«Prescrittivisti» contro «descrittivisti»: una terminologia equivoca?

«Nessun biologo viene deriso e considerato uno stupido se propone di salvare le specie in pericolo, oltre a studiarle; nessun sociologo viene definito “aberrante” se propone misure per rendere più equa e giusta la società in cui viviamo. Nella linguistica invece assistiamo a un ostracismo collettivo»
AUTORE: Giulio Mainardi*

Circa il modo d’approcciarsi ai fenomeni linguistici e al loro studio, oggi s’individuano solitamente due possibilità principali, che vanno sotto i nomi di prescrittivismo e descrittivismo.

Benché questi due termini siano d’uso comune nell’àmbito della linguistica, quasi nessun dizionario li registra nell’accezione di nostro interesse. Tuttavia, visto che il significato con cui sono usati è piuttosto chiaro, possiamo provare a darne noi una descrizione generale.

Con prescrittivismo si indica la posizione di chi intende prescrivere un uso linguistico: il fatto di riconoscere certe forme linguistiche come corrette e altre come sbagliate, e in base a questo definire una norma e dare indicazioni perché le altre persone seguano l’uso individuato come corretto. Un esempio di prescrittivismo potrebbe essere una frase di questo tipo: «In italiano è sbagliato scrivere un’amico con l’apostrofo: si scrive un amico, con lo spazio e senz’apostrofo».

Con descrittivismo, invece, si indica la posizione di chi intende descrivere l’uso linguistico: analizzarlo e cercare di darne una spiegazione scientifica, in modo neutrale, senza prendere una posizione su ciò che è “corretto” o no. Il descrittivista ritiene infatti che il concetto di correttezza, nelle lingue, abbia un valore solo relativo, perché ciò che in un certo tempo è considerato giusto può essere considerato sbagliato in un altro (e viceversa); assume un atteggiamento distaccato e non vuole influenzare l’uso dei parlanti dando indicazioni in un senso o nell’altro: vuole lasciare la lingua a quella che considera evoluzione spontanea, senza cercare di modificarla. Un esempio di descrittivismo potrebbe essere una frase di questo tipo: «Nell’italiano odierno, la scrittura un’amico sarebbe considerata sbagliata dalla grande maggioranza dei parlanti; è comunque un tipo di scrittura relativamente frequente, specie nello scritto affrettato (anche delle persone colte) o presso chi ha scarse competenze ortografiche».

Nella discussione linguistica in Italia, oggi, questa posizione descrittivista è dominante, potremmo quasi dire egemonica. La parola prescrittivista è spesso usata con una connotazione negativa, piuttosto generica, per bollare chi si allontana da tale posizione dominante o prova anche solo a considerarla in modo critico, nel merito oltre la sua vasta diffusione e accettazione. Il vero linguista —si dice— può essere solo descrittivista; chi è prescrittivista non è più uno scienziato, non è più un linguista, o addirittura non capisce nulla di che cos’è veramente la linguistica e di come funziona la lingua. Spesso è ritenuto degno di derisione, non può essere preso veramente sul serio. Talvolta si dice che, in quanto prescrittivista, non può nemmeno amare la lingua. In un noto gruppo pubblico di Facebook dedicato alla linguistica, quando si nomina il prescrittivismo le frasi sono solitamente di questo tenore (le riporto esattamente, errori compresi):

  • «Mi sembra che il ruolo della Crusca sia, alternativamente, di linguista e prescrittivista, cosa che può generare confusione nell’utente medio» (leggi: “linguista” e “prescrittivista” sono possibilità alternative);
  • «Questo prescrittivismo è aberrante»;
  • «L’ennesimo prescrittivista di cui non si sentiva assolutamente il bisogno»;
  • «Se ami una lingua non puoi essere un prescrittivista ma un descrittivista»;
  • «Monca e prescrittivista è la maniera in cui analizzate la lingua»;
  • «Ah sì, la Crusca, i parrucconi santi patroni del prescrittivismo» (sic, detto della Crusca del 2021, non del ’600);
  • «Anche se siamo nel terzo millennio i prescrittivisti, detti anche gli imbalsamatori del linguaggio, non mancano mai»;
  • «Il purismo e il prescrittivismo negano lo studio descrittivo dei fenomeni linguistici perché li concepisce in maniera statica, cosa che non è assolutamente nella loro natura».

Esternazioni così drastiche sono più frequenti, come ci si aspetterebbe, tra i semplici appassionati, che sono diretti e non moderano i propri pensieri e il proprio linguaggio, e anzi si infervorano nel proposito di “sconfiggere” e umiliare chi identificano come avversario; tuttavia, concetti simili si ritrovano spesso anche a livelli più “alti”, più intellettuali, di chi fa della lingua una professione o comunque una parte importante della propria vita: solo espressi in modo più sottile, sfumato, gentile, simpatico.

È un comportamento generale di cui possiamo vedere facilmente le ragioni alla base. Le lingue mutano, e questo sembra un fatto inevitabile; chi prova a prescrivere ad altri per impedire o guidare tale corso delle cose appare come una persona scollegata dalla realtà, un nostalgico magari anche incattivito, destinato a essere sconfitto dalla storia, domani se non già oggi. L’unica cosa che ha senso fare, quindi, è descrivere, e accettare la continua mutazione della lingua senza tante preoccupazioni.

Tale distinzione binaria parrebbe piuttosto semplice e lineare; tuttavia, un occhio attento noterà che in realtà ci sono alcuni problemi e contraddizioni.

Dal punto di vista pratico, tali problemi riguardano anche l’àmbito principale di cui ci interessiamo qui, cioè la questione dell’itanglese. Come sappiamo, la visione oggi dominante sull’itanglese, facendo una sintesi estrema di tutte le sue variegate sfumature, può riassumersi in due idee (opposte fra di loro): la prima è che «gli anglicismi non minacciano l’italiano»; la seconda è che «l’italiano è destinato a disfarsi in un’anglofonia sempre maggiore, e questo non è un male; e, se anche lo consideriamo un male, non ci si può far niente». Chi esprime una critica a tali posizioni riceve, tra gli altri appellativi —fascista, autarchico, nazionalista, senofobo, purista, retrivo, eccetera; dei quali non parliamo ora, perché servirebbe un discorso a parte per ognuno— quello di prescrittivista. Questo è un problema, perché chi è bollato così, come abbiamo capito dai commenti riportati sopra, è percepito automaticamente come squalificato, non attendibile: le sue parole sono derise senza nemmeno provare a capirle, e i suoi tentativi d’intavolare una discussione seria oltre gli stereotipi s’infrangono contro un muro di gomma.

