L’itanglese visto dalla Spagna

«Si è arrivato a un punto in cui sembra che se il tuo discorso non è costellato di termini in inglese, non verrai considerato da nessuno». AUTORE: Ana Andreu Baquero*

Immagine: esempio di pubblicità in creolo, Italia, 2021.


Il mio primo contatto con la lingua italiana è stato più di trent’anni fa, ai tempi dell’università.  Avevo solo diciannove anni e stavo facendo i primi passi di un percorso che, con il tempo, mi avrebbe portato a quella che adesso è la mia professione: la traduzione. In quel momento l’oggetto  della mia laurea erano la lingua e la letteratura inglese e, anche se studiare l’italiano non faceva parte del mio piano di studi, ho deciso di impararlo lo stesso per un motivo molto semplice: la sua bellezza. Obbiettivamente, dal punto di vista linguistico non esistono lingue più belle di altre, ma io, come la maggior parte degli spagnoli, mi sentivo attratta da una lingua che  ricorda molto la nostra, ma che per la sua intonazione e musicalità percepiamo come più dolce e melodiosa. In fin dei conti, non per nulla viene considerata in tutto il mondo come la lingua dell’amore.

Comunque, l’italiano con cui ho avuto a che fare in quel periodo era basicamente accademico. Era la lingua dei libri di testo, della letteratura, non quella della quotidianità, che si sente per strada, nei bar, nelle conversazioni tra amici, e nemmeno quella dei mezzi di comunicazione. Era, per così dire, una versione un po’ irreale del italiano vero.

Le cose sono cambiate qualche anno dopo, quando ho sposato un italiano e mi sono trasferita nel “Bel Paese”.  Lì ho scoperto un fenomeno che mi ha colpita molto: la quantità esagerata di parole inglesi che la gente usava in quasi ogni discorso e contesto. Quello che per loro era normale, per me, come straniera, non aveva nessun senso. Continuamente sentivo dei termini come babysitter, metal detector o budget, che non solo stonavano col resto del discorso, ma che contravvenivano le elementari regole dell’ortografia e della pronuncia e, nonostante la maggior parte avesse un equivalente in italiano, non veniva mai usato da nessuno.

Questo succedeva veinticinque anni fa. Da allora, a mio parere, la situazione è degenerata. Gli anglicismi hanno completamente invaso la lingua di Dante. Si trovano dappertutto: nel mondo del lavoro, della política, dello sport, dello spettacolo e, chiaramente, in quello della tecnologia. Per non parlare dei nuovi ingressi dovuti alla pandemia che stiamo vivendo in questi ultimi due anni. Si è arrivato a un punto in cui sembra che se il tuo discorso non è costellato di termini in inglese, non verrai considerato da nessuno.

In molti diranno: “ma questo succede in tutte le lingue!” Sì e no. Non possiamo negare che oggigiorno gran parte delle lingue subiscono, in maggiore o minore misura, l’influenza dell’inglese; ed è anche vero che il fatto che distingue una lingua morta da una viva è che quest’ultima muta e si evolve in continuazione per molti motivi, tra cui l’interazione con altre lingue, ma le conseguenze di ciò possono essere sia positive che negative. Quando una lingua prende «in prestito» un termine che fino a quel momento non esisteva, e la adatta fonologica e morfologicamente, essa si arricchisce (per esempio, bistecca proviene dall’inglese beef steak e adesso è una parola «perfettamente» italiana). Se invece l’uso di questi prestiti diventa un «abuso» e si comincia a sostituire parole già esistenti per altre che sembrano più moderne o sofisticate per il fatto di appartenere a un’altra lingua e, in più, si mantiene la grafia e la pronuncia originali, essa s’impoverisce.

Se ammetiamo che la situazione è critica, e considero che in tanti sarebbero d’accordo, è arrivato il momento di chiedersi cosa si può fare per risolverla. Anche se non sembra facile, secondo me qua bisogna far entrare in gioco un fatto indiscutibile: se c’è un argomento su cui tutti gli studiosi sono d’accordo è che le lingue appartengono ai parlanti. Sono loro a decidere come vengono usate le parole, i cambiamenti grammaticali che si producono con il trascorrere del tempo e, soprattutto, che nuovi termini entrano nel vocabolario comune e quali vanno in disuso. Ed è proprio per questo motivo che è arrivato il momento in cui tutti quelli che amano l’italiano si prendano le loro responsabilità. Perchè anche se le lingue servono essenzialmente per comunicarsi, dobbiamo tenere presente che sono anche uno strumento per la costruzione del sapere, per formarsi dal punto di vista personale e professionale e, soprattutto, sono anche un’eredità della nostra famiglia, della nostra cultura, il veicolo attraverso il quale ci sono arrivate le prime espressioni d’amore per bocca dei nostri genitori, le filastrocche, le canzoni della nostra gioventù. Ed è per questo che dobbiamo considerare l’italiano un bene prezioso, come un gioiello che si tramanda da generazione in generazione e che, se non viene trattato con cura, finirà per deteriorarsi e sciuparsi.

E come possiamo prenderci cura di questo gioiello? Per cominciare, bisogna prendere atto della esistenza del problema. Spesso e volentieri accettiamo le cose come vengono e non ci soffermiamo a pensare che è arrivato il momento di intervenire. Forse per me è stato più facile vederlo perchè potevo paragonare la situazione con quella della mia madre lingua. Da lì in poi ognuno di noi deve sforzarsi per evitare gli anglicismi sia nelle nostre conversazioni informali come nello svolgimento della nostra attività professionale, e per ultimo, sempre che sia possibile, fare in modo che la realtà attuale della lingua italiana diventi più visibile, per esempio con le persone che ci circondano o attraverso le reti sociali. Forse sembrerà un obbietivo difficile da raggiungere, ma se ognuno mette il suo granello di sabbia, sono convinta che si può fare. D’altronde, siamo arrivati a questo punto perchè un gruppo sempre più numeroso di persone ha cominciato a fare lo stesso nell’altro senso.

*Ana Andreu Baquero, spagnola, è una scrittrice e traduttrice letteraria di inglese, tedesco e italiano. Tra le sue opere, «Lo que Robinson Crusoe le contó a Lolita» (2010).

3 comentarios en “L’itanglese visto dalla Spagna

  1. Jack

    Ehm. Bell’articolo condivisibile ma…trovo che sia difficile prenderlo sul serio se all’inizio c’è una pubblicità che recita «crea la tua strategia di marketing e migliora i risultati del tuo business. Sì, voglio il wedding marketing bundle». Cosa è andato storto?

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  2. Piero Lorenzo

    Ottima disamina!
    Io nel mio piccolo agisco, rifiutando qualsivoglia anglicismo non strettamente necessario e insostituibile.
    Da anni dico e scrivo: «interrete» e così altri lemmi.
    Lottiamo per la conservazione dell’italiano.
    Basta cogl’imbarbarimenti e con l’ITANGLIANO!

    Le gusta a 1 persona

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