cui nel giro di 15 o 20 anni una valanga, migliaia, di forestierismi – tutti della stessa provenienza – vengono usati a mo’ di «sinonimi»? Non è proprio questo il punto? Perché non usare sinonimi in italiano invece di questo incessante mix di tamarrismo linguistico?
«Questi anglicismi raramente spodestano le parole«, sentenzia Corbolante, perentoriamente. Non cogliendo che le parole non scompaiono dalla sera alla mattina, ma che vengono rese obsolete poco a poco, come sta avvenendo – se tenete gli occhi aperti – un frammento alla volta, una gocciolina alla volta (o dovremmo dire droplet), costantemente, con tantissimi esempi che hanno imboccato il viale del tramonto. Corbolante dirà che non è vero, e lo dirà perentoriamente, ma marca o griffa diventano sempre di più brand. Dichiararsi è ormai quasi sempre «[fare] coming out«. La Squadra Olimpica è diventata nel 2016 «Italia Team«. E poi verde, notizie, montaggio, video operatore, direttore, bagarino, Giornata (con la maiuscola, nel senso di Day, come Family Day), fattorino, a domicilio, da asporto, bellezza, badante, calcio d’angolo, fasi salienti, tata, fuseau, economia & commercio, botteghino, modulo, chiamata, senologia, schermata, concorso, autoscatto, ambientazione, tappeto rosso, stato sociale, cartoni animati (vedi, Corbolante, quanti settori? Altro che «moda e bellezza«!), potremmo stare fino a domani mattina a fare esempi di parole che – certo – non sono state proibite per decreto ma che, da 10 o 20 anni a questa parte, vengono usate sempre di meno. Molto di meno.
Sulla pagina Facebook di Campagna per salvare l’italiano, e dunque tra gente abbastanza attenta (nel bene e nel male) al tema in questione, ho perso il conto delle dozzine di volte in cui tra di noi si discute per curiosità come «si sarebbe detto una volta» e vai con fiumi di domande riguardanti screening, smart working, coming out, fact checking, filmmaker, lockdown, shortlist, leggings, upcycling, copywriter, hate speech, flat tax, skyline, hub, extra time (nel calcio), skills, soft power, mindset, location, crowdfunding, feedback e centinaia di altre parole, appunto, che poco a poco hanno spinto verso l’obsolescenza l’equivalente italiano. Da persona con cittadinanza straniera resto allibito di fronte al fatto che centinaia di italiani faticano a ricordarsi di parole usate normalmente anche fino all’anno 2000! Il cui corollario è semplicissimo. Se un cinquantenne fatica a ricordarlo, cosa sarà capace di dire un quindicenne? A volte l’effetto di sostituzione avviene abbastanza rapidamente, altre più lentamente, altre (molto poche) magari per nulla. Ma dire categoricamente che «‘questi‘ (quali?) anglicismi raramente spodestano le parole», è come dire che «Milano è brutta«, è una frase soggettiva e semplicistica che lascia il tempo che trova.
Il punto, Corbolante, e non fare finta di non capire, è: a) la rapidità eccezionale; b) la penetrazione in assolutamente TUTTI gli ambiti; c) l’univocità della provenienza (sono anglicismi o pseudo tali al 99,99%) e d) il volume senza precedenti con la quale tutto questo sta avvenendo.
Ora, come ho rilevato in passato, è legittimo che a qualcuno questo piaccia. Ma fare finta di niente, minimizzare e «buttarla in caciara» con benaltrismi all’amatriciana è sinceramente incomprensibile.

5- Corbolante ammonisce: «se si osserva con un minimo di attenzione«, ma lei stessa riserva zero attenzione a un fenomeno ancora più preoccupante, nonché endemico, al punto tale da essere rilevabile persino nel piccolissimo collage della prima pagina di la Repubblica. Parliamo cioè dell’inglese che si afferma ben oltre i singoli vocaboli e le sostituzioni. Nell’italiano dell’anno 2021 appaiono sempre di più pezzi lessicali in inglese, i famosi «lexical chunks» del linguista Michael Lewis. Le «15 minute cities«, la «Venezia Cocktail Week» e l’assurdo «coffee table book» della prima pagina di Repubblica eludono miracolosamente l’attenzione e la curiosità della terminologa. Probabilmente distratta da tanto minimizzare, le sfugge che questo fenomeno si riscontra ormai continuamente, si pensi a «back to school«, «plug-in hybrid«, «ready to drink«, «call per start-up green«, «selfie no make up«, «body positive«, «employer brand management«, «delivery pick up point«, «pet therapy«, «no green pass day«, «car sharing«, «revenge dress«, «we are hiring«, «drive through Covid«, «full time result«, «stop and go«, «reverse paperless«, «chief executive officer«, «back to nature«, ma anche ai continui «Stand by Robinson«, «Italian Tech Awards«, «The Great Leap Backwards» e «How to» de la Repubblica, «Andrea’s Version» sul Foglio e «Inside Over» de il Giornale. Sono ormai centinaia i concetti che vanno ben oltre singoli vocaboli e sempre di più si mettono di traverso alla sintassi dell’italiano. A Corbolante, terminologa, questo non sembra interessare.

6- Concludiamo con l’affermazione di Corbolante più palesemente non vera:

«So che nessun linguista ritiene che l’italiano sia in pericolo«, dice Corbolante.

Però purtroppo si sbaglia di grosso. Perché, come dice Antonio Zoppetti, autore di Diciamolo in italiano:

«non è vero. Preoccupato dell’italiano minacciato dall’inglese era Arrigo Castellani, autore del Morbus Anglicus degli anni ’80. A dargli contro fu Tullio De Mauro, che ha però cambiato idea nel 2016 (lo ha fatto nella prefazione del libro di Gabriele Valle, altro “non linguista” preoccupato per l’itanglese) e ha detto che in quella controversia oggi bisogna dire di più: siamo in presenza di uno tsunami anglicus. Anche il suo allievo Luca Serianni gli dava contro, ma nel 2015 si è dichiarato preoccupato e ha cambiato idea.

A essere preoccupati per l’inglese che sostituisce l’italiano e lo contamina sono personaggi del calibro di Francesco Sabatini, ex presidente della Crusca, e l’attuale presidente Claudio Marazzini che hanno pubblicamente fatto innumerevoli dichiarazioni in proposito, oltre ad avere dato vita al Gruppo Incipit, che avrebbe poco senso senza una percezione di pericolo. Ci sono poi dichiarazioni di non linguisti molto significative, da quelle di Andrea Camilleri e di Maria Luisa Villa, scienziata e corrispondente della Crusca, che spiega come l’italiano sia stato mutilato e reso inadatto alla trasmissione del sapere scientifico. Ecco cosa scrive Giorgio Casacchia, eminente sinologo e professore universitario: “si è praticamente interrotta la produzione di neologismi, un’infinità di termini non hanno una voce italiana (ingenerando l’improssione, o la consapevolezza, che non è all’altezza della contemporaneità), si preleva semplicemente il termine inglese, e s’aggiungono a quelli che sono esclusi solo perché l’inglese è percepito più efficace, elegante, uno status symbol (ecco, per esempio…).

A proposito dei linguisti che un tempo non erano preoccupati ma ora si stanno svegliando, Valeria Della Valle ha definito «un elemento molto preoccupante a nostro modo di vedere», il fatto che:

Tra il 2008 e il 2018, sui giornali italiani sono più che raddoppiati, rispetto al decennio precedente, i neologismi inglesi: nel nostro modo di parlare sono apparse 15 nuove parole composte da ‘food’ e solo 2 da ‘cibo’; hanno fatto il loro ingresso 17 termini con ‘gender’ contro 13 con ‘genere’, stessa cosa per ‘smart’, che ha la meglio sulla sua traduzione italiana, ‘intelligente’. Sul totale dei neologismi italiani, i termini inglesi sono schizzati dal 10 al 20,11 percento [rispetto all’aggiornamento del 2006]«.

Concludiamo, cara Corbolante, con un piccolo regalo natalizio: una schermata (o screenshot, se vogliamo, anzi VOLESSIMO, utilizzare un «sinonimo») con 14 professioni/mansioni (i «credits«) su 19 in inglese, per un prodotto italiano, fatto da italiani, in Italia, per un pubblico di italiani, per un mercato esclusivamente italiano. Tu intanto continua pure a dire che «bisogna evitare esagerazioni e catastrofismi«.



«Ma non hai capito che la globalizzazione…?»