La distinzione fra prescrittivismo e descrittivismo si presenta problematica e dubbia già dal punto di vista teorico, usando una terminologia che si presta facilmente a equivoci. Infatti, con la loro opposizione queste due parole ci trasmettono —spesso senza che ce ne rendiamo conto— l’idea che chi prescrive (il prescrittivista) non descrive, mentre chi descrive (il descrittivista) non prescrive, in un’esclusione reciproca delle due cose. Ciò può essere vero nel caso di chi si identifica come descrittivista; mentre quasi sicuramente non è vero nel caso di chi viene identificato (perché, chiaramente, quasi nessuno si identifica così da sé) come prescrittivista.

Le persone che assumono un punto di vista critico nei confronti dell’itanglese e sostengono l’utilità di un qualche intervento al riguardo (non parlo ora degli interessati occasionali, il cui interesse può anche essere superficiale, ma di chi ha dedicato ampio tempo e reale impegno all’approfondimento della materia) sono spesso, infatti, studiosi veri e propri, a volte dilettanti e non professionisti, ma comunque persone che hanno un notevole interesse per l’osservazione scientifica dei fatti linguistici; sui risultati di tale studio, di tale osservazione e descrizione, baseranno poi le loro eventuali indicazioni su quale uso ritengano preferibile. Adoperare la parola prescrittivista, nei confronti di queste persone (fra le quali mi includo), è dunque equivoco, perché sembra privarci del fatto della descrizione che, dall’altro lato, caratterizza invece il descrittivista: negandoci così l’appoggio sulla realtà che è il fondamento di qualsiasi discorso sensato. A conti fatti, invece, anche noi descriviamo, come gli altri; solo, le nostre descrizioni, le conclusioni delle nostre analisi, hanno la “colpa” di non concordare, oggi, con la corrente dominante (dominante in Italia, s’intende, sempre; in altri paesi la situazione è diversa). Anziché affrontare una discussione sul merito della questione, per chi è in maggioranza risulta comodo, meno impegnativo intellettualmente, associarci a un’etichetta di fatto escludente, il «prescrittivismo»: facendo ciò si liquida qualsiasi ragionamento scomodo, che potrebbe turbare la convinzione comune e costringere a una riflessione e un’autocritica, un processo che è sempre faticoso per tutti.

In secondo luogo, bisogna osservare che un descrittivismo “perfetto”, che voglia solo conoscere l’oggetto del suo studio —la lingua— senza influenzarlo in alcun modo, è un puro ideale irraggiungibile: qualunque descrittivista vive nel mondo e, pertanto, vivendo lo influenza in qualche modo, che lo voglia o no. Nel momento in cui rende pubblici i suoi studi, questi inevitabilmente modificheranno in qualche modo il comportamento linguistico dei suoi lettori. Sappiamo che la Crusca, le cui esternazioni oggi hanno in prevalenza un atteggiamento prettamente descrittivista, mette in cima alle sue schede sulle «parole nuove» l’avviso che «Questa scheda non promuove né ufficializza l’uso della parola trattata, ma intende fornire strumenti di comprensione e approfondimento». Tuttavia, ancora e ancora molti lettori interpretano tali schede come una sorta di approvazione da parte della più prestigiosa autorità italiana in materia di lingua. Spesso il fraintendimento è alimentato dai giornalisti, che, sbagliando, riportano magari che la Crusca «approva», «accetta», «aggiunge al vocabolario italiano» questa o quella parola, contribuendo a cascata a farla conoscere, usare, e quindi rafforzandola e radicandola nel corpo vivo della lingua. La Crusca è cosciente di questi fatti, e l’avviso appena citato e le professioni di descrittivismo lo dimostrano; tuttavia, nonostante i fraintendimenti ricorrano, con la conseguenza di modificare la lingua, l’Accademia persiste e non cambia (o cambia solo pochissimo) le proprie modalità comunicative. Non si vuole modificare la lingua, eppure si fa qualcosa che —si sa— la modificherà lo stesso… Se si fa questo, ha veramente senso dire che «non si vuole modificare la lingua»? Di fatto, un ente «descrittivista» come la Crusca odierna, coi suoi interventi, altera l’evoluzione dell’italiano in modo un milione di volte più grande di quanto possa fare un gruppetto di «prescrittivisti» del tutto sconosciuti al grande pubblico. Un discorso simile si potrebbe fare, oltre all’oggetto linguistico trattato, proprio sul modo di trattarlo, di esprimersi in generale: il fatto che la Crusca usi spesso e volentieri dei forestierismi nei suoi scritti (e senza metterli in corsivo) sarà percepito da parecchi (in modo assai naturale, sensato!) come un’approvazione implicita e un modello di lingua “curata” da imitare senza problemi.

Si osserva poi che frequentemente i nemici del «prescrittivismo» (parliamo di nuovo di quelli al livello “basso”, i tanti che popolano gli spazi sociali della Rete) mostrano un’aperta antipatia per la ricerca di traducenti, cioè il ragionamento e la discussione su quale possa essere un modo per rendere italianamente un concetto che oggi si indica comunemente con un forestierismo. Tuttavia, anche il ragionamento traduttivo e il conio dei neologismi sono parte normale e naturale di qualsiasi lingua sana: deriderlo, opporvisi, bollarlo come errore e cosa da non fare, disprezzarlo sociolinguisticamente, non è forse a sua volta una forma di prescrittivismo? Quante volte abbiamo sentito sentenziare che un certo anglicismo «è intraducibile», quando in realtà decine di lingue lo traducono normalmente? Quello non sembra descrittivismo, ma vero e proprio prescrittivismo, e anche piuttosto scollato dalla realtà.

Un’altra osservazione, forse minore ma non trascurabile, va fatta proprio sull’elemento prescrittiv-. Il vocabolario Treccani definisce così la parola prescrivere:

Stabilire, ordinare, in base a norme precedentemente fissate, ciò che si deve fare, il comportamento da tenere: la legge, il regolamento prescrive che […]; raccomandare formalmente, consigliare come necessario, utile e sim[ili]: il medico gli ha prescritto una terapia antibiotica, un lungo periodo di riposo. Raro o ant[ico], imporre come norma non trasgredibile, emanare: p. una legge, p. uno statuto; […] Con riferimento al destino e sim[ili], assegnare in modo irrevocabile […]

Si tratta insomma di una parola dalla connotazione forte, che ci fa pensare a un’ingiunzione, un ordine, una norma imposta a cui non si può trasgredire. Prescrizione andava forse bene per descrivere le indicazioni di certi “fustigatori” del cattivo uso linguistico nei secoli scorsi; ma decisamente non si attaglia a quello che facciamo oggi noi oppositori dell’itanglese. Chi legga i testi di Zoppetti, di Valle o miei, vedrà che l’atteggiamento generale è molto lontano da un «tu devi fare questo, tu non devi fare quello»: nella pratica, il nostro è perlopiù un lavoro di ragionamento, proposta e divulgazione. Non si tratta di prescrivere, bensì di consigliare, esortare, invitare, e spesso anche solo di informare sui fatti e le possibilità: perché il nostro lettore possa scegliere autonomamente in modo consapevole, anziché limitarsi magari a ripetere un comportamento che aveva sempre compiuto in modo automatico senza fermarsi a riflettere sul suo significato e la sua sensatezza.

