Creolizzazione e crollo qualitativo: perché l’italiano è già a rischio

«È un paradosso che proprio coloro che si affrettano a gridare al-lupo-al-lupo contro i rischi immaginari di autarchia linguistica credano che l’italiano goda di chissà quali doti superiori di immarcescibilità. Come un riflesso allo stesso tempo altezzoso e provinciale, come se l’italiano fosse superiore a tutte le lingue a rischio». Autore: Peter Doubt*


Esempio di «arricchimento linguistico», Italia, 2021.

Minimizzare i rischi di un fenomeno in corso, magari per non creare allarmismi, fa parte della natura umana. Eppure, come il famoso principio della rana bollita di Chomsky ci insegna, le conseguenze e i volumi di certi fenomeni si notano e si apprezzano solamente quando è troppo tardi. Durante, non ce ne accorgiamo.

Ed è dunque così che – di fronte all’attuale valanga senza precedenti di (pseudo)anglicismi nella lingua italiana – le legioni di simpatici linguisti dormiglioni d’Italia si affannano, con sorprendente passione, a ripetere che le preoccupazioni per l’italiano sono «prive di fondamento«, che dire il contrario è sinonimo di «catastrofismo«, che «il contatto si limita a strati del lessico superficiali«, che il fenomeno non influenza la sintassi, o che si tratta di un arricchimento linguistico. Oppure si divertono con il vecchio (e flebile) giochetto della reductio ad absurdum tipo che-dobbiamo-dire-panino-polpetta, «qual è il vantaggio di pellicola rispetto a film?«, e così via.

Ma, al di là delle beghe da social (redes sociales in spagnolo, soziale Medien in tedesco e réseaux sociaux in francese – guardate come l’italiano sia l’unico a usare una specie di angloide monco per rendere il concetto), è sufficiente osservare gli esempi concreti invece di rinchiudersi nelle torri d’avorio del conferenzierismo da Twitter. E gli esempi concreti di estinzione (o terapia intensiva) linguistica sono tantissimi. Alcuni, recentissimi.

Siamo andati a studiare il caso della Nigeria, ex colonia del Regno Unito. Eccovi un breve riassunto.
Vastissimo Paese africano, con oltre 200 milioni di persone, circa 250 gruppi etnici e centinaia di lingue autoctone, la Nigeria si trova oggi in una posizione linguisticamente molto difficile.

I britannici arrivarono nel secolo XIX e restarono al comando fino al 1960. In realtà, non tantissimo tempo, ufficialmente per 99 anni, periodo però sufficiente a disintegrare le lingue nigeriane più minoritarie ed erodere significativamente quelle più popolari (per esempio igbo, hausa e yoruba).


Campagna per la salvaguardia delle lingue nigeriane in pericolo, 2017.


È successo questo. Schiacciate dalla pressione dell’inglese, le lingue locali hanno dato luogo rapidamente a una fusione linguistica, un ibrido, un creolo (conosciuto ufficialmente come Nigerian Pidgin English, la cui denominazione ha mantenuto la parola pidgin anche successivamente al suo cristallizzarsi in creolo).
Parallelamente, l’inglese è diventata la lingua ufficiale, quella elitaria e delle istituzioni, la cui penetrazione sempre più forte ha fatto sì che moltissimi dei suoi vocaboli, espressioni e strutture si siano sovrapposti agli equivalenti autoctoni, spesso cannibalizzandoli completamente.
Oggi nel Paese africano si grida «Help! Nigerian languages are disappearing!» (Aiuto! Le lingue nigeriano stanno sparendo!), e si fanno accorati appelli per salvare le lingue locali, perché la tendenza indica nettamente che le nuove generazioni stanno perdendo contatto con tonnellate di vocaboli e strutture linguistiche autoctone.
Secondo l’UNESCO, le lingue nigeriane sono a rischio di estinzione. Nove sono già del tutto scomparse:

«Oggi, specialmente nelle case delle classi più alte, la norma è sempre di più quella per cui la prima lingua dei bambini è l’inglese, la lingua degli antichi coloni della Nigeria. Negli stati sudoccidentali – da Lagos a Ogun, da Oyo a Osun, da Ondo a Ekiti, nonché parti di Kwara e Kogi – dove la lingua nativa è lo Yoruba, gli indizi per la lingua madre sono di cattivo auspicio. Ancora peggiore è la moda di educare i propri figli in scuole private elementari e superiori dove non si insegna più nelle lingue nigeriane, ma in inglese, dunque condizionando implicitamente i propri figli a dare un valore superiore a una lingua straniera nei confronti della propria. […] In alcune scuole esclusive di Lagos e Ibadan, la maggioranza degli studenti non sa nemmeno salutare in Yoruba, giacché nelle scuole pubbliche e private non è permesso dalle regole interne comunicare in lingue descritte come ‘vernacolari'».