Analisi comparativa di Campagna per salvare l’italiano. Settimana 3 (04-10 Dicembre 2021)

Quello della «globalizzazione» è uno dei pretesti più inefficaci per spiegare il fenomeno dell’aumento esponenziale di (pseudo)anglicismi nella lingua italiana. Per la terza settimana consecutiva, la nostra analisi comparativa dimostra che non esiste paragone tra gli anglicismi disseminati dai mezzi di comunicazione italiani e quelli di Francia, Spagna e Germania. La Repubblica, da sola, ne ha vomitati molti di più (594) che Le Monde, El Mundo e Welt messi insieme (403) nello stesso periodo. Per non parlare poi della disarmante pochezza di chi si illude, letteralmente, che il fenomeno stia avvenendo reciprocamente e che l’italiano sia ugualmente onnipresente nei Paesi di lingua inglese. Recentemente, il distinto linguista Prof. Edoardo Scarpanti ha per esempio liquidato la questione con un sarcastico:

Schermata, si può dire in italiano, di un commento su «La Lingua Batte», Facebook, 15/12/2021

Un commento che, purtroppo, per una persona così metodica e per bene come lui, non si avvicina neanche lontanamente all’interpretazione semantica più generosa possibile della parola «superficialità». E questo perché una simile reductio ad absurdum la si potrebbe usare per qualsiasi cosa e dire che «🇩🇪 IL DIKTAT KITSCH DI OLAF SCHÖLZ NEI LÄNDER DELL’EX DDR (DEUTSCHE DEMOKRATISCHE REPUBLIK) DOVE SI PRODUCONO STRÜDEL E MUESLI È UN VERO E PROPRIO BLITZ», magari con qualche risatina da reti sociali tipo: «allora che dobbiamo dire che il tedesco ci sta invadendo? 🤣🤣🤣».
Semplicemente, basta metter giù i manuali di nozionismo contenenti le tabelle con le ore trascorse in bagno da Ferdinand de Saussure nel biennio 1909-1911, osservare quanti italianismi include il Guardian online nella sua prima pagina (zero, questa settimana, contro i 594 pseudoanglicismi de la Repubblica), e concludere che, a noi, i linguisti belli svegli, tonici e analitici – nei confronti delle cose odierne – piacciono da morire.
Leggi qui i dettagli della ricerca condotta da Campagna per salvare l’italiano.

Il declino dell’Italia nel mondo

«Il problema dell’itanglese è un problema irrisolvibile se non si rinverdisce la nostra italianità» AUTORE: DARIO PIETRELLA*

La distruzione dell’italiano ha radici profonde, complesse e lontane. Cercherò di seguito di esporre la spiegazione che mi sono dato ma, evidentemente, può essere solo limitata e parziale essendo molto soggettiva. 

Dopo una settimana che l’Italia aveva vinto il Campionato Mondiale di calcio nel 1982, andai a San Francisco, in California. Quando presentai il passaporto italiano alla ricezione dell’hotel «Four Seasons» l’impiegato mi strinse la mano con calore congradulandosi con me del risultato ottenuto dall’Italia. Non era la prima volta che venivo accolto in modo così caloroso, però  in quel momento provai un senso di orgoglio di essere italiano. Mi era successo molte altre volte di essere orgoglioso perché ero italiano, quando vinceva la Ferrari, per esempio (adesso non vince più), ma soprattutto per le opere di ingegneria realizzate da imprese italiane. Ne elenco solo alcune.

Una è la diga sul Nilo, fra l’Egitto e il Sudan, ad Assuam, che ha formato il lago artificiale (poi chiamato «Nasser» in onore del presidente egiziano che l’aveva fortemente voluta), malgrado i pareri sfavorevoli sui possibili effetti collaterali. La diga fu costruita dalla nota impresa italiana di ingegneria civile, Impresit.  Per costruire questa enorme diga si dovettero spostare tutti i monumenti che si trovavano nell’isola di Philae, situata al centro del lago che si sarebbe creato a seguito della costruzione della diga, altrimenti sarebbero stati sommersi dalle acque del lago Nasser e scomparsi per sempre. Fu un lavoro ciclopico che richiese tanto tempo, molta pazienza e soprattutto capacità tecniche d’avanguardia. I monumenti furono spostati e ricollocati altrove, esattamente come erano prima. Vennero segati in segmenti numerati e riposizionati così che ancora oggi si possono vedere ed ammirare e, come me, rimanere sbigottiti. Nelle riviste specializzate dell’epoca, non solo italiane, gli elogi alla Impresit non finivano mai. Il lago Nasser ci mise 12 anni per riempirsi, dal 1958 al 1970. Durante questo periodo tutti in Egitto parlavano della diga e del lago, per cui essere italiano era un onore.

Un’altra opera di ingegneria straordinaria è il gasdotto che parte dall’ Algeria poi va in Tunisia, attraversa il Mar Mediterraneo e arriva in Sicilia. Questo gasdotto si chiama Enrico Mattei, perché così vollero gli algerini per onorare il primo presidente dell’ENI, morto in un incidente aereo il 27 ottobre 1962. Il gasdotto fu progettato dalla ditta italiana SNAM e costruita dalla ditta Saipem, ambedue appartenenti all’ENI. Questo gasdotto venne ferocemente osteggiato dai francesi e americani, i quali sostenevano che era impossibile realizzarlo, giacché doveva attraversare il Mediterraneo ad una profondità in alcuni punti di 650 metri ed essere interrato per un metro. La Mckensey&Company, società di consulenza americana sosteneva che al massimo un gasdotto si poteva far passare nel mare ad una profondità massima di 15 metri. Quando fu realizzato e collaudato, la stessa società americana paragonò questa opera di ingegneria, per difficoltà e complessità, all’Operazione Apollo che portò l’uomo sulla Luna. Negli anni novanta quando andai in Algeria trovai algerini che orgogliosamente mi dicevano «moi j’ai travaillé avec les italiens«. Lo dicevano per sottolineare che erano particolarmente qualificati.

Ho menzionato solo le opere di ingegneria, ma che dire del cinema? Registi come Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Federico Fellini, Ettore Scola, Mario Monicelli e tanti tanti altri. Gli attori? Vittorio Gassman in Francia era idolatrato. Per non menzionare Sordi, Manfredi, Tognazzi, Anna Magnani, Gina Lollobrigida e Sofia Loren.

Dagli anni ’60 agli anni ’90/’95 viaggiare come italiano era fonte di orgoglio. È vero che molti ci deridevano per la mafia, gli spaghetti e il mandolino, ma i fatti dimostravano che l’Italia c’era e contava. Adesso i giovani italiani ed anche i meno giovani si sentono inferiori. Il colmo dei colmi è che la più grossa impresa di costruzioni ha adottato un nome inglese, WeBuild (ex Salini). Molti italiani non si sentono più europei e pensano che tutti i mali dell’Italia siano colpa della Germania o della Merkel. La televisione è scaduta ad un livello impensabile solo qualche anno fa. Fa vedere solo programmi di cucina. Gli italiani non sembrano essere più ingegneri o tecnici, ma unicamente cuochi, e fra non molto neanche quello. Il problema dell’itanglese è un problema irrisolvibile se non si rinverdisce la nostra italianità. Altrimenti sprofonderemo sempre più. Distruggendo la lingua si distrugge un popolo. Ma questo è un altro argomento.

*DARIO PIETRELLA, dirigente di società ingegneristiche, vive da 20 anni in Algeria e parla correntemente, tra altre lingue, italiano, francese, arabo ed inglese
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Intervista a Tobias Jones

Cosa c’e dietro gli (pseudo)anglicismi in Italia? Si tratta di vanità, di limitazione lessicale, oppure di semplice voglia di «freschezza linguistica»? Ne parla con noi l’autore e giornalista del Guardian.

Tobias Jones (Somerset, Inghilterra), premio letterario, giornalista del quotidiano britannico The Guardian, e autore dei libri Sangue sull’altare (pubblicato in Italia da Saggiattore), Ultra (Compton Newton) e Il cuore oscuro dell’Italia (Rizzoli), giunse in Italia vent’anni fa. Già al suo arrivo notò qualcosa di strano, ovvero termini in inglese o pseudoinglese infilati da tutte le parti.
Siamo arrivati al 2021, con il fenomeno dell’itanglese esponenzialmente più diffuso e la lingua italiana ancora più intorpidita. Abbiamo deciso di interpellare Tobias sul tema. Ascoltandolo, non siamo d’accordo con tutte le sue opinioni personali sul fenomeno dell’itanglese, come è normale che sia, ma è comunque interessante vedere il punto di vista di un giornalista britannico in Italia.