Riassumendo, oggi abbiamo dei «descrittivisti», che però non sono gli unici a descrivere, contrapposti a dei «prescrittivisti», che però prescrivono molto poco, e invece spesso descrivono anch’essi… Le due denominazioni non sembrano ottimali. Possiamo provare a pensare a qualche alternativa.

Un’idea che mi è venuta sarebbe di ridefinire le possibilità di quest’approccio alla lingua in modo simile ma leggermente diverso, parlando non di due ma di tre categorie, che potremmo chiamare interventismo, non interventismo e antinterventismo (specificando eventualmente linguistico, nei tre casi, se necessario). L’interventismo è la posizione di chi è favorevole a un qualche intervento sulla lingua, ossia una “modifica consapevole” di certi elementi linguistici. La consapevolezza di tale operazione è un elemento importante: non è interventista chi si limita a riprendere usi proposti senza sapere che nascono come proposta consapevole.

Per fare qualche esempio, era interventista Trissino con la sua proposta di riforma ortografica; lo era Castellani che invitava ad adattare sport e film in sporte e filme; lo era Alma Sabatini, nel voler rimpiazzare poetessa e profetessa con (la) poeta e (la) profeta. Siamo interventisti, oggi, noi che sosteniamo che si debba fare qualcosa affinché l’italiano conservi i suoi caratteri peculiari di fronte allo tsunami anglicus (espressione di De Mauro); è interventista Michela Murgia, e chi come lei usa lo scevà nei propri testi, seguendo più o meno la proposta di Vera Gheno al riguardo. Un interventista potrebbe desiderare un ritorno al passato, a forme linguistiche ora desuete o meno diffuse, oppure essere fautore d’innovazioni mai viste prima; ad ogni modo, desidera modificare lo stato delle cose: è un riformista, o un rivoluzionario, a seconda delle idee e dei modi.

Il non interventismo è la posizione di chi, di fronte alla lingua e ai suoi possibili mutamenti, non porta avanti alcuna idea di modifica consapevole: non ha desiderio di andare verso un certo obiettivo, ma non ha nemmeno desiderio di impedire ad altri di perseguire i propri, con le eventuali conseguenze. Non sostiene né si oppone: è neutrale.

Terzo e ultimo, l’antinterventismo è la posizione di chi di per sé non propone alcuna modifica linguistica, ma si oppone apertamente a quelle proposte da altri. Sarebbe un sottinsieme particolare dell’interventismo, che non manifesta alcun carattere attivo indipendente ma è puramente reattivo. Per esempio, è antinterventista Cecilia Robustelli, nel criticare la summenzionata proposta dello scevà; sono antinterventisti Vera Gheno e Paolo D’Achille, quando bocciano rete sociale come possibile sostituto di social network; eccetera. L’antinterventista è un conservatore dello stato attuale delle cose, comprensivo eventualmente di caratteri in divenire più o meno costanti e prevedibili; circa l’itanglese, sono conservatori (anglopuristi, li chiama Zoppetti con espressione arguta) quelli che criticano ogni proposta d’italianizzazione, facendosi difensori degli anglicismi e della loro diffusione continua e al momento incontrastata.

Questa suddivisione tripartita è un’idea preliminare, su cui non ho riflettuto a fondo. Altri potranno dare il proprio parere e farsi avanti con eventuali migliorie. Mi è sembrato importante, in ogni caso, dare uno spunto e provare ad avviare la discussione. In chiusura, lascio al mio lettore una riflessione per la quale sono debitore a Gabriele Vietti. È soltanto nel campo della linguistica che osserviamo una contrapposizione così acerba tra studiare l’oggetto della disciplina e usare le proprie conoscenze per tentare di cambiare le cose. Nessun biologo viene deriso e considerato uno stupido se propone di salvare le specie in pericolo, oltre a studiarle; nessun medico è considerato antiscientifico se desidera eliminare una malattia dal corpo del paziente, oltre che studiarla; nessun sociologo viene definito “aberrante” se propone misure per rendere più equa e giusta la società in cui viviamo. Nella linguistica invece assistiamo a questo ostracismo collettivo di cui abbiamo parlato. Ciò, di nuovo, avviene in Italia, ma non è universale: in altri paesi, in particolare gli altri paesi latini, d’Europa e d’America, prossimi a noi linguisticamente, spiritualmente e culturalmente, la situazione è assai differente. Anche questo dovrebbe farci riflettere sull’attuale «anomalia italiana»: per provare innanzitutto a capirla, e poi, magari, ad agire di conseguenza.

*Giulio Mainardi è un traduttore che s’interessa di questioni linguistiche, in particolare di glottotecnica, fonotassi e influenze interlinguistiche. Sulla questione dell’itanglese ha pubblicato Coccotelli, computieri e cani caldi, 2021.»

Itanglese: un fenomeno unico

«L’elitismo, la rapidità, la portata e la penetrazione degli (pseudo)anglicismi nella lingua italiana di oggi non conosce precedenti né storici né geografici». AUTORE: Peter Doubt*


Cos’è il «portuñol«? Quanti dei nostri lettori ne hanno sentito parlare?
Creolo formatosi spontaneamente, e osservato da ormai un paio di secoli nelle zone limitrofe tra Uruguay, Argentina (e altri Paesi sudamericani di lingua castellana) e il Brasile, nonché registrato da tempo in alcune zone lungo il confine tra Spagna e Portogallo, il «portuñol» è uno dei più classici esempi di pidgin (o creolo, o lingua mista, secondo i criteri usati) originatosi da contatti tra comunità adiacenti e necessità di mutuare vocabolario reciprocamente per ragioni di praticità.

Un viaggio attraverso la bella e verdissima frontiera tra Spagna e Portogallo offre una prospettiva linguisticamente unica, ascoltando dialetti e idiomi generatisi nei secoli dove, a spagnolo e portoghese – secondo la latitudine – si mischiano anche elementi di asturleones, a Nord, o di andaluz, nella parte piú meridionale del confine (il cosiddetto barranqueño ne è un esempio).

Senza voler annoiare il lettore, il punto di questo sermone linguistico su un frammento del mondo hispanolusitano consiste nel mettere in evidenza la definizione di quella che sarebbe realmente una «lingua fatta dai parlanti«.
Quando i linguisti d’Italia liquidano pigramente, irritati, distratti, il crescente fenomeno del misto fritto itanglese dicendo che «la lingua la fanno i parlanti«, o che «è sempre stato così«, o che «l’italiano è sempre stato una lingua bastarda» peccano, semplicemente di cecità, e – non dovrebbe sorprendere- provincialismo.



