Chi siamo


Hai notato qualcosa di strano nella lingua italiana degli ultimi anni?
Sei perplesso circa il fatto che l’italiano sembri aver smesso di evolversi, di adattare e di creare neologismi propri, appassendosi sempre più rapidamente ed appiattendosi nello stile di un creolo confuso e spesso incomprensibile?
Ti preoccupa l’attuale tendenza provincialpacchiana di infarcire – senza motivo – frasi con termini (pseudo)inglesi?
Ti infastidisce vedere questo fenomeno, in tali proporzioni, unicamente in Italia (a parte, forse, le ex colonie angloparlanti)?
Se hai risposto «sì» ad almeno uno dei quesiti, allora ti trovi nel sito giusto.


Campagna per salvare l’italiano è stata fondata nel Novembre 2021 da un gruppo di amanti dell’italiano, Tra di noi ci sono tante persone comuni, di tutte le età, di destra e di sinistra, apolitiche e non, del Nord, del Centro, e del Sud, cittadini stranieri, italiani con doppia cittadinanza, e italiani che vivono fuori dall’Italia da anni. Ci sono traduttori, linguisti, giornalisti e professori, imprenditori e avvocati, medici e artisti, postini e informatici, ingegneri e pensionati, studenti e ricercatori. Semplicemente, siamo una maggioranza silenziosa che non sopporta più l’idea che una lingua così importante, storica e bella venga lasciata appassire in questa maniera.

Il nostro scopo è di analizzare le cause e le conseguenze (nonché il futuro) di un fenomeno senza precedenti, che trova la maggioranza dei linguisti e delle istituzioni linguistiche d’Italia colpevolmente e inspiegabilmente negligenti, con livelli di interesse – positivo o negativo che sia – assolutamente inadeguati, praticamente nulli.
Come se un etologo scrollasse le spalle di fronte allo sviluppo di una nuova specie animale. O peggio, come se uno scienziato liquidasse il riscaldamento globale dicendo che «l’inverno scorso ha fatto freddo» o che «è sempre stato così».

Eppure, il fenomeno è unico. Assolutamente unico. Considerate la portata, rapidità, volume e capacità di penetrazione da parte degli attuali pseudoanglicismi nell’italiano di oggi. Non esiste un precedente tale. La moda dei «francesismi», a cavallo tra il secolo XIX e l’inizio del secolo XX, non era minimamente nella stessa magnitudine dello tsunami attuale.
Se non altro – e comunque non basta a spiegarlo – perché non esistevano i mezzi di comunicazione, internet, le reti sociali, le piattaforme interattive e il mondo globalizzato di oggi.
È un fenomeno mai visto prima, perché gli unici Paesi che hanno vissuto qualcosa di paragonabile sono ex-colonie, spesso territori in cui la mera alfabetizzazione o introduzione dell’educazione obbligatoria coincise con l’essere sotto dominazione straniera, e che hanno finito per sviluppare lingue creole. Si pensi al patois giamaicano, al pidgin nigeriano, al ceyolonese portoghese dello Sri Lanka, al kriol del Belize, al tagalog delle Filippine, e moltissimi altri.
Ci sono poi fenomeni di influenza reciproca lungo un confine, si pensi allo Spanglish tra la parte meridionale degli Stati Uniti e il Messico o, seppure in tempi e modalità completamente differenti, alle influenze francesi nel Jersey English delle isole del Canale della Manica, o al portuñol tra Spagna e Portogallo.
Ci sono anche le influenze dirette dovute a migrazioni o colonizzazioni di massa, basti pensare all’eredità greca nei dialetti salentini o, in epoche molto più recenti, all’entrata consistente di slang caraibico nel Cockney londinese, elementi di «castiglianizzazione» del catalano, o il gallese della Patagonia, in Argentina.
Al contrario, l’Italia, unico Paese europeo con una tale ossessione per, e diffusione di, pseudoanglicismi, non ha subito un’invasione coloniale o militare, non confina con alcun Paese angloparlante, e il fenomeno dell’immigrazione di massa degli ultimi 20/25 anni non è minimamente da parte di etnie angloparlanti.

La lingua italiana ha smesso di adattare, che sarebbe invece il riflesso normale di tutte le lingue vive del mondo, incluso dello stesso italiano fino agli anni 90. Certo, esistono e sono sempre esistiti i prestiti integrali (bar, jazz, cocktail, blues, bidet, rugby, ecc) e, di nuovo, figurano in tutte le lingue (in inglese dicono diva, primadonna, tiramisù, arpeggio, crescendo, omertà e così via). Ma, da qualche anno, e con tendenza esponenzialmente crescente, la lingua italiana opera su di una scala mai vista. Qualsiasi cosa che abbia un vago profumo «anglo«, reale o no che sia, corretto o pseudo, viene afferrata dai mezzi di comunicazione, dalla politica, dai pubblicitari, dagli enti pubblici, e ritrasmessa fino alla nausea ai 60 milioni di cittadini italiani.

Siamo ben oltre il settore informatico. Si trovano (pseudo)anglicismi inutili ovunque in Italia: dall’università alle poste, dallo sport alla gastronomia, dalla moda alla medicina, dall’industria alla musica, dall’architettura alla politica. Tutto questo amplificato alla grande da televisioni, giornali e riviste.

E, peggio ancora, parliamo di creolizzazione perché siamo ormai ben oltre la valanga di sostituzioni che rendono obsolete parole individuali (green per verde, brand per marca, shopping per compere, ecc). Sempre più spesso si notano miscugli sintattici e ibridazioni che relegano l’italiano alla funzione di contenitore (no green pass day, l’official partner dell’Italia Team, il car sharing, body shaming, il gender gap, we are hiring, back to school, revenge dress, l’employer branding, il backstage beauty, il delivery pick-up point, gli early birds [sic] diners, e moltissimissimi altri).
Lo stesso droplet, pagliacciata pseudoinglese per eccellenza, è apparso nel 2020 per definire con una sola parola l’intero concetto di «distanza di sicurezza», che infatti in inglese si rende con social distancing, in spagnolo con distancia de seguridad, e in tedesco con Mindestabstandsregelung (norma della distanza minima). Gli italiani hanno preferito a un loro termine una parola angloide che significa tutt’altro.
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Le considerazioni da fare sono centinaia, e le troverete esplorando questo sito.
Ma concludiamo questa presentazione con una conclusione, forse la più importante.
Premesso che le lingue sono nate per comunicare, per facilitare e per intendersi, e considerato che viviamo in un’epoca in cui ci si sciacqua lo bocca e si posturea (per usare uno spagnolismo) con la troppo spesso empia parola inclusione, si noti come l’itanglese e lo pseudoinglese in Italia escludano sistematicamente milioni e milioni di utenti italiani da una comunicazione chiara, limpida e diretta.
Si tratta, in altre parole, di un fenomeno eccezionalmente, disgutosamente, elitista.
Spesso sono proprio le persone più vulnerabili, magari (ma non solo) le più anziane, quelle che hanno bisogno di un messaggio chiaro, diretto, senza ambiguità e senza parole impronunciabili e che non si «afferrano» bene. Agli italiani del Secolo Narciso, come sarà ricordato questo periodo, ciò non interessa.
Dagli enti pubblici, ministeri, INPS, ospedali, poste, università, fino all’ultimo pubblicitario tamarro con deliri onanistici da comparsa in un film di Hollywood, la priorità in Italia rimane una e una sola: atteggiarsi, vantarsi, giocare al fare l’internescional, come dei piccoli, piccoli provinciali che in cuor loro desiderano essere nati in una qualsiasi colonia angloparlante.



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