1) Nel tuo libro del 2003, «The Dark Heart of Italy» (Il cuore oscuro dell’Italia), ci sono un paio di pagine in cui descrivi le tue prime impressioni con l’ossessione italiana per gli anglicismi e gli pseudoanglicismi.
Cosa ricordi in particolare che ti colpì all’inizio? Ti aspettavi una cosa del genere al tuo arrivo in Italia?

Mi ricordo che in quegli anni le compagnie di telefonini e di banda larga stavano crescendo alla grande e le parole inglesi invariabilmente finivano nelle pubblicità: le parole straniere erano sfoggiate come una specie di connessione cosmopolita, un simbolo di come queste aziende telefoniche e di internet ti potevano mettere in contatto con il mondo intero. Ci fu una fase (che probabilmente continua ancora) in cui non trovavi una sola pubblicità senza una parola in inglese. Cioè mi fece immediatamente sospettare del fenomeno – era tutto parte di quelle tecniche di vendita persuasive, il vendi-vendi capitalista.

2) Suppongo che qualche volta avrai chiesto ai tuoi interlocutori italiani il «perché» di questo. Che risposte hai ricevuto?

È considerate figo. Ti fa apparire più di classe e più internazionale. Tieni in conto che la maniera in cui l’italiano si parla e, specialmente, si scrive, è molto diversa dall’inglese britannico. Qui in Italia è normale per un giornalista inserire una frase in latino, greco o francese, per cui chissà l’inglese fa parte di quella strana miscela che vuol far apparire chi scrive spettacolarmente intelligente. È scrittura per ostentare e rivela una nozione di parole che è diversa: sono usate per comunicare la bravura di chi scrive, non per comunicare quello che chi scrive vuole dire. Un mio amico dice che la lingua italiana si parla per il suono, non per il significato.

3) Dal 2003 la valanga di anglicismi nella lingua italiana è aumentata esponenzialmente. Ti mostro un campione della prima pagina del sito di «la Repubblica» di oggi, 9 Novembre, dove abbiamo contato 106 anglicismi (vedi immagine su). Alcuni italiani liquidano la questione dicendo che «anche in Inghilterra» si usano parole in italiano. Cosa ne pensi?

L’esterofilia esiste ovunque e ci sono anche alcune parole che sono penetrate nella lingua inglese dall’italiano (catenaccio, panino – usato incorrettamente come “panini” per il singolare! – ecc.). Ma il livello è molto, molto differente. Credo che ci sia un fenomeno molto più interessante qui. Per tutti gli elogi alla lingua italiana (si veda l’eccellente libro di Stefano Jossa sul tema) è una lingua molto rigida e statica. Esiste uno standard di riferimento antico a cui le parole sono sempre incatenate. Non ci sono due dozzine di altri Paesi che contribuiscono alla creazione di gergo, idiomi, nozioni, idee e sottigliezze. L’inglese è enormemente arricchito dall’inglese indiano, giamaicano, neozelandese, ecc.  Invece l’italiano ha un vocabulario minuto rispetto all’inglese e non riesce ad evolvere. Il numero di neologismi registrati è una frazione in confronto a quelli che appaiono ogni mese in inglese. Per cui è forse inevitabile che la lingua italiana sia obbligata a prendere in prestito all’estero. Eppure il problema principale, secondo me, consiste nel fatto che i giornalisti vogliono ostentare ed esibire (spesso incorrettamente) quello che hanno imparato. È un problema di vanità più che di linguistica.


4) Nel 2019 hai pubblicato «The Underworld of Italian Football» («Ultrà. Il volto nascosto delle tifoserie di calcio in Italia«), un viaggio coraggioso e dettagliatissimo nel mondo degli ultras italiani. Anche in quel mondo hai notato una presenza importante di anglicismi, per esempio nei cori da stadio e negli striscioni. Ci racconti di più? Che impressione ti ha fatto?

È un paradosso che in un mondo tutto basato su radici e appartenenza al borgo e al quartiere, questi gruppi cantino frequentemente canzoni tradizionali degli Stati Uniti («le bandiere sventoleranno» viene da Red River Valley!) or addirittuta God Save the Queen (con parole differenti). Ho cantato vari cori da stadio con i miei amici di Cosenza in inglese («Comes on Wolves [due sillabe su Wolves!] Come on«). Sventolano bandiere dell’Union Jack, o bandiere confederate e così via. Fa tutto parte della contraddizione tra il voler avere radici molto solide e volere, allo stesso tempo, apparire internazionali. L’esterofilia tra gli ultras è molto evidente: elogiano gli hooligans britannici, e i tifosi birtannici, anche loro, elogiano gli ultras italiani. In questo senso, chissà vale la pena dire qualcosa di positivo sul fenomeno: se gli ultras italiani (o i politici, o i giornalisti, ecc) usano parole straniere, non è sempre solamente per far farsi belli o per la scarsezza di vocabolario italiano. È perché esiste una certa apertura, una generosità e una curiosità che a molti di loro invoglia a voler gustare, nella propria bocca, il sapore di parole differenti. È facile criticare questa abitudine, eppure riflette, allo stesso tempo, qualcosa che io trovo anche affascinante, cioè l’apertura di molti italiani verso influenze esterne.

5) Gli anglicismi sparsi ovunque anche nei cartelli pubblicitari vengono visti come qualcosa di negativo da persone madrelingua inglesi?

Sì. È deprimente ed imbarazzante – prova del livello straordinariamente basso di immaginazione da parte del settore pubblicitario. È tamarro, falso e melenso.

6) Tu conosci l’Italia perfettamente. Ci vivi e ci lavori intermittentemente da quasi vent’anni e sei perfettamente integrato.
Secondo te questo avvento dell’itanglese é dovuto a mancanza di orgoglio nazionale? Come si coniuga con il fatto che gli italiani sono eccezionalmente nazionalisti quando l’argomento è la loro gastronomia, le mozzarelle, il calcio o la Ferrari?

Che domanda difficile! Credo rifletta tantissime cose: c’è forse, come tu suggerisci, una certa mancanza di orgoglio nazionale – ma personalmente la trovo una cosa attraente.
Suppongo (e chissà per quale motivo usiamo le parole che usiamo, figuriamoci perché le usa un’intera nazione) che a volte gli italiani condiscano la loro lingua con anglismi per cercare una certa originalità che magari l’italiano non offre. E questa mancanza di orginalità chissà può essere dovuta all’istruzione, la televisione, le prossimità etimologiche, chi lo sa…
Eppure una lingua che si rigenera più lentamente (lo stesso avviene con questioni demografiche, e qui torniamo al controverso territorio dell’immigrazione) richiede un certo influsso per poter adattare nuove espressioni a nuove realtá. I parlanti italiani sono attratti da un certo desiderio per una freschezza linguistica e credono di trovarla parlando inglese. Il fatto che poi questo stesso itanglese finisca per deformare e cambiare parole inglesi non è (come io un tempo credevo, temo un po’ arrogantemente) un segno di cattivo uso ignorante. Lo è invece di una creatività bramata da parte di chi lo usa. Un mio amico libraio con un ottimo livello d’istruzione spesso usa parole inglesi che sono state “parmigianate”, trasformate alla parmense, e alla fine abbiamo creato tra di noi un nostro gergo eloquente.

Domande a cura di Peter Doubt e Lorenzo Di Las Plassas
(Traduzione: Peter Doubt)

Di nuovo sull’itanglese

«La domanda è: perché francesi, spagnoli, tedeschi, arabi e israeliani ‒ e tanti altri! ‒ si premurano di tradurre i concetti nuovi inglesi (se davvero li hanno inventati gli anglosassoni) nella propria lingua?» AUTORE: Olivier Durand*

Su Facebook di recente si fa un gran parlare di itanglese, perlopiù in chiave critica, non di rado aggressiva o sarcastica. Per quanto mi riguarda, appartengo alla numerosa compagine di “nuovi italiani”: di lingua e cultura d’origine diversa ‒ nel mio caso francese ‒, naturalizzati chi prima chi dopo, integrati certamente ma conservando un cervello e un occhio stranieri. Qui parlerò come docente universitario di Dialettologia araba a La Sapienza da trentasette anni, con una formazione da linguista e da dialettologo. Aggiungo di essere cresciuto comunista e quindi antifascista convinto e militante.