I fenomeni osservati nella storia, e registrati da linguisti con gli occhi aperti e non troppo occupati a recitare a memoria la bibliografia di De Saussure, sono molti. A parte l’adiacenza geografica che ha dato luogo all’alternanza di codici sviluppatisi con il portuñol, o il famoso Spanglish nato a Puerto Rico oppure tra il Messico e alcune zone degli Stati Uniti d’America (Arizona, New Mexico, California, Florida, parti del Texas, ecc.), ci sono poi i fenomeni di spontanea meticciazione linguistica occasionatasi in comunità di migranti. Si pensi al lagunen-deutsch della regione dei laghi del Cile, dove migranti di lingua tedesca dei sudeti (attuale Repubblica Ceca) e di Austria e Germania si insediarono a partire dal secolo XIX, un fenomeno interessantissimo dove spagnolo e tedesco entrarono spontaneamente in un calderone e ne uscirono producendo effetti strabilianti, sia dal punto di vista lessicale che dal punto di vista di alterazioni morfologiche (verbi spagnoli declinati alla tedesca, ecc). Senza andare così lontani, la penisola italiana visse fenomeni simili (anche se moltissimi secoli prima e con le sue peculiarità) con il griko in alcune parti del Salento o le isole linguistiche gallo-italiche della Sicilia.


Eppure, tornando ai giorni nostri, è dovere notare come, dai quasi 5 milioni di cittadini stranieri arrivati in Italia dal 2000 in poi (e che includono comunità numericamente consistenti di cittadini rumeni, marocchini, cinesi e albanesi), la lingua italiana non abbia assorbito un solo neologismo o non abbia mutuato assolutamente nulla. Al contrario, invece, del cockney londinese (e non solo, si parla proprio di un Multicultural English) dove da decenni non si contano sia le espressioni che gli elementi fonologici e morfologici di provenienza giamaicana (e non solo), che sono attivamente penetrati – dal basso, cioè dai parlanti. O si pensi al francese dove, specialmente in aree urbane, l’apporto linguistico da parte, per esempio, di comunità arabe è un dato di fatto, e dove ormai le nuove generazioni cosiderano molti nuovi vocaboli lingua francese al 100% (caoua, seum, kif, chouïa, souk e molte altre). Esatto, la lingua la fanno i parlanti.

Il problema è che nessuno dei fenomeni descritti sopra rappresenta qualcosa in comune con la valanga itanglese di oggi. Non ha nulla a che vedere con la normale e graduale evoluzione dal basso – di qualsiasi lingua – avvenuta durante secoli, se non millenni, tra prestiti, assimilazioni e adattamenti.



Invece, dentro un’ottica più elitista, le analogie con l’itanglese del secolo XXI iniziano a scorgersi se ci avviciniamo a fenomeni di lingue creole sviluppatesi sotto dominazioni coloniali, dove una lingua importata militarmente si è imposta o sovrapposta. Si pensi al pidgin dell’Africa Occidentale (con varianti differenti in Nigeria, Ghana, Camerun, ecc), al kriol del Belize (definito ufficialmente «lingua di contatto» e che iniziò a radicarsi con l’avvento della tratta degli schiavi nel secolo XVI), al patois della Giamaica e il chabacano (e in maniera minore il tagalog) delle Filippine. Gli esempi sarebbero centinaia e furono il risultato di uno sviluppo a due livelli. Da una parte, quello istituzionale e burocratico, con governatorati, tribunali, polizia ed eserciti che inevitabilmente esercitavano i propri poteri nelle lingue colonizzatrici costringendo i colonizzati ad adeguarsi. Dall’altro il fatto che tanto l’alfabetizzazione come l’educazione obbligatoria fu spesso istituita dalle forze colonizzatrici, impiantando le lingue colonizzatrici con robuste radici e trasformando le popolazioni locali in angloparlanti quasi nativi nel giro di un paio di generazioni. In altre parole, la lingua coloniale catapultata dall’alto e le lingue o, più spesso, dialetti locali (527 solamente nel caso della Nigeria) usati dalla popolazione comune portarono spesso a vere e proprie fusioni linguistiche, in alcuni casi completate da standardizzazione e ufficializzazione. Eppure l’Italia non è una colonia o una ex colonia, per cui neanche l’ultimo caso riesce ad offrire particolari esempi di precedenti simili all’ibdridazione linguistica degli ultimi 20 anni.



C’è poi l’altra «Leggenda Metropolitana del Linguista Pigro» secondo cui un fenomeno simile si sarebbe già visto con il francese a cavallo dei secoli XIX e XX. È vero che dalla Francia arrivarono molti prestiti (alcuni assimilati, come bigiotteria o gendarme, altri che rimasero integrali, come boutique), ma si trattava di parole individuali (e comunque molto minori in numero rispetto allo tsunami contemporaneo), al contrario della valanga di ibridazioni sintattiche dell’itanglese attuale che relegano sempre di più l’italiano a un guscio di preposizioni e congiunzioni, o che ne stravolgono le regole della sintassi (no green pass day, we are hiring, sugar-free, 4-weeks for inclusion, pet therapy, car sharing, employer branding, back to school, storytelling consultant, beauty influencer, call per start-up green, delivery pick up point, look total white, vaccination manager, boom dei ready to drink, drive-in covid, rider support, Not-a-museum, Italy4culture, Italia Team e centinaia di altri).


In altre parole, l’itanglese resta un fenomeno unico e sorprendentemente sottostimato perché sta avvenendo con una rapidità senza precedenti. Ricapitolando:
1) senza una colonizzazione fisica, una presenza militare o un dominio politico da parte di un Paese angloparlante (al contrario, per esempio, di Malta, dell’Irlanda o di altre colonie ed ex-colonie);
2) senza che l’Italia confini con un Paese angloparlante e che avvenga un intercambio o mutualizzazione linguistica per adiacenza geografica;
3) senza che questa enorme influenza linguistica avvenga attraverso l’apporto di comunità di immigrati, per esempio in aree metropolitane, nonostante il loro numero sia aumentato considerevolmente negli ultimi 25 anni;
4) senza che i prestiti linguistici si limitino alle sole sostituzioni lessicali.