Secondo il Ministro della Cultura, Lai Mohammed, «l’80 per cento dei giovani nigeriani, specialmente coloro tra i 12 e i 18 anni d’età, faticano a esprimersi fluentemente nella propria lingua, oppure non la parlano affatto«. Chissà se anche questo gli angloinvasati italiani lo chiamerebbero «arricchimento».

L’esempio della Nigeria dovrebbe aiutare a darci una prospettiva su fenomeni italiani molto recenti. A parte la vanità e il tamarrismo elitista dilagante (vedi qui), quali altre conseguenze potremmo aspettarci da politiche quali l’obbligo dell’inglese per essere assunti nella Pubblica Amministrazione – dal 2017, in Italia? Oppure il Decreto Sostegni bis (dl 73-2021) secondo cui, per poter accedere al «Fondo italiano per la scienza», le richieste scritte, i progetti, e addirittura i colloqui orali, devono essere presentati in inglese pena l’irricevibilità della domanda (leggi qui i dettagli). Oppure sul fatto che sempre più atenei italiani impartiscono corsi al 100% nella lingua superiore. Per citare l’accademica statunitense Jane Tylus, nel suo saggio «Global English? Un esempio da Firenze» scritto per il libro «Fuori l’italiano dall’università?» a cura dell’Accademica della Crusca (Laterza, 2013): «perché impoverire il nostro linguaggio scientifico, perché impedirgli di crescere e di svilupparsi, e di acquisire autorevolezza, a beneficio di una lingua diversa, anch’essa impoverita dall’essere destinata alla mera comunicazione di dati tecnici in un circolo limitato di studiosi?«

Manifesto per la salvaguardia della lingua basca (euskera), 2018.

Come nota Salvatore Claudio Sgroi, riferendosi precisamente all’attuale andazzo dell’italiano «Se non adoperata nei contesti culturali alti, una lingua si impoverisce. E riducendosi via via tali occasioni d’uso, essa finisce con l’essere rimpiazzata dalla lingua più «forte», di una comunità culturalmente superiore«.

Del resto, «le conseguenze del contatto tra lingue di diverso status, quindi in equilibrio instabile tra di loro, possono essere diverse, se non opposte, ma potenzialmente conducono tutte ad un fenomeno di ‘obsolescenza linguistica’. La riduzione strutturale e funzionale rende debole l’idioma minoritario portandolo alla fine alla sua assimilazione all’interno della lingua standard (processo definibile come ‘dialettizzazione della lingua’), mentre il mantenimento di strutture arcaiche sottende l’’imbalsamazione’ della lingua, il suo uso in contesti stereotipati e quindi l’assenza di vitalità del sistema e nella creatività del parlante. La lingua diventa così obsoleta e il suo uso sempre meno funzionale alle nuove esigenze comunicative«. (Silvia Dal Negro, 2004, cit. da Deidda) [1]

Come scrive Claudio Marazzini, dire che è una lingua è a rischio non significa solamente che letteralmente rimangono zero parlanti di quella lingua. Ridacchiarci su, da parte di linguisti di professione, o fare finta che la lingua italiana sia immune dai rischi di pidginizzazione, creolizzazione, o semplicemente impoverimento esponenziale, è una grande irresponsabilità. Nessuno, nel secolo XXI, si sognerebbe mai di scrollare le spalle dicendo che «tanto-scompaiono-da-sempre» parlando di piante, alberi, animali, o di fronte a esempi di beni culturali a rischio. Perché quando ce ne si accorge, spesso è troppo tardi.

È un paradosso che proprio coloro che si affrettano a gridare al-lupo-al-lupo, ogni 5 minuti, contro i rischi immaginari (nel 2022) di un'»autarchia linguistica» credano che l’italiano goda di chissà quali doti superiori di immarcescibilità. Quasi come un riflesso allo stesso tempo altezzoso e provinciale. Come se l’italiano fosse qualcosa di superiore a tutte quelle lingue sull’orlo dell’estinzione, già estinte o qualitativamente a rischio (il già menzionato yoruba, ma anche il gaelico scozzese, il cornico, l’aranés, l’euskera, le lingue uto-azteche, il bretone, il gallurese, il platt deutsch, il ladino e infinite altre). Scommetteremmo che, verso di loro, i nostri cari linguisti mostrerebbero una maggiore attenzione e sensibilità.

12 lingue europee a rischio immediato secondo l’UNESCO, 2021.

[1] Sara Deidda, tesi di laurea, «La questione sarda. Aspetti sociolinguistici e di politica linguistica«, Alma Mater Studiorum, 2014/15.