Sarà bene sottolineare in via preliminare gli atteggiamenti da evitare, al fine di rendere quest’invito a una conversazione ‒ cui accetterò con piacere ogni sorta di reazione ‒ atta a rivelarsi una critica costruttiva e una sensibilizzazione a una questione che molti italiani vivono come un non problema. Mi sforzerò di evitare con cura gli atteggiamenti non costruttivi:

‒ la spocchia del francofono impenitente quale sono per motivi genetici; forse sarà bene aggiungere che oltre al francese, al còrso e all’italiano appresi durante l’infanzia sono fluente anche in inglese ‒ che da buon francese detesto dover parlare ‒, tedesco, spagnolo, arabo ed ebraico;

‒ lo sdegno per una cultura italiana “calpestata” o dileggiata;

‒ un moralismo fuori luogo.

Ma andiamo passo per passo (itanglese step by step)

1. Che la Francia sia un Paese linguisticamente “fascista” o quanto meno “ridicolo” nell’imporre con leggi severe e sanzioni la traduzione francese di termini come computer, lockdown, hardware, software e tant’altro è un cliché che va non ridimensionato ma negato con categoricità. Il francese parlato è ricco quanto volete di franglismi (franglais) di ogni tipo, ma in qualsiasi situazione un minimo formale vengono evitati con cura, non come parolacce ma come inadatti alla circostanza. C’è “spocchia” in questo? Al mio modo di vedere no. Mario Draghi ‒ da millantato anglofono provetto ‒, che pur si è interrogato sul “perché usiamo tante parole inglesi?” nondimeno usa smart working pronunciato [zmɑɹtwǝɹkiŋg] (pronuncia corretta [smɑɹtwǝɹkiŋ]).

2. In Italia dove vivo e lavoro mi impegno a fare lo stesso. A lezione dico “in linea”, “nome utente”, “parola d’ordine” ‒ esattamente come in Spagna dicono en línea, nombre de usuario e contraseña ‒ e molti non mi capiscono, altri si interrogano sulla mia intenzione comunicativa, pochi finiscono per adeguarsi. Figuriamoci se mi scuso per uno sbadiglio sfuggitomi spiegando che non mi sono ancora ripreso dal mal di fuso (itanglese jet lag, wikipedia mi propone anche discronia o disincronosi circadiana!) dopo il mio ritorno da Tbilisi, se racconto che il parco naturale Molentargius di Cagliari è una delle mete preferite dagli osservatori ornitologici, (itanglese birdwatcher, pronuncia berduòccer, se non birduòccer), o che mio figlio lavora a tempo parziale (itanglese part time) in un centro chiamate (itanglese call center).

3. Già negli anni Ottanta il linguista italiano Arrigo Castellani denunciava quello che chiamò un morbus anglicus (invece di itanglese/itangliano/itanglissh), trattandolo per quello che è: una patologia. Peter Doubt, di padre britannico e madre italiana, illustra quotidianamente quanto in prima pagina de La Repubblica brulichino tra gli ottanta e i novanta anglismi (non di rado presunti, vedi smart working, green pass ecc.). Da nemmeno due settimane la terza dose del vaccino anticovid, da “richiamo” è diventato “booster”, usato perfino dai nostri ministri e giornalisti, da cui nuova necessità di prenotarsi al vaccinodromo (intanglese hub).

4. Ma prendiamo il toro per le corna: “Gli italiani sono negati per le lingue”. È proprio vero? Con fortunate eccezioni, certo. Confessiamo che, tra docenti non italiani che insegnano in Italia – rientro nella suddetta categoria  –, nel caso di pause-caffè consecutive a lezioni un po’ cariche, ci capita non di rado di bofonchiare questa frase, guardandoci di sottecchi e con il senso di colpa di chi sa di procedere a una dichiarazione apertamente razzista, ma, ahimè, dolorosamente prossima a una sconsolante realtà. In una delle sue battute storiche, Tullio De Mauro (1932-2017) – senz’altro il più grande linguista italiano del Novecento – spiegò che, dal Dopoguerra in poi, gli italiani erano stati troppo impegnati a studiare… l’italiano, per avere tempo ed energia da dedicare ad altre lingue. Certo, la lotta contro l’analfabetismo e per la diffusione di una lingua comune, in una popolazione i cui parlanti unicamente dialettofoni rasentavano in misura insidiosa il cinquanta per cento, assunse una priorità urgente e per certi aspetti un po’ isterica. I risultati furono ottimi, sebbene ci siano voluti cinquanta (se non settanta) anni, ma ebbero effetti fortemente destrutturanti e non di rado disastrosi sulla sicurezza linguistica degli italiani.

5. In Francia, se correggo un parlante sulla pronuncia, sull’uso improprio di un’espressione o di un costrutto sintattico, mi guarda storto per qualche secondo e finisce per uscirsene con un “Io dico così!”, invitandomi in tono più o meno esplicito a raggiungere un luogo di decenza. Se faccio lo stesso con un italiano, reagisce come un bambino sorpreso con le dita nel barattolo di marmellata, e articola qualche borboglìo di scusa. Ognuno sa che Washington si legge (più o meno) Uàscinton. Ma se stasera al telegiornale un giornalista se ne esce con Uèscinton, tutti a dire Uèscinton dal giorno successivo. Se l’italiano medio ha difficoltà con le lingue, uno dei motivi è che ancora oggi è molto insicuro della propria lingua. Quindi figuriamoci con altre. Gli italiani non sono propriamente “negati” per le lingue. Sono inibiti in loro presenza. Da cui il salvifico itanglese come immunità di gregge (belante).

6. Quando arrivai in Italia da bambino nei primi anni Sessanta, moltissimi italiani conoscevano il francese e lo parlavano con proprietà di linguaggio, e se sapevano un’altra lingua quella era il tedesco. Altri non lo parlavano ma lo capivano. Negli anni Settanta i liceali “facevano” inglese e francese ma erano incapaci di formulare un enunciato in queste due lingue. Negli anni Ottanta della mia formazione universitaria, i nostri professori davano per scontato che leggessimo inglese, francese e tedesco, e molti ci spronavano a metterci al russo. Oggi se esorto un mio studente a leggere un testo in francese (lasciamo proprio stare il tedesco), reagisce nel più dei casi come se gli avessi ingiunto di affrontare un trattato in birmano. Oggi come oggi, tutto quanto non sia italiano non può essere altro che inglese. Il mio nome è da tempo diventato Òliver, quello di mia nipote Sophie Sòfi, l’aeroporto parigino Charles de Gaulle Ciòrls Degòl, lo scrittore ginevrino Joël Dicker Giòel Dìccher, la località francese Saint-Raphaël Seint Ràffael, quella spagnola San Sebastián (con tanto di á!) San Sebàstian. Conversando in francese con un mio collega nei corridoi del Dipartimento, stanno accanto a noi tre studenti di arabo di terzo anno; preso da un sospetto sornione chiedo a uno di questi: “In che lingua stiamo parlando?”, risposta: “Beh, arabo”.

7. Oggi è dunque rimasto l’inglese. Sorvoliamo la pronuncia. “Thank you for traveling with Trenitalia, goodbye”: Teng iù for tràvelin uid Trenitalia, gubbài. Esiste ormai  un Italian English (smart working docet, appunto!) come esiste l’italiano svizzero, che chiama il computer “ordinatore” e la patente di guida “licenza di condurre”.

8. Ora la domanda è: perché francesi, spagnoli, tedeschi, arabi e israeliani ‒ e tanti altri! ‒ si premurano di tradurre i concetti nuovi inglesi (se davvero li hanno inventati gli anglosassoni) nella propria lingua (ordinateur, ordenador, Rechner, حاسوب [hasùb], מחשב [makhshèv]? Tutti fascisti, ridicoli e spocchiosi? Non saranno piuttosto gli italiani ad avere un qualche problema culturale, se non esistenziale? Una malattia autoimmune (cioè caratterizzata da una disfunzione del sistema immunitario che induce l’organismo ad attaccare i propri tessuti), non gravissima, ma dell’entità di una psoriasi: anglismi inutili e deturpanti che ci si appiccicano come foruncoli infermicci?

8. Noi nuovi italiani italianizzati e fieri di essere anche italiani assistiamo all’itanglomania con reazioni che vanno dal sorriso ironico all’incomprensione, dal fastidio allo sfottò. Un’altra affissione (itanglese post) divertita su Facebook ha di recente dimostrato che un britannico non capiva nemmeno una di una quindicina di espressioni itanglesi.

9. Qualcuno mi dirà che anche marocchini, algerini, tunisini e libanesi fanno su e giù con arabo e francese. Ho chiamato il fenomeno transglossia, ovvero un modo di esprimere a voce alta il proprio bilinguismo e biculturalismo. Ma questi arabi sono tutti perfetti bilingui in entrambe le lingue, che le scuole locali insegnano sin dalle elementari, se non dall’asilo. Sono di cultura araba ma anche francese. Quanti italiani possono dirsi realmente bilingui con italiano e inglese? E non soltanto: meno lo sono più usano l’itanglese.