Che l’itanglese non sia un fenomeno linguistico «fatto dai parlanti«, insomma, è ovvio anche a un bambino, ed è desolante vedere accademici e linguisti di professione liquidare pigramente questa improvvisa mutazione linguistica e culturale dicendo il contrario. Pensate all’apparire dal nulla di espressioni catapulate dall’alto, da ministeri, comuni, enti pubblici. Jobs Act, navigator, cashback, smart working, super green pass, lockdown, caregiver, rispettare il droplet, la Spending, il Board, la stepchild adoption, It’sArt, il mobility management e centinaia di altri da parte di governo e agenzie governative. Pensate ai mostri linguistici quali no gender, no green pass day, family day, no paura day, Run for mem da parte di partiti ed organizzazioni politiche. Pensate all’INPS quando pubblica comunicati come il «4-Weeks for Inclusion: change management e inclusione» e parla di workshop. Pensate alle Poste italiane quando sostituiscono ormai per sempre parole come spedizioni, posta celere, e resi con reverse paperless, my poste delivery business, e poste delivery express. O a quando Trenitalia onanizza con train manager, self check-in, crew, Trenitalia for business, «see you there!«, e riempie il suo magazine di anglicismi inutili quali lifestyle e investor relations. O quando i comuni e le regioni parlano di Ro.Me (sul serio), food policy, park & ride, Happy popping (sul serio), shared wood e organizzano un «talk» in un «Park Hub ai designer under 30«. O quando una signora di 80 anni malata di cancro riceve una lettera dall’ospedale della sua città invitandola a uno «screening nel Day Hospital Breast Unit«, senza contare i vari Skin Cancer Unit, hospice, week surgery, checkpoint temperatura e drive through covid. O quando vedi che sempre più corsi nelle università italiane sono offerti esclusivamente in inglese, tra un open career day, una masterclass in copywrite e una business school (ormai economia e commercio è cosa obsoleta, come le musicassette). O quando rabbrividisci notando la valanga di professioni ormai in inglese, trasudando narcisismo elitista, dal Warehouse Manager al Head of Talent Acquisition & Sales e dal Chief Sales Officer Key Account al Vice President HR and Organization (mentre si rivolgono a un pubblico italiano).
Peggio ancora, quando il sapore di autocolonizzazione si inizia a sentire vedendo interi quartieri battezzati in inglese e pubblicizzati in lingua completamente ibrida (si veda FeelUpTown o North Loreto a Milano), mercati (East Market), linee della metropolitana (Circle Line), o addirittura i bidoni della spazzatura (City Bin a Mantova).

E tutto questo senza contare:

– i deliri onanistici di giornali, riviste e mezzi di comunicazione contenenti ormai quasi più (pseudo) anglicismi che i loro colleghi della stampa giamaicana, nigeriana o filippina. Non si contano le sezioni, i report e i magazine con titoli e sottotitoli infarciti di news, green & blue, inside over (?), New York stories, longform, moda&beauty, Italian tech, green tech, newsletter, photography, entertainment, cover story, cold case, food & beverage, spycalcio, greenheroes, the best, Andrea’s version e centinaia di altri.
– il bombardamento da parte di pubblicitá e agenzie specializzate le quali sembrano incapaci di completare una sola frase senza infarcirla con deliri da anglomania pura (si pensi, per fare un esempio infinitesimale, al martellamento mediatico del Black Friday e i suoi cugini Cyber Monday, Black Week e Domenica Black Finish).
– l’effetto moltiplicatore, stile ventilatore industriale (o benzina sul fuoco, se preferite) delle reti sociali (i social), dei telefoni intelligenti (gli smartphone) e delle varie piattaforme e applicazioni, quelle sì presenti su scala mondiale, dove termini e neologismi vari si diramano con la velocità della luce (si pensi ai sempre più presenti ghosting, flaming, tagging, fino a tutti gli acronimi da LMFAO a IMO). Ma persino lì, dove il terreno è un po’ più livellato, dove il ruolo della globalizzazione è chiarissimo, dove le sostituzioni non sono così elitiste come negli esempi precedenti, l’enorme peso dei vari (o varie) influencer fa sì che la direzione del flusso linguistico segua comunque una tendenza dall’alto verso il basso.

Quello che sta accadendo oggi alla lingua italiana, non è – nella quasi totalità – un fenomeno spontaneo, nato e cresciuto tra parlanti. Solamente accettare questa semplice verità consentirebbe una maggiore presa di coscienza nei confronti del tipo di futuro, se uno ce n’è, per la lingua italiana e, specialmente, offrirebbe una maggiore inclusione verso i milioni e milioni di utenti del Bel Paese tagliati fuori dalla follia psicolinguistica attualmente in atto.

*Peter Doubt è un traduttore/interprete (spagnolo-inglese-italiano) con doppia cittadinanza britannica e italiana. Vive in Spagna da 14 anni.

Con parole precise

«Le società vengono costruite e si reggono essenzialmente su una premessa linguistica: sul fatto cioè che dire qualcosa comporti un impegno di verità e di correttezza nei confronti dei destinatari. Non osservare questo impegno mette in pericolo il primario contratto sociale di una comunità, cioè la fiducia in un linguaggio condiviso». AUTORE: Giovanni Bruni

Per una serie di circostanze fortuite, mi sono imbattuto in due manifestazioni del pensiero sul linguaggio: una inconsapevole, l’altra ben meditata; perfettamente contrapposte e quindi l’una causa dell’altra.

Gli annunci di lavoro sono un interessante laboratorio linguistico. Un individuo, che spesso par non sapere nulla della posizione organizzativa di lavoro al fine di coprir la quale cerca candidati, ambisce a fornire un quadro suggestivo e attraente del ruolo cercato. Deve farlo in poche righe di testo e, a giudicare dal risultato, la chiarezza e la precisione non sembrano requisiti essenziali: si oscilla tra il comico e il grottesco. La vittima principale di questo sovrumano sforzo creativo è proprio il linguaggio.
Ecco un esempio freschissimo, uno tra i tantissimi possibili:

Chi non vorrebbe essere ‘adibito all’hunting di clienti energivori’? Armato della propria insalata verbale schizofrenica, l’autore non fa prigionieri: inglesismi assurdi, tautologie topologiche, ostentazione di abbreviazioni e acronimi, aggettivi e verbi inesistenti o di derivazione informatica, punteggiatura lacunosa e perfino un sublime ‘e,’.

Potrebbe bastare, ma c’è una chicca finale: tra i motivi che inducono il solerte selezionatore (magari anche autore dell’annuncio) a cestinare immediatamente un curriculum vitae, qual è di gran lunga il principale?


Ovvero, per essere ancora più chiari:
Lo immaginiamo così: armato di penna rossa, subissato da quelli che si ostina a chiamare curricula perché non sa che in italiano il plurale dei termini stranieri si rende sempre e solo usando il numero dell’articolo che li precede, il Nostro si fa carico del gravoso compito di impedire che qualcuno vada a far danno in azienda con la propria ortografia zoppicante o, peggio, con la trascuratezza di colui che non rilegge quanto ha scritto.

Se ne deve dedurre che chi pubblica certi annunci di lavoro li ha perfino riletti?

La degenerazione del linguaggio è un indicatore preciso. Lo è come le parole di Gianrico Carofiglio, che, precedute da quelle perfette di Primo Levi, la precisione personificata, rispecchiano il mio pensiero:

Abbiamo una responsabilità, finché viviamo:
dobbiamo rispondere di quanto scriviamo,
parola per parola,
e far sì che ogni parola vada a segno.