*L’autore Peter Doubt è co-fondatore di Campagna per salvare l’italiano. Di doppia cittadinanza italiana e britannica, con studi all’Universita di Birmingham (Gran Bretagna), è traduttore e interprete inglese/spagnolo/italiano e vive in Spagna da quasi 15 anni.

3 comentarios en “Creolizzazione e crollo qualitativo: perché l’italiano è già a rischio

  1. Quello che colpisce, nelle posizioni di chi nega i rischi dell’anglicizzazione, è proprio la mancanza di argomentazioni nel sostenere le proprie tesi. Non c’è molto, a parte la ridicolizzazione emotiva degli avversari che riduce all’assurdo, e a parte ripetere quel che diceva per esempio De Mauro negli anni ’80 per confutare l’allarme di Arrigo Castellani. Se non altro le argomentazioni di De Mauro erano allora basate su dati e numeri, dati e numeri che un tempo potevano avere un’interpretazione non allarmistica — anche se le fotografie dell’epoca della presenza degli anglicismi non ne coglievano l’onda in crescita — ma che oggi sono chiari proprio nei raffronti con i dati degli anni ’80. E infatti proprio De Mauro si è dovuto ricredere, davanti ai fatti, constatando lo tsunami anglicus che ci travolge. Dire «secondo me non c’è da preoccuparsi» o «è tutta un’illsione ottica, come la temperatura percipita e verrà un giorno che torneremo a dire tesserino invece di badge» non è supportato da alcun dato, è solo la formulazione di un’opinione soggettiva e slegata dalla realtà. I dati mostrano che il numero degli anglicismi, per quantità, non ha precedenti rispetto per esempio ai francesismi e all’epoca della moda del francese; il loro aumento nei dizionari è innegabile; il loro aumento nella frequenza e il loro penetrare nel linguaggio comune e anche di base, pure; la loro presenza sui giornali — e le comparazioni con ciò che accade in Francia, Spagna e Germania — sono oggettivi e misurabili. Aggiungo che l’inglese ha prodotto un fenomeno senza precedenti nell’interferenza delle altre lingue, e cioè quello dell’ibridazione di centinaia e centinaia di parole miste (da fashionista a whatsappare) che coinvolgono la morfologia. Se è vero che l’interferenza dell’inglese sulla sintassi è poca cosa, è. perché più che cambiare il modo di accostare le parole in italiano, importiamo direttamente le strutture in inglese, con la loro sintassi: se sono un «social media manager» ho importato una struttura direttamente in inglese, e se è vero che non diciamo «covid ospedale» è solo perché diciamo direttamente covid hospital. Questi ultimi fenomeni travalicano completamnte le categorie ingenue del «prestito lessicale», che partono dal presupposto che tutto ciò sia confinato nel lessico e dunque non sono in grado di spiegare i nuovi fenomeni di interferenza ben più complessi. E non riguardano solo il trapianto delle parole inglesi, ma anche il riutilizzo, la ricombinazione e la neoconiazione degli elementi inglesi che vengono riconiati al’italiana nei tanti pseudoanglicismi, vedi lo smart working, che non è un prestito, ma una neologia italiana con una dislocazione dei due elementi che segue una grammatica inconscia anglofona interiorizzata. Ciò travalica il lessico, ed è un fenomeno recente che si riscontra solo nel caso degli anglicismi, mentre tutti gli altri forestierismi sono confinati nella sfera lessicale.

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  2. Mi trovi d’accordo con la tua analisi, caro Antonio.
    L’argomento della sintattica «non intaccata», dietro i quali si nascondono molti «negazionisti» dell’agonia della lingua italiana, è insincero. Lo è perché, come ben dici l’interferenza/ibridazione/»intaccatura» consiste in interi «pezzi lessicali», con le regole sintattiche (e di componenti sintattici) dell’inglese, teletrasportati così come sono in frasi italiane. Questo è ormai ovunque nell’italiano e sono spesso veri e propri corpi estranei (si pensi a «must-have»).
    Per fare un’analogia buffa (o, più che altro, da storia del terrore) sarebbe come incollare una gamba di un cane su un corpo umano e dire che non è un ibrido perché la gamba rimane canina e il resto del corpo rimane umano. E che sarebbe ufficialmente un ibrido solamente se il resto degli arti iniziassero a muoversi come se fossero di un cane, e se la persona in questione iniziasse ad abbaiare. Allora sì, sarebbe un ibrido.
    Insomma, un argomento assurdo.
    Se questi attenti linguisti davvero aspettano che l’italiano si comporti tipo «Ti piace il milk, don’t tu?» o «Io will fare i casacompiti tardier», per dire che c’è un problema, allora siamo davvero alle comiche.
    E intanto, ripeto, nota l’arrivo insistente di «must-have», «no+ qualsiasi cosa», ecc..

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  3. Pingback: Il Decalogo dell’Angloinvasato* – Campagna per salvare l'italiano

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