10. Amici italiani doc, ve lo dico in tutta amicizia: parlando itanglese vi illudete di planare (itanglese surfare) sulla cresta dell’onda della contemporaneità e di un futuro aureolato da anglismi, veri o presunti. A nome di tutta la comunità di nuovi italiani, unanime nel giudizio che sto per darvi, vi rendete in realtà totalmente ridicoli, anzi grotteschi, e al limite della cafonaggine. Siete convinti di sprovincializzarvi farcendo il vostro italiano di parole ed espressioni inglesi, mentre in realtà non fate in questo modo altro che accentuare gravemente il vostro provincialismo.

11. Di là dai prestiti nudi e crudi, si sono da tempo acclimatate traduzioni approssimative a livello lessicale, ad es. le manifestazioni (politiche) sono diventate “dimostrazioni” (demonstrations) e i manifestanti “dimostranti” (demonstrators), le prove “evidenze” (evidences), e sintattico, ad. es. “Ci vediamo prossima settimana” (next week) o “mia mamma” (my mum). Gli aggettivi in italiano vanno collocati dopo i sostantivi (tranne “grande” e “bello”, “un grand’uomo” non è la stessa cosa di “un uomo grande”), ma da decenni nessuno più si stupisce nel leggere “L’incredibile avventura” o “Un esilarante racconto”, secondo il modello anglosassone. Trattasi in termini tecnici di interferenza linguistica. In simili casi, è la scuola a latitare. Ora se perfino i miei colleghi del Dipartimento di Studi Orientali, tutti distinti linguisti, parlano di online, deadline, assessment, over 40, depository, templato et similia, c’è poco da sperare.

12. Nessuna lingua è “pura”, e sono il primo a dire okay con buona coscienza, fast food per riferirmi a un modo di mangiare indecoroso, jeans per un capo di abbigliamento comodo e valorizzante per le donne, più o meno come farei in francese. Mi rallegro del fatto che ciao, pizza e spaghetti siano ormai diventati internazionali, e per converso accetto ben volentieri déjà vu, ça va sans dire, divertissement, j’accuse. Insomma, un purismo eccessivo può rivelarsi pedante e stucchevole.

13. Per concludere: se di patologia si stratta, come guarirla? Più che di patologia, a mio modo di pensare, vi vedo un tic (voce onomatopeica, di cui ticchio rappresenta una variante ricercata e più elegante). Per i tic, l’unico medicinale è l’autodisciplina. Piantiamola una buona volta di toccarci il pisello o grattarci il culo davanti a tutti con l’itanglese.

* OLIVIER DURAND è Docente di arabo all’Università La Sapienza di Roma.
È autore di diversi libri, tra cui Nel vento per sempre (edizioni La Caravella, 2021), Le vie del Signore (La Caravella 2020) e Come e perché ho deciso di essere ebreo (Novalogos, 2019)

«Prescrittivisti» contro «descrittivisti»: una terminologia equivoca?

«Nessun biologo viene deriso e considerato uno stupido se propone di salvare le specie in pericolo, oltre a studiarle; nessun sociologo viene definito “aberrante” se propone misure per rendere più equa e giusta la società in cui viviamo. Nella linguistica invece assistiamo a un ostracismo collettivo»
AUTORE: Giulio Mainardi*

Circa il modo d’approcciarsi ai fenomeni linguistici e al loro studio, oggi s’individuano solitamente due possibilità principali, che vanno sotto i nomi di prescrittivismo e descrittivismo.

Benché questi due termini siano d’uso comune nell’àmbito della linguistica, quasi nessun dizionario li registra nell’accezione di nostro interesse. Tuttavia, visto che il significato con cui sono usati è piuttosto chiaro, possiamo provare a darne noi una descrizione generale.

Con prescrittivismo si indica la posizione di chi intende prescrivere un uso linguistico: il fatto di riconoscere certe forme linguistiche come corrette e altre come sbagliate, e in base a questo definire una norma e dare indicazioni perché le altre persone seguano l’uso individuato come corretto. Un esempio di prescrittivismo potrebbe essere una frase di questo tipo: «In italiano è sbagliato scrivere un’amico con l’apostrofo: si scrive un amico, con lo spazio e senz’apostrofo».

Con descrittivismo, invece, si indica la posizione di chi intende descrivere l’uso linguistico: analizzarlo e cercare di darne una spiegazione scientifica, in modo neutrale, senza prendere una posizione su ciò che è “corretto” o no. Il descrittivista ritiene infatti che il concetto di correttezza, nelle lingue, abbia un valore solo relativo, perché ciò che in un certo tempo è considerato giusto può essere considerato sbagliato in un altro (e viceversa); assume un atteggiamento distaccato e non vuole influenzare l’uso dei parlanti dando indicazioni in un senso o nell’altro: vuole lasciare la lingua a quella che considera evoluzione spontanea, senza cercare di modificarla. Un esempio di descrittivismo potrebbe essere una frase di questo tipo: «Nell’italiano odierno, la scrittura un’amico sarebbe considerata sbagliata dalla grande maggioranza dei parlanti; è comunque un tipo di scrittura relativamente frequente, specie nello scritto affrettato (anche delle persone colte) o presso chi ha scarse competenze ortografiche».

Nella discussione linguistica in Italia, oggi, questa posizione descrittivista è dominante, potremmo quasi dire egemonica. La parola prescrittivista è spesso usata con una connotazione negativa, piuttosto generica, per bollare chi si allontana da tale posizione dominante o prova anche solo a considerarla in modo critico, nel merito oltre la sua vasta diffusione e accettazione. Il vero linguista —si dice— può essere solo descrittivista; chi è prescrittivista non è più uno scienziato, non è più un linguista, o addirittura non capisce nulla di che cos’è veramente la linguistica e di come funziona la lingua. Spesso è ritenuto degno di derisione, non può essere preso veramente sul serio. Talvolta si dice che, in quanto prescrittivista, non può nemmeno amare la lingua. In un noto gruppo pubblico di Facebook dedicato alla linguistica, quando si nomina il prescrittivismo le frasi sono solitamente di questo tenore (le riporto esattamente, errori compresi):

  • «Mi sembra che il ruolo della Crusca sia, alternativamente, di linguista e prescrittivista, cosa che può generare confusione nell’utente medio» (leggi: “linguista” e “prescrittivista” sono possibilità alternative);
  • «Questo prescrittivismo è aberrante»;
  • «L’ennesimo prescrittivista di cui non si sentiva assolutamente il bisogno»;
  • «Se ami una lingua non puoi essere un prescrittivista ma un descrittivista»;
  • «Monca e prescrittivista è la maniera in cui analizzate la lingua»;
  • «Ah sì, la Crusca, i parrucconi santi patroni del prescrittivismo» (sic, detto della Crusca del 2021, non del ’600);
  • «Anche se siamo nel terzo millennio i prescrittivisti, detti anche gli imbalsamatori del linguaggio, non mancano mai»;
  • «Il purismo e il prescrittivismo negano lo studio descrittivo dei fenomeni linguistici perché li concepisce in maniera statica, cosa che non è assolutamente nella loro natura».

Esternazioni così drastiche sono più frequenti, come ci si aspetterebbe, tra i semplici appassionati, che sono diretti e non moderano i propri pensieri e il proprio linguaggio, e anzi si infervorano nel proposito di “sconfiggere” e umiliare chi identificano come avversario; tuttavia, concetti simili si ritrovano spesso anche a livelli più “alti”, più intellettuali, di chi fa della lingua una professione o comunque una parte importante della propria vita: solo espressi in modo più sottile, sfumato, gentile, simpatico.

È un comportamento generale di cui possiamo vedere facilmente le ragioni alla base. Le lingue mutano, e questo sembra un fatto inevitabile; chi prova a prescrivere ad altri per impedire o guidare tale corso delle cose appare come una persona scollegata dalla realtà, un nostalgico magari anche incattivito, destinato a essere sconfitto dalla storia, domani se non già oggi. L’unica cosa che ha senso fare, quindi, è descrivere, e accettare la continua mutazione della lingua senza tante preoccupazioni.

Tale distinzione binaria parrebbe piuttosto semplice e lineare; tuttavia, un occhio attento noterà che in realtà ci sono alcuni problemi e contraddizioni.