(Primo Levi, Dello scrivere oscuro)

Occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è un lusso da intellettuali o una questione accademica. È un dovere cruciale dell’etica civile. “Non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza”. Sono parole del filosofo John Searle, teorico del rapporto fra linguaggio e realtà istituzionali. Le società vengono costruite e si reggono essenzialmente su una premessa linguistica: sul fatto cioè che dire qualcosa comporti un impegno di verità e di correttezza nei confronti dei destinatari. Non osservare questo impegno mette in pericolo il primario contratto sociale di una comunità, cioè la fiducia in un linguaggio condiviso. L’antidoto è la scrittura civile, cioè quella limpida e democratica, rispettosa delle parole e delle idee. Scrivere bene, in ogni campo, ha un’attinenza diretta con la qualità del ragionamento e del pensiero. Implica chiarezza di idee da parte di chi scrive e produce in chi legge una percezione di onestà. (…)
Ciascuno di noi dovrebbe prestare una cura disciplinata della parola, non solo nell’esercizio attivo della lingua – quando parliamo, quando scriviamo – ma ancor più in quello (apparentemente) passivo: quando ascoltiamo, quando leggiamo. Anche perché solo parole che rispettino i concetti, le cose, i fatti possono rispettare la verità.

Racconti: un’italiana all’estero

«L’itanglese non lo usano per facilitare la comunicazione. Lo fanno o per vanità o per ignoranza, credendo di doversi adeguare. Questa è la differenza tra come usano l’inglese come seconda lingua altri Paesi e come viene usato in Italia». AUTORE: Lambie Barbara Matarrese


Il mio trasloco a Londra, nel 1973, era stato motivato da un forte desiderio di scoprire la Gran Bretagna e poter imparare una lingua che trovavo affascinante.
Andare a Londra a quei tempi non era affatto di moda. Chi andava lo faceva per motivi di necessità, di lavoro o per famiglia. Io invece andavo per scoprire. Non ero soddisfatta degli studi che stavo facendo in Italia, quindo lasciai scuola e tutto prima degli esami di maturità e me ne andai.
Dapprincipio pensando di stare sei mesi, ma una volta arrivata sapevo che non sarei tornata presto in Italia. E infatti non sono mai tornata.

Non avevo nostalgia. L’Italia era sempre lì e visitarla è sempre rimasto d’obbligo per l’arte, la bellezza, la lingua, e per la sua energia ed esperienze diverse. Per me nulla era pianificato, scoprivo le cose un po’ alla volta circa la decisione se rimanere o tornare. Dapprima ho abitato nel Surrey ma poi Londra è stata una scoperta enorme e me la sono vissuta pienamente per vent’anni. Successivamente mi sono spostata negli Stati Uniti e da dodici anni sono nuovamente a Londra.

A quei tempi non mi ponevo domande particolari sulle lingue. Non ero e non sono una linguista. Sono un’artista e vivevo entrambi le lingue come due espressioni diverse, molto diverse, ugualmente attraenti. Con l’Italiano potevo esprimere le cose in un modo, con l’inglese in un altro.

Eppure, la prima parola che ho sentito parecchi anni fa in Italia, e che mi colpì subito fu ‘location’, semplicemente perché era utilizzata in modo scorretto. Ad un certo punto ho incominciato a leggere giornali italiani online più regolarmente e, intorno al 2018, ho iniziato a vedere sempre più spesso termini inglesi inseriti nei testi. Più tardi ho notato che incominciavano ad aumentare e il fatto mi incuriosiva e infastidiva perché troppo spesso erano fuori luogo, scorretti o addirittura con un significato tutto ‘italiano’.

Ma è stato il 2020, l’anno della pandemia, senza ombra di dubbio, che ha scatenato un inferno per quanto riguarda l’uso sconsiderato di termini inglesi o pseudo-inglesi. E da lì ad oggi sembrano aumentare esponenzialmente.

Eppure, io vengo da Venezia e sono sempre stata abituata a vedere insegne in inglese sin da bambina, quindi anche quando notavo all’inizio giornali che usavano qualche termine in più in inglese, a dir la verità non la percepivo come un’intrusione. Ma questo solo all’inizio. Poi  mi sono velocemente resa conto che il fenomeno si stava allargando.
Durante la pandemia, sono andata a Venezia e raccontavo ad alcuni amici di come avevo notato termini strani come smart-working, lockdown e altri, e di come venivano usati a caso e spesso senza senso. E proprio allora scoprivo che queste mie conoscenze, proprio loro, avevano assimilato passivamente termini tipo step, top, location ecc. Sono rimasta molto colpita dal fatto. Soprattutto perché queste persone non parlano affatto inglese. È passato più di un anno da quel viaggio e il fenomeno è aumentato a dismisura e quindi oggi, alla fine del 2021, trovo questo fenomeno una minaccia per la lingua italiana.

Mi infastidisce tantissimo vedere come tante persone che hanno influenza sugli altri, i giornali, gli uffici ed enti pubblici, insistano sempre di più a mescolare le due lingue. In effetti a me sapere che l’Italia è un paese dove si parlano due o più lingue straniere va benissimo, se così fosse!! Invece cosí non è. Quello che i giornali producono è un miscuglio orrendo e spesso, molto spesso, non capisco il significato di quello che scrivono, anche se parlo inglese.

La domanda è: perché lo fanno?
L’italiano è propenso a darsi arie. Questa è una generalizzazione molto azzardata, lo so. Spinti da un senso di inferiorità rispetto ad altre nazioni forse, e accompagnati da un’immaginaria intesa o amicizia verso gli americani, sembra che gli italiani cerchino sempre di farsi valere e di imitare coloro che sembrano possedere qualità invidiabili. In un certo senso non si vergognano di sbagliare nelle cose, si buttano. D’altro canto, per altre cose, quelle nate in Italia, hanno cura del dettaglio, della qualità, dell’eccellenza. Ne sono fieri. Godono di lunghe tradizioni e hanno acquisito ed ereditato abilità invidiabili.
Ma per le cose ‘foreste’, le cose che non conoscono, gli italiani sono dei grandi imitatori. Vogliono fare come fanno gli altri, per non essere a meno. Aggiungo che le nuove generazioni quasi nate online, in una cultura globale paurosamente superficiale, sono più propense a divulgare il fritto misto linguistico. E questo – che piaccia o no – fa sempre parte della categoria gergo che ogni generazione ha adottato e successivamente abbandonato. Ma, con internet, la tendenza a credere a qualsiasi cosa, a copiare, ad imitare, a contagiarsi a vicenda di abitudini, una parola oggi, una domani, il giornale copia, un altro giornale ovviamente fa a gara, le parole entrano in TV, entrano negli uffici, nelle aziende, in attività di ogni genere. È una gara a tenersi al corrente e seguire le tendenze senza farsi tante domande. E così si dilaga un virus linguistico che dobbiamo tamponare…con un daily tampon!!!

