Intervista a Tobias Jones

Cosa c’e dietro gli (pseudo)anglicismi in Italia? Si tratta di vanità, di limitazione lessicale, oppure di semplice voglia di «freschezza linguistica»? Ne parla con noi l’autore e giornalista del Guardian.

Tobias Jones (Somerset, Inghilterra), premio letterario, giornalista del quotidiano britannico The Guardian, e autore dei libri Sangue sull’altare (pubblicato in Italia da Saggiattore), Ultra (Compton Newton) e Il cuore oscuro dell’Italia (Rizzoli), giunse in Italia vent’anni fa. Già al suo arrivo notò qualcosa di strano, ovvero termini in inglese o pseudoinglese infilati da tutte le parti.
Siamo arrivati al 2021, con il fenomeno dell’itanglese esponenzialmente più diffuso e la lingua italiana ancora più intorpidita. Abbiamo deciso di interpellare Tobias sul tema. Ascoltandolo, non siamo d’accordo con tutte le sue opinioni personali sul fenomeno dell’itanglese, come è normale che sia, ma è comunque interessante vedere il punto di vista di un giornalista britannico in Italia.

1) Nel tuo libro del 2003, «The Dark Heart of Italy» (Il cuore oscuro dell’Italia), ci sono un paio di pagine in cui descrivi le tue prime impressioni con l’ossessione italiana per gli anglicismi e gli pseudoanglicismi.
Cosa ricordi in particolare che ti colpì all’inizio? Ti aspettavi una cosa del genere al tuo arrivo in Italia?

Mi ricordo che in quegli anni le compagnie di telefonini e di banda larga stavano crescendo alla grande e le parole inglesi invariabilmente finivano nelle pubblicità: le parole straniere erano sfoggiate come una specie di connessione cosmopolita, un simbolo di come queste aziende telefoniche e di internet ti potevano mettere in contatto con il mondo intero. Ci fu una fase (che probabilmente continua ancora) in cui non trovavi una sola pubblicità senza una parola in inglese. Cioè mi fece immediatamente sospettare del fenomeno – era tutto parte di quelle tecniche di vendita persuasive, il vendi-vendi capitalista.

2) Suppongo che qualche volta avrai chiesto ai tuoi interlocutori italiani il «perché» di questo. Che risposte hai ricevuto?

È considerate figo. Ti fa apparire più di classe e più internazionale. Tieni in conto che la maniera in cui l’italiano si parla e, specialmente, si scrive, è molto diversa dall’inglese britannico. Qui in Italia è normale per un giornalista inserire una frase in latino, greco o francese, per cui chissà l’inglese fa parte di quella strana miscela che vuol far apparire chi scrive spettacolarmente intelligente. È scrittura per ostentare e rivela una nozione di parole che è diversa: sono usate per comunicare la bravura di chi scrive, non per comunicare quello che chi scrive vuole dire. Un mio amico dice che la lingua italiana si parla per il suono, non per il significato.

3) Dal 2003 la valanga di anglicismi nella lingua italiana è aumentata esponenzialmente. Ti mostro un campione della prima pagina del sito di «la Repubblica» di oggi, 9 Novembre, dove abbiamo contato 106 anglicismi (vedi immagine su). Alcuni italiani liquidano la questione dicendo che «anche in Inghilterra» si usano parole in italiano. Cosa ne pensi?

L’esterofilia esiste ovunque e ci sono anche alcune parole che sono penetrate nella lingua inglese dall’italiano (catenaccio, panino – usato incorrettamente come “panini” per il singolare! – ecc.). Ma il livello è molto, molto differente. Credo che ci sia un fenomeno molto più interessante qui. Per tutti gli elogi alla lingua italiana (si veda l’eccellente libro di Stefano Jossa sul tema) è una lingua molto rigida e statica. Esiste uno standard di riferimento antico a cui le parole sono sempre incatenate. Non ci sono due dozzine di altri Paesi che contribuiscono alla creazione di gergo, idiomi, nozioni, idee e sottigliezze. L’inglese è enormemente arricchito dall’inglese indiano, giamaicano, neozelandese, ecc.  Invece l’italiano ha un vocabulario minuto rispetto all’inglese e non riesce ad evolvere. Il numero di neologismi registrati è una frazione in confronto a quelli che appaiono ogni mese in inglese. Per cui è forse inevitabile che la lingua italiana sia obbligata a prendere in prestito all’estero. Eppure il problema principale, secondo me, consiste nel fatto che i giornalisti vogliono ostentare ed esibire (spesso incorrettamente) quello che hanno imparato. È un problema di vanità più che di linguistica.


4) Nel 2019 hai pubblicato «The Underworld of Italian Football» («Ultrà. Il volto nascosto delle tifoserie di calcio in Italia«), un viaggio coraggioso e dettagliatissimo nel mondo degli ultras italiani. Anche in quel mondo hai notato una presenza importante di anglicismi, per esempio nei cori da stadio e negli striscioni. Ci racconti di più? Che impressione ti ha fatto?