Dal punto di vista pratico, tali problemi riguardano anche l’àmbito principale di cui ci interessiamo qui, cioè la questione dell’itanglese. Come sappiamo, la visione oggi dominante sull’itanglese, facendo una sintesi estrema di tutte le sue variegate sfumature, può riassumersi in due idee (opposte fra di loro): la prima è che «gli anglicismi non minacciano l’italiano»; la seconda è che «l’italiano è destinato a disfarsi in un’anglofonia sempre maggiore, e questo non è un male; e, se anche lo consideriamo un male, non ci si può far niente». Chi esprime una critica a tali posizioni riceve, tra gli altri appellativi —fascista, autarchico, nazionalista, senofobo, purista, retrivo, eccetera; dei quali non parliamo ora, perché servirebbe un discorso a parte per ognuno— quello di prescrittivista. Questo è un problema, perché chi è bollato così, come abbiamo capito dai commenti riportati sopra, è percepito automaticamente come squalificato, non attendibile: le sue parole sono derise senza nemmeno provare a capirle, e i suoi tentativi d’intavolare una discussione seria oltre gli stereotipi s’infrangono contro un muro di gomma.

La distinzione fra prescrittivismo e descrittivismo si presenta problematica e dubbia già dal punto di vista teorico, usando una terminologia che si presta facilmente a equivoci. Infatti, con la loro opposizione queste due parole ci trasmettono —spesso senza che ce ne rendiamo conto— l’idea che chi prescrive (il prescrittivista) non descrive, mentre chi descrive (il descrittivista) non prescrive, in un’esclusione reciproca delle due cose. Ciò può essere vero nel caso di chi si identifica come descrittivista; mentre quasi sicuramente non è vero nel caso di chi viene identificato (perché, chiaramente, quasi nessuno si identifica così da sé) come prescrittivista.

Le persone che assumono un punto di vista critico nei confronti dell’itanglese e sostengono l’utilità di un qualche intervento al riguardo (non parlo ora degli interessati occasionali, il cui interesse può anche essere superficiale, ma di chi ha dedicato ampio tempo e reale impegno all’approfondimento della materia) sono spesso, infatti, studiosi veri e propri, a volte dilettanti e non professionisti, ma comunque persone che hanno un notevole interesse per l’osservazione scientifica dei fatti linguistici; sui risultati di tale studio, di tale osservazione e descrizione, baseranno poi le loro eventuali indicazioni su quale uso ritengano preferibile. Adoperare la parola prescrittivista, nei confronti di queste persone (fra le quali mi includo), è dunque equivoco, perché sembra privarci del fatto della descrizione che, dall’altro lato, caratterizza invece il descrittivista: negandoci così l’appoggio sulla realtà che è il fondamento di qualsiasi discorso sensato. A conti fatti, invece, anche noi descriviamo, come gli altri; solo, le nostre descrizioni, le conclusioni delle nostre analisi, hanno la “colpa” di non concordare, oggi, con la corrente dominante (dominante in Italia, s’intende, sempre; in altri paesi la situazione è diversa). Anziché affrontare una discussione sul merito della questione, per chi è in maggioranza risulta comodo, meno impegnativo intellettualmente, associarci a un’etichetta di fatto escludente, il «prescrittivismo»: facendo ciò si liquida qualsiasi ragionamento scomodo, che potrebbe turbare la convinzione comune e costringere a una riflessione e un’autocritica, un processo che è sempre faticoso per tutti.

In secondo luogo, bisogna osservare che un descrittivismo “perfetto”, che voglia solo conoscere l’oggetto del suo studio —la lingua— senza influenzarlo in alcun modo, è un puro ideale irraggiungibile: qualunque descrittivista vive nel mondo e, pertanto, vivendo lo influenza in qualche modo, che lo voglia o no. Nel momento in cui rende pubblici i suoi studi, questi inevitabilmente modificheranno in qualche modo il comportamento linguistico dei suoi lettori. Sappiamo che la Crusca, le cui esternazioni oggi hanno in prevalenza un atteggiamento prettamente descrittivista, mette in cima alle sue schede sulle «parole nuove» l’avviso che «Questa scheda non promuove né ufficializza l’uso della parola trattata, ma intende fornire strumenti di comprensione e approfondimento». Tuttavia, ancora e ancora molti lettori interpretano tali schede come una sorta di approvazione da parte della più prestigiosa autorità italiana in materia di lingua. Spesso il fraintendimento è alimentato dai giornalisti, che, sbagliando, riportano magari che la Crusca «approva», «accetta», «aggiunge al vocabolario italiano» questa o quella parola, contribuendo a cascata a farla conoscere, usare, e quindi rafforzandola e radicandola nel corpo vivo della lingua. La Crusca è cosciente di questi fatti, e l’avviso appena citato e le professioni di descrittivismo lo dimostrano; tuttavia, nonostante i fraintendimenti ricorrano, con la conseguenza di modificare la lingua, l’Accademia persiste e non cambia (o cambia solo pochissimo) le proprie modalità comunicative. Non si vuole modificare la lingua, eppure si fa qualcosa che —si sa— la modificherà lo stesso… Se si fa questo, ha veramente senso dire che «non si vuole modificare la lingua»? Di fatto, un ente «descrittivista» come la Crusca odierna, coi suoi interventi, altera l’evoluzione dell’italiano in modo un milione di volte più grande di quanto possa fare un gruppetto di «prescrittivisti» del tutto sconosciuti al grande pubblico. Un discorso simile si potrebbe fare, oltre all’oggetto linguistico trattato, proprio sul modo di trattarlo, di esprimersi in generale: il fatto che la Crusca usi spesso e volentieri dei forestierismi nei suoi scritti (e senza metterli in corsivo) sarà percepito da parecchi (in modo assai naturale, sensato!) come un’approvazione implicita e un modello di lingua “curata” da imitare senza problemi.

Si osserva poi che frequentemente i nemici del «prescrittivismo» (parliamo di nuovo di quelli al livello “basso”, i tanti che popolano gli spazi sociali della Rete) mostrano un’aperta antipatia per la ricerca di traducenti, cioè il ragionamento e la discussione su quale possa essere un modo per rendere italianamente un concetto che oggi si indica comunemente con un forestierismo. Tuttavia, anche il ragionamento traduttivo e il conio dei neologismi sono parte normale e naturale di qualsiasi lingua sana: deriderlo, opporvisi, bollarlo come errore e cosa da non fare, disprezzarlo sociolinguisticamente, non è forse a sua volta una forma di prescrittivismo? Quante volte abbiamo sentito sentenziare che un certo anglicismo «è intraducibile», quando in realtà decine di lingue lo traducono normalmente? Quello non sembra descrittivismo, ma vero e proprio prescrittivismo, e anche piuttosto scollato dalla realtà.

Un’altra osservazione, forse minore ma non trascurabile, va fatta proprio sull’elemento prescrittiv-. Il vocabolario Treccani definisce così la parola prescrivere:

Stabilire, ordinare, in base a norme precedentemente fissate, ciò che si deve fare, il comportamento da tenere: la legge, il regolamento prescrive che […]; raccomandare formalmente, consigliare come necessario, utile e sim[ili]: il medico gli ha prescritto una terapia antibiotica, un lungo periodo di riposo. Raro o ant[ico], imporre come norma non trasgredibile, emanare: p. una legge, p. uno statuto; […] Con riferimento al destino e sim[ili], assegnare in modo irrevocabile […]

Si tratta insomma di una parola dalla connotazione forte, che ci fa pensare a un’ingiunzione, un ordine, una norma imposta a cui non si può trasgredire. Prescrizione andava forse bene per descrivere le indicazioni di certi “fustigatori” del cattivo uso linguistico nei secoli scorsi; ma decisamente non si attaglia a quello che facciamo oggi noi oppositori dell’itanglese. Chi legga i testi di Zoppetti, di Valle o miei, vedrà che l’atteggiamento generale è molto lontano da un «tu devi fare questo, tu non devi fare quello»: nella pratica, il nostro è perlopiù un lavoro di ragionamento, proposta e divulgazione. Non si tratta di prescrivere, bensì di consigliare, esortare, invitare, e spesso anche solo di informare sui fatti e le possibilità: perché il nostro lettore possa scegliere autonomamente in modo consapevole, anziché limitarsi magari a ripetere un comportamento che aveva sempre compiuto in modo automatico senza fermarsi a riflettere sul suo significato e la sua sensatezza.

Riassumendo, oggi abbiamo dei «descrittivisti», che però non sono gli unici a descrivere, contrapposti a dei «prescrittivisti», che però prescrivono molto poco, e invece spesso descrivono anch’essi… Le due denominazioni non sembrano ottimali. Possiamo provare a pensare a qualche alternativa.