Io oggi vivo sia a Londra che in Arizona e una cosa del genere lì sarebbe impensabile. La gente in Arizona, per esempio, non soffre di vanità in quel senso. Non capiscono il concetto del fare ‘bella figura’. Non c’è necessità di fare quello che stanno facendo in Italia. Sia qui che nel Regno Unito sono molto più pratici e quindi, se dovessero utilizzare un termine straniero per cose ufficiali, lo farebbero solamente per un’autentica praticità.

In Italia le persone possono perfettamente comunicare tra di loro in italiano, non hanno bisogno di un’altra lingua per poterlo fare. L’itanglese non lo usano per facilitare la comunicazione. Lo fanno o per vanità o per ignoranza, credendo di doversi adeguare. Questa è la differenza tra come usano l’inglese come seconda lingua altri Paesi e come viene usato in Italia. E questo porta alla distruzione della lingua, perché il rischio è che le nuove generazioni finiscano per non parlare bene né una lingua né l’altra. Se qualcosa può cambiare, sarà attraverso nuove posizioni prese dai giornali, mezzi di comunicazioni di tutti i tipi e, ovviamente, dal governo. Le pecore non seguiranno più. Ma perché questo avvenga, serve una forte campagna di sensibilizzazione. Tantissime persone sono ignare del fatto che stanno contribuendo passivamente a questo sfortunato fenomeno. Basta farglielo notare. Con gentilezza. Con ironia. Con approcci adatti alla propria personalità. Ma si deve fare.

Il motore dell’itanglese

Nel «Nuovo vocabolario di base» del 2017 si registrava una letterale
decuplicazione degli anglismi rispetto al 1980.

AUTORE: Moro


Molti collocano l’inizio dell’americanizzazione linguistica in Italia alla
Liberazione: forse immaginano i carri armati statunitensi che entrano nelle
città, in parata tra i cittadini festanti, e l’inizio di un proficuo scambio
culturale tra alleati contro il nazifascismo. In realtà il 25 aprile 1945 è
ricordato per l’insurrezione generale proclamata dal CLNAI, che occupò le
principali città italiane del Nord Italia, facilitando le operazioni alleate, ma
presto le forze dei vincitori si divisero sui due fronti della Guerra fredda: il
Patto Atlantico (1949) e il Patto di Varsavia (1955) , lasciando come territori
di scontro indiretto i paesi non allineati.

Gli aiuti economici forniti dal Piano Marshall (1948-1951) non avevano il solo
scopo di aiutare i paesi del Vecchio Mondo a riprendersi dalla crisi
postbellica, evitando di ripetere alcuni errori della Conferenza di Parigi, ma la
diffusione del modello economico statunitense attraverso l’invio di consiglieri
economici e la formazione di specialisti. Pur appartenendo al Patto Atlantico,
la politica italiana era influenzata da una forte componente comunista e
socialista, che limitò in parte l’influenza statunitense, almeno fino al termine
degli «anni di piombo», addentro agli anni Ottanta. Con il crollo del Muro di
Berlino (1989), la dissoluzione della Cortina di ferro e il collasso dell’Unione
Sovietica (1991) si concluse la fase «bipolare» della politica mondiale,
accompagnata da innovazioni tecnologiche che avrebbero inciso
pesantemente sulla facies linguistica mondiale.

L’introduzione storica è fondamentale per fornire le premesse della
trasformazione socio-culturale che abbiamo vissuto, e ancora stiamo
vivendo, in questo primo quarto di secolo; non è comune, soprattutto per lo
studente formatosi a partire dagli anni Novanta del Novecento, avere una
visione d’insieme sulle conseguenze del «Secolo breve» (1914-1991), una
conoscenza forse data per scontata dalle scuole, presupponendo sufficiente
l’esperienza diretta.

Nel 1999 il Gradit (Grande dizionario italiano dell’uso) di De Mauro registrava
l’1,6% di anglismi non adattati, salito al 2,3% nel 2007, su oltre 250.000
parole. Gli anglismi crudi aumentano al ritmo di centinaia di lemmi che non
riferiscono più ai linguaggi specialistici ma entrano nell’uso comune: nel
«Nuovo vocabolario di base» del 2017 si registrava una letterale
decuplicazione degli anglismi rispetto al 1980.
L’infiltrazione degli anglismi procede di pari passo con l’affermazione di un
modello socioeconomico, veicolando un retroterra culturale fertile.


Intellettuali del rango di Umberto Eco e Pier Paolo Pasolini già negli anni ’60 e
’70 evidenziavano il ruolo dei media nella riforma del linguaggio e dei
comportamenti degl’italiani: il primo aveva evidenziato nel ’63 un modello
negativo in «Fenomenologia di Mike Bongiorno«; l’altro criticava nel ’73 l’uso
di immagini religiose per fini commerciali in «Analisi linguistica di uno
slogan

Effetto dei profondi cambiamenti dell’epoca furono l’avvicinamento
dei partiti comunisti europei a posizioni riformiste, approdando in Italia al
«Compromesso storico», e il rinnovamento politico in direzione di un bipartitismo all’americana dopo il ’94. Erano gli anni in cui la Olivetti
produceva elaboratori domestici e personali per il mercato internazionale,
prima di subire la concorrenza dei prodotti statunitensi e l’affermazione dei
sistemi operativi Microsoft, più adatti alla rivoluzione del commercio
elettronico.

L’accesso agli anglismi e la loro adozione cruda avviene soprattutto
attraverso la Rete, nei suoi usi di mercato; i motori di ricerca, il commercio
elettronico e le piattaforme sociali non sono strumenti neutri ma servono,
consapevolmente o meno, l’ideologia dominante. Come direbbe Antonio
Gramsci, questi media comunicativi sono strumenti di egemonia culturale e
non parlano l’inglese statunitense per caso. Rivolgersi alla scuola per cercare
di cambiare lo status quo è inutile in questo momento storico, perché il
servizio di formazione pubblico è bene avviato nel processo di omologazione;
i principî di aziendalizzazione della conoscenza e della formazione, trasmessi
sia dalla politica che dai centri di sapere tecnico-scientifico, sono già stati
recepiti. La trasformazione in atto non serve una logica di arricchimento
lessicale e di scambio culturale paritario, ma una vera e propria
colonizzazione e assimilazione; la tutela della lingua nazionale coincide con
la conservazione dell’indipendenza culturale e politica del popolo che ne fa
uso, la sua capacità di esprimere idee frutto di un percorso storico
irripetibile.


Questa è, in breve, la situazione ad oggi. Se nell’ultimo mezzo secolo siamo
stati portati ad accettare passivamente la colonizzazione della lingua
italiana, attraversando la nostra storia nazionale come spettatori di un
sogno, è perché abbiamo la capacità di fare scelte diverse, anzitutto facendo
pressione sugli organi politici. Prendere coscienza di ciò che stiamo subendo
come comunità di parlanti è un primo passo da compiere; è fondamentale
discuterne, studiare, argomentare, usando la lingua nazionale senza alcun
sentimento d’inferiorità. Un secondo passo è decidere come agire di fronte
alla situazione data, anche continuando a dare il proprio assenso a questo
modello, purché in piena consapevolezza. Molti cittadini, forse stanchi di
essere considerati semplicemente consumatori di prodotti e oggetto passivo
di attività promozionali, o forse sentendosi a disagio di fronte a un
cambiamento linguisitico poco fisiologico, iniziano a protestare e chiedere
tutele specifiche per questo patrimonio culturale
(https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/#).