È un paradosso che in un mondo tutto basato su radici e appartenenza al borgo e al quartiere, questi gruppi cantino frequentemente canzoni tradizionali degli Stati Uniti («le bandiere sventoleranno» viene da Red River Valley!) or addirittuta God Save the Queen (con parole differenti). Ho cantato vari cori da stadio con i miei amici di Cosenza in inglese («Comes on Wolves [due sillabe su Wolves!] Come on«). Sventolano bandiere dell’Union Jack, o bandiere confederate e così via. Fa tutto parte della contraddizione tra il voler avere radici molto solide e volere, allo stesso tempo, apparire internazionali. L’esterofilia tra gli ultras è molto evidente: elogiano gli hooligans britannici, e i tifosi birtannici, anche loro, elogiano gli ultras italiani. In questo senso, chissà vale la pena dire qualcosa di positivo sul fenomeno: se gli ultras italiani (o i politici, o i giornalisti, ecc) usano parole straniere, non è sempre solamente per far farsi belli o per la scarsezza di vocabolario italiano. È perché esiste una certa apertura, una generosità e una curiosità che a molti di loro invoglia a voler gustare, nella propria bocca, il sapore di parole differenti. È facile criticare questa abitudine, eppure riflette, allo stesso tempo, qualcosa che io trovo anche affascinante, cioè l’apertura di molti italiani verso influenze esterne.

5) Gli anglicismi sparsi ovunque anche nei cartelli pubblicitari vengono visti come qualcosa di negativo da persone madrelingua inglesi?

Sì. È deprimente ed imbarazzante – prova del livello straordinariamente basso di immaginazione da parte del settore pubblicitario. È tamarro, falso e melenso.

6) Tu conosci l’Italia perfettamente. Ci vivi e ci lavori intermittentemente da quasi vent’anni e sei perfettamente integrato.
Secondo te questo avvento dell’itanglese é dovuto a mancanza di orgoglio nazionale? Come si coniuga con il fatto che gli italiani sono eccezionalmente nazionalisti quando l’argomento è la loro gastronomia, le mozzarelle, il calcio o la Ferrari?

Che domanda difficile! Credo rifletta tantissime cose: c’è forse, come tu suggerisci, una certa mancanza di orgoglio nazionale – ma personalmente la trovo una cosa attraente.
Suppongo (e chissà per quale motivo usiamo le parole che usiamo, figuriamoci perché le usa un’intera nazione) che a volte gli italiani condiscano la loro lingua con anglismi per cercare una certa originalità che magari l’italiano non offre. E questa mancanza di orginalità chissà può essere dovuta all’istruzione, la televisione, le prossimità etimologiche, chi lo sa…
Eppure una lingua che si rigenera più lentamente (lo stesso avviene con questioni demografiche, e qui torniamo al controverso territorio dell’immigrazione) richiede un certo influsso per poter adattare nuove espressioni a nuove realtá. I parlanti italiani sono attratti da un certo desiderio per una freschezza linguistica e credono di trovarla parlando inglese. Il fatto che poi questo stesso itanglese finisca per deformare e cambiare parole inglesi non è (come io un tempo credevo, temo un po’ arrogantemente) un segno di cattivo uso ignorante. Lo è invece di una creatività bramata da parte di chi lo usa. Un mio amico libraio con un ottimo livello d’istruzione spesso usa parole inglesi che sono state “parmigianate”, trasformate alla parmense, e alla fine abbiamo creato tra di noi un nostro gergo eloquente.

Domande a cura di Peter Doubt e Lorenzo Di Las Plassas
(Traduzione: Peter Doubt)

Un comentario en “Intervista a Tobias Jones

  1. davidruggiero

    Nonostante scriva sul «Guardian» è un’intervista condivisibile. E’ ridicolo pensare che l’italiano abbia «scarsezza» di vocabolario e basterebbe pochissimo per capirlo: ogni termine inglese comunemente usato ha una sua traduzione italiana, da «spread» a «premier» finanche a «weekend». Anche il fatto che l’italiano sia una lingua «rigida» e poco adatta ai neologismi pare legato a un’idea completamente sbagliata, cioè che alle novità presentate dall’attualità debba corrispondere una modernità della lingua: l’italiano ha tutte le caratteristiche per esprimere l’effimera mutevolezza attuale con le regole linguistiche derivate dal latino, dal greco o dal volgare, sia ad esempio il termine (che io personalmente disprezzo) «stiloso». Non avremmo mai trovato tale lemma su un dizionario di un secolo fa, indubbiamente, e quindi è un neologismo ma formato in maniera «classica». Ritengo che l’uso debordante degli anglicismi sia dovuto alla mentalità provinciale dei «giornalisti» italiani che credono che l’italiano sia una lingua da bruti, e allora perché la lirica è quasi tutta in italiano? O forse gli anglicismi vengono usati per nascondere l’ignoranza degli stessi autori che non saprebbero usare il corrispondente termine italiano: non sono così sicuro che chi abbia usato i vari «beauty revolution», «must have» «b-girl» sappia poi effettivamente usare il corretto termine italiano. Insomma se gli anglicismi vengono usati così di frequente è colpa della pochezza di chi lo fa. In un caso, invece, attribuirei valenza diversa all’uso degli stranierismi: quando si parla di politica internazionale, o di economia ad essa legata, nel qual caso l’uso di stranierismi si spiega col fatto che è bene tener nascosto qualcosa al lettore, lasciandogli inferire il significato dal contesto, cosicché si ponga meno domande al riguardo.

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