Un’idea che mi è venuta sarebbe di ridefinire le possibilità di quest’approccio alla lingua in modo simile ma leggermente diverso, parlando non di due ma di tre categorie, che potremmo chiamare interventismo, non interventismo e antinterventismo (specificando eventualmente linguistico, nei tre casi, se necessario). L’interventismo è la posizione di chi è favorevole a un qualche intervento sulla lingua, ossia una “modifica consapevole” di certi elementi linguistici. La consapevolezza di tale operazione è un elemento importante: non è interventista chi si limita a riprendere usi proposti senza sapere che nascono come proposta consapevole.

Per fare qualche esempio, era interventista Trissino con la sua proposta di riforma ortografica; lo era Castellani che invitava ad adattare sport e film in sporte e filme; lo era Alma Sabatini, nel voler rimpiazzare poetessa e profetessa con (la) poeta e (la) profeta. Siamo interventisti, oggi, noi che sosteniamo che si debba fare qualcosa affinché l’italiano conservi i suoi caratteri peculiari di fronte allo tsunami anglicus (espressione di De Mauro); è interventista Michela Murgia, e chi come lei usa lo scevà nei propri testi, seguendo più o meno la proposta di Vera Gheno al riguardo. Un interventista potrebbe desiderare un ritorno al passato, a forme linguistiche ora desuete o meno diffuse, oppure essere fautore d’innovazioni mai viste prima; ad ogni modo, desidera modificare lo stato delle cose: è un riformista, o un rivoluzionario, a seconda delle idee e dei modi.

Il non interventismo è la posizione di chi, di fronte alla lingua e ai suoi possibili mutamenti, non porta avanti alcuna idea di modifica consapevole: non ha desiderio di andare verso un certo obiettivo, ma non ha nemmeno desiderio di impedire ad altri di perseguire i propri, con le eventuali conseguenze. Non sostiene né si oppone: è neutrale.

Terzo e ultimo, l’antinterventismo è la posizione di chi di per sé non propone alcuna modifica linguistica, ma si oppone apertamente a quelle proposte da altri. Sarebbe un sottinsieme particolare dell’interventismo, che non manifesta alcun carattere attivo indipendente ma è puramente reattivo. Per esempio, è antinterventista Cecilia Robustelli, nel criticare la summenzionata proposta dello scevà; sono antinterventisti Vera Gheno e Paolo D’Achille, quando bocciano rete sociale come possibile sostituto di social network; eccetera. L’antinterventista è un conservatore dello stato attuale delle cose, comprensivo eventualmente di caratteri in divenire più o meno costanti e prevedibili; circa l’itanglese, sono conservatori (anglopuristi, li chiama Zoppetti con espressione arguta) quelli che criticano ogni proposta d’italianizzazione, facendosi difensori degli anglicismi e della loro diffusione continua e al momento incontrastata.

Questa suddivisione tripartita è un’idea preliminare, su cui non ho riflettuto a fondo. Altri potranno dare il proprio parere e farsi avanti con eventuali migliorie. Mi è sembrato importante, in ogni caso, dare uno spunto e provare ad avviare la discussione. In chiusura, lascio al mio lettore una riflessione per la quale sono debitore a Gabriele Vietti. È soltanto nel campo della linguistica che osserviamo una contrapposizione così acerba tra studiare l’oggetto della disciplina e usare le proprie conoscenze per tentare di cambiare le cose. Nessun biologo viene deriso e considerato uno stupido se propone di salvare le specie in pericolo, oltre a studiarle; nessun medico è considerato antiscientifico se desidera eliminare una malattia dal corpo del paziente, oltre che studiarla; nessun sociologo viene definito “aberrante” se propone misure per rendere più equa e giusta la società in cui viviamo. Nella linguistica invece assistiamo a questo ostracismo collettivo di cui abbiamo parlato. Ciò, di nuovo, avviene in Italia, ma non è universale: in altri paesi, in particolare gli altri paesi latini, d’Europa e d’America, prossimi a noi linguisticamente, spiritualmente e culturalmente, la situazione è assai differente. Anche questo dovrebbe farci riflettere sull’attuale «anomalia italiana»: per provare innanzitutto a capirla, e poi, magari, ad agire di conseguenza.

*Giulio Mainardi è un traduttore che s’interessa di questioni linguistiche, in particolare di glottotecnica, fonotassi e influenze interlinguistiche. Sulla questione dell’itanglese ha pubblicato Coccotelli, computieri e cani caldi, 2021.»

Itanglese: un fenomeno unico

«L’elitismo, la rapidità, la portata e la penetrazione degli (pseudo)anglicismi nella lingua italiana di oggi non conosce precedenti né storici né geografici». AUTORE: Peter Doubt*


Cos’è il «portuñol«? Quanti dei nostri lettori ne hanno sentito parlare?
Creolo formatosi spontaneamente, e osservato da ormai un paio di secoli nelle zone limitrofe tra Uruguay, Argentina (e altri Paesi sudamericani di lingua castellana) e il Brasile, nonché registrato da tempo in alcune zone lungo il confine tra Spagna e Portogallo, il «portuñol» è uno dei più classici esempi di pidgin (o creolo, o lingua mista, secondo i criteri usati) originatosi da contatti tra comunità adiacenti e necessità di mutuare vocabolario reciprocamente per ragioni di praticità.

Un viaggio attraverso la bella e verdissima frontiera tra Spagna e Portogallo offre una prospettiva linguisticamente unica, ascoltando dialetti e idiomi generatisi nei secoli dove, a spagnolo e portoghese – secondo la latitudine – si mischiano anche elementi di asturleones, a Nord, o di andaluz, nella parte piú meridionale del confine (il cosiddetto barranqueño ne è un esempio).

Senza voler annoiare il lettore, il punto di questo sermone linguistico su un frammento del mondo hispanolusitano consiste nel mettere in evidenza la definizione di quella che sarebbe realmente una «lingua fatta dai parlanti«.
Quando i linguisti d’Italia liquidano pigramente, irritati, distratti, il crescente fenomeno del misto fritto itanglese dicendo che «la lingua la fanno i parlanti«, o che «è sempre stato così«, o che «l’italiano è sempre stato una lingua bastarda» peccano, semplicemente di cecità, e – non dovrebbe sorprendere- provincialismo.



I fenomeni osservati nella storia, e registrati da linguisti con gli occhi aperti e non troppo occupati a recitare a memoria la bibliografia di De Saussure, sono molti. A parte l’adiacenza geografica che ha dato luogo all’alternanza di codici sviluppatisi con il portuñol, o il famoso Spanglish nato a Puerto Rico oppure tra il Messico e alcune zone degli Stati Uniti d’America (Arizona, New Mexico, California, Florida, parti del Texas, ecc.), ci sono poi i fenomeni di spontanea meticciazione linguistica occasionatasi in comunità di migranti. Si pensi al lagunen-deutsch della regione dei laghi del Cile, dove migranti di lingua tedesca dei sudeti (attuale Repubblica Ceca) e di Austria e Germania si insediarono a partire dal secolo XIX, un fenomeno interessantissimo dove spagnolo e tedesco entrarono spontaneamente in un calderone e ne uscirono producendo effetti strabilianti, sia dal punto di vista lessicale che dal punto di vista di alterazioni morfologiche (verbi spagnoli declinati alla tedesca, ecc). Senza andare così lontani, la penisola italiana visse fenomeni simili (anche se moltissimi secoli prima e con le sue peculiarità) con il griko in alcune parti del Salento o le isole linguistiche gallo-italiche della Sicilia.


Eppure, tornando ai giorni nostri, è dovere notare come, dai quasi 5 milioni di cittadini stranieri arrivati in Italia dal 2000 in poi (e che includono comunità numericamente consistenti di cittadini rumeni, marocchini, cinesi e albanesi), la lingua italiana non abbia assorbito un solo neologismo o non abbia mutuato assolutamente nulla. Al contrario, invece, del cockney londinese (e non solo, si parla proprio di un Multicultural English) dove da decenni non si contano sia le espressioni che gli elementi fonologici e morfologici di provenienza giamaicana (e non solo), che sono attivamente penetrati – dal basso, cioè dai parlanti. O si pensi al francese dove, specialmente in aree urbane, l’apporto linguistico da parte, per esempio, di comunità arabe è un dato di fatto, e dove ormai le nuove generazioni cosiderano molti nuovi vocaboli lingua francese al 100% (caoua, seum, kif, chouïa, souk e molte altre). Esatto, la lingua la fanno i parlanti.

Il problema è che nessuno dei fenomeni descritti sopra rappresenta qualcosa in comune con la valanga itanglese di oggi. Non ha nulla a che vedere con la normale e graduale evoluzione dal basso – di qualsiasi lingua – avvenuta durante secoli, se non millenni, tra prestiti, assimilazioni e adattamenti.



Invece, dentro un’ottica più elitista, le analogie con l’itanglese del secolo XXI iniziano a scorgersi se ci avviciniamo a fenomeni di lingue creole sviluppatesi sotto dominazioni coloniali, dove una lingua importata militarmente si è imposta o sovrapposta. Si pensi al pidgin dell’Africa Occidentale (con varianti differenti in Nigeria, Ghana, Camerun, ecc), al kriol del Belize (definito ufficialmente «lingua di contatto» e che iniziò a radicarsi con l’avvento della tratta degli schiavi nel secolo XVI), al patois della Giamaica e il chabacano (e in maniera minore il tagalog) delle Filippine. Gli esempi sarebbero centinaia e furono il risultato di uno sviluppo a due livelli. Da una parte, quello istituzionale e burocratico, con governatorati, tribunali, polizia ed eserciti che inevitabilmente esercitavano i propri poteri nelle lingue colonizzatrici costringendo i colonizzati ad adeguarsi. Dall’altro il fatto che tanto l’alfabetizzazione come l’educazione obbligatoria fu spesso istituita dalle forze colonizzatrici, impiantando le lingue colonizzatrici con robuste radici e trasformando le popolazioni locali in angloparlanti quasi nativi nel giro di un paio di generazioni. In altre parole, la lingua coloniale catapultata dall’alto e le lingue o, più spesso, dialetti locali (527 solamente nel caso della Nigeria) usati dalla popolazione comune portarono spesso a vere e proprie fusioni linguistiche, in alcuni casi completate da standardizzazione e ufficializzazione. Eppure l’Italia non è una colonia o una ex colonia, per cui neanche l’ultimo caso riesce ad offrire particolari esempi di precedenti simili all’ibdridazione linguistica degli ultimi 20 anni.



C’è poi l’altra «Leggenda Metropolitana del Linguista Pigro» secondo cui un fenomeno simile si sarebbe già visto con il francese a cavallo dei secoli XIX e XX. È vero che dalla Francia arrivarono molti prestiti (alcuni assimilati, come bigiotteria o gendarme, altri che rimasero integrali, come boutique), ma si trattava di parole individuali (e comunque molto minori in numero rispetto allo tsunami contemporaneo), al contrario della valanga di ibridazioni sintattiche dell’itanglese attuale che relegano sempre di più l’italiano a un guscio di preposizioni e congiunzioni, o che ne stravolgono le regole della sintassi (no green pass day, we are hiring, sugar-free, 4-weeks for inclusion, pet therapy, car sharing, employer branding, back to school, storytelling consultant, beauty influencer, call per start-up green, delivery pick up point, look total white, vaccination manager, boom dei ready to drink, drive-in covid, rider support, Not-a-museum, Italy4culture, Italia Team e centinaia di altri).


In altre parole, l’itanglese resta un fenomeno unico e sorprendentemente sottostimato perché sta avvenendo con una rapidità senza precedenti. Ricapitolando:
1) senza una colonizzazione fisica, una presenza militare o un dominio politico da parte di un Paese angloparlante (al contrario, per esempio, di Malta, dell’Irlanda o di altre colonie ed ex-colonie);
2) senza che l’Italia confini con un Paese angloparlante e che avvenga un intercambio o mutualizzazione linguistica per adiacenza geografica;
3) senza che questa enorme influenza linguistica avvenga attraverso l’apporto di comunità di immigrati, per esempio in aree metropolitane, nonostante il loro numero sia aumentato considerevolmente negli ultimi 25 anni;
4) senza che i prestiti linguistici si limitino alle sole sostituzioni lessicali.



Che l’itanglese non sia un fenomeno linguistico «fatto dai parlanti«, insomma, è ovvio anche a un bambino, ed è desolante vedere accademici e linguisti di professione liquidare pigramente questa improvvisa mutazione linguistica e culturale dicendo il contrario. Pensate all’apparire dal nulla di espressioni catapulate dall’alto, da ministeri, comuni, enti pubblici. Jobs Act, navigator, cashback, smart working, super green pass, lockdown, caregiver, rispettare il droplet, la Spending, il Board, la stepchild adoption, It’sArt, il mobility management e centinaia di altri da parte di governo e agenzie governative. Pensate ai mostri linguistici quali no gender, no green pass day, family day, no paura day, Run for mem da parte di partiti ed organizzazioni politiche. Pensate all’INPS quando pubblica comunicati come il «4-Weeks for Inclusion: change management e inclusione» e parla di workshop. Pensate alle Poste italiane quando sostituiscono ormai per sempre parole come spedizioni, posta celere, e resi con reverse paperless, my poste delivery business, e poste delivery express. O a quando Trenitalia onanizza con train manager, self check-in, crew, Trenitalia for business, «see you there!«, e riempie il suo magazine di anglicismi inutili quali lifestyle e investor relations. O quando i comuni e le regioni parlano di Ro.Me (sul serio), food policy, park & ride, Happy popping (sul serio), shared wood e organizzano un «talk» in un «Park Hub ai designer under 30«. O quando una signora di 80 anni malata di cancro riceve una lettera dall’ospedale della sua città invitandola a uno «screening nel Day Hospital Breast Unit«, senza contare i vari Skin Cancer Unit, hospice, week surgery, checkpoint temperatura e drive through covid. O quando vedi che sempre più corsi nelle università italiane sono offerti esclusivamente in inglese, tra un open career day, una masterclass in copywrite e una business school (ormai economia e commercio è cosa obsoleta, come le musicassette). O quando rabbrividisci notando la valanga di professioni ormai in inglese, trasudando narcisismo elitista, dal Warehouse Manager al Head of Talent Acquisition & Sales e dal Chief Sales Officer Key Account al Vice President HR and Organization (mentre si rivolgono a un pubblico italiano).
Peggio ancora, quando il sapore di autocolonizzazione si inizia a sentire vedendo interi quartieri battezzati in inglese e pubblicizzati in lingua completamente ibrida (si veda FeelUpTown o North Loreto a Milano), mercati (East Market), linee della metropolitana (Circle Line), o addirittura i bidoni della spazzatura (City Bin a Mantova).

E tutto questo senza contare:

– i deliri onanistici di giornali, riviste e mezzi di comunicazione contenenti ormai quasi più (pseudo) anglicismi che i loro colleghi della stampa giamaicana, nigeriana o filippina. Non si contano le sezioni, i report e i magazine con titoli e sottotitoli infarciti di news, green & blue, inside over (?), New York stories, longform, moda&beauty, Italian tech, green tech, newsletter, photography, entertainment, cover story, cold case, food & beverage, spycalcio, greenheroes, the best, Andrea’s version e centinaia di altri.
– il bombardamento da parte di pubblicitá e agenzie specializzate le quali sembrano incapaci di completare una sola frase senza infarcirla con deliri da anglomania pura (si pensi, per fare un esempio infinitesimale, al martellamento mediatico del Black Friday e i suoi cugini Cyber Monday, Black Week e Domenica Black Finish).
– l’effetto moltiplicatore, stile ventilatore industriale (o benzina sul fuoco, se preferite) delle reti sociali (i social), dei telefoni intelligenti (gli smartphone) e delle varie piattaforme e applicazioni, quelle sì presenti su scala mondiale, dove termini e neologismi vari si diramano con la velocità della luce (si pensi ai sempre più presenti ghosting, flaming, tagging, fino a tutti gli acronimi da LMFAO a IMO). Ma persino lì, dove il terreno è un po’ più livellato, dove il ruolo della globalizzazione è chiarissimo, dove le sostituzioni non sono così elitiste come negli esempi precedenti, l’enorme peso dei vari (o varie) influencer fa sì che la direzione del flusso linguistico segua comunque una tendenza dall’alto verso il basso.

Quello che sta accadendo oggi alla lingua italiana, non è – nella quasi totalità – un fenomeno spontaneo, nato e cresciuto tra parlanti. Solamente accettare questa semplice verità consentirebbe una maggiore presa di coscienza nei confronti del tipo di futuro, se uno ce n’è, per la lingua italiana e, specialmente, offrirebbe una maggiore inclusione verso i milioni e milioni di utenti del Bel Paese tagliati fuori dalla follia psicolinguistica attualmente in atto.

*Peter Doubt è un traduttore/interprete (spagnolo-inglese-italiano) con doppia cittadinanza britannica e italiana. Vive in Spagna da 14 anni.