La consapevolezza e l’autosorveglianza del linguaggio sono strumenti di
resistenza alla colonizzazione linguistica; non si tratta di conoscere e
proporre alternative agli anglismi per semplice nostalgia di un passato
idealizzato ma per poter scegliere ed essere soggetti attivi nella storia. La
crescita culturale e la maturazione intellettuale non si possono trovare in una
lingua unica per tutto il mondo, incapace di descrivere la varietà delle
esperienze umane proprio perché purgata di particolarismi. In Italia esistono
comunità cinesi che parlano mandarino (oltre un miliardo di parlanti),
troviamo parecchi musulmani che usano l’arabo o indiani che usano l’hindi
(entrambe oltre 300 milioni di parlanti).

Perché queste lingue non lasciano alcun segno nella lingua italiana?
Non sono lingue privilegiate, appartengono
a persone poste ai margini della società, nonostante le loro civiltà non
manchino di storia e profondità; la lingua dell’amministrazione, la lingua
della tecnica, la lingua dell’esercizio effettivo del potere è un’altra e solo a
quella è permesso il passaggio nel vocabolario d’uso comune, è l’unica che
dev’essere recepita. Vogliamo continuare a essere passivi?

La «febbre anglo», un fenomeno molto italiano: il nostro studio comparativo lo conferma

Una delle giustificazioni più pigre e superficiali circa il crescente abuso di (pseudo) anglicismi nella lingua italiana consiste nel dire che «tutte le lingue fanno così» (Vera Gheno). Addirittura, facendo un po’ di confusione tra etimologia e prestiti integrali di uso attuale, il Professor Edoardo Scarpanti, autore di Elementi di linguistica generale e applicata, arriva a scrivere che la lingua inglese conterrebbe addirittura «oltre l’80% di lessico straniero«, per cui «quindi l’italiano è minacciato da uno zombi?».
Ci sono poi coloro che minimizzano dicendo che «il contatto si limita a strati del lessico superficiali» e, coloro i quali, mostrando una disarmante mancanza di senso di proporzione, volume e tempi, liquidano il tutto scrivendo che «anche gli inglesi e gli americani dicono pasta e pizza, baldacchino***, maestro e chiaroscuro» (vedi qui).

Campagna per salvare l’italiano – Analisi comparativa di anglicismi su portate di giornali europei (6-12 Nov 2021).


Pare dunque che né il buon senso, né la semplice osservazione di quello che sta accadendo da 15 o 20 anni a questa parte, siano sufficienti. Ci sono persino linguisti di professione che sminuiscono la portata del preziosissimo lavoro di Antonio Zoppetti (autore di Diciamolo in italiano), che ha registrato la crescita esponenziale di anglicismi nei dizionari italiani durante gli ultimi decenni. Di solito spaccano il capello in quattro sul fatto che i neologismi in inglese puro assorbiti dall’italiano costituiscano il 50%, il 42% o il 25%, come se la tendenza non fosse comunque chiara anche a un infante.

E dunque, nel tentativo di svegliare i linguisti d’Italia da questo stupefacente binomio (o dovremmo dire mix) di torpore e dissonanza cognitiva, Campagna per salvare l’italiano ha deciso di optare per la prova più diretta, la più verificabile quotidianamente, giornalmente, adesso, dal vivo, anzi live, come ormai si dice nell’Italia dell’itanglese.
Abbiamo preso quattro quotidiani di simile stile, contenuti e tiratura delle quattro grandi nazioni dell’ Europa dell’Ovest: la Repubblica (Italia), Le Monde (Francia), El Mundo (Spagna) e Welt (Germania). Abbiamo contato il numero di anglicismi presenti ogni giorno sulla loro portata (o Home Page, nell’Italia dell’itanglese). A questi abbiamo affiancato una quinta testata, The Guardian (Regno Unito) per poter registrare la presenza di italianismi presenti.

La tabella qui sopra mostra il risultato della prima settimana d’analisi.
In una settimana, ci sono stati 644 anglicismi puri su la Repubblica contro 3 italianismi puri (e 1 solo francesismo) sul Guardian. È davvero surreale vedere linguisti di professione illudersi che le due cose possano esser messe sullo stesso piano. Gli italianismi nella lingua inglese esistono, e sono molti, ma sono a) quasi sempre confinati ad ambiti estremamente specifici (per esempio, musica classica o lirica, gastronomia italiana) b) sono arrivati e si sono insediati nella lingua inglese molto gradualmente, nel corso di secoli e secoli.

Alcune considerazioni sulla metodologia in uso:

1. La nostra rilevazione mantiene un approccio molto generoso verso la Repubblica. Non abbiamo contato anglicismi che consideriamo completamente radicati nella lingua italiana, ad esempio, sport, internet e tennis, parole che invece – per esempio – hanno un loro corrispettivo in spagnolo (ed infatti El Mundo si riferisce a deporte, la red e tenis).

2. Non includiamo anglicismi il cui corrispettivo nelle quattro lingue d’origine (italiano, francese, spagnolo, tedesco) è inesistente o completamente artificiale. Parole come podcast, rugby, apartheid e blog, per esempio, non fanno parte della rilevazione.

3. Le testate francesi e spagnoli (quelle tedesche in misura minore) hanno ancora l’abitudine di mettere gli anglicismi tra virgolette. Gli abbiamo contati ugualmente e inclusi nelle analisi, anche se – con il virgolettato – si potrebbe sostenere che in questa maniera non si tratti di prestiti integrali ma di referenza a termini nella lingua d’origine.

4. In qualsiasi caso NON abbiamo incluso nomi propri (esempio, Rolling Stones, Fridays For Future, Alec Baldwin) e titoli originali di film (per esempio Cry Macho), programmi TV (per esempio Squid Game), canzoni, eventi (WTA Finals, Champions League) e marchi registrati (iPhone, Apple, Facebook), ecc.

5. Se una stessa parola appare due volte nello stesso pezzo o titolo, viene computata solo una volta. Se riappare in un altro articolo, titolo o posizione diverse della testata, viene contata di nuovo. Questo ha penalizzato particolarmente il quotidiano tedesco Welt, che sembra riciclare continuamente didascalie con inglesismi (Live TV, Newssticker, Brand Story, ecc.).

6. Unità semantiche contenenti due o più parole, per esempio Italian Tech in la Repubblica, Brand Story in Welt o fiscal dumping in El Mundo, vengono rilevate come un solo elemento. Abbiamo invece rilevato separatamente, due parole autonome però usate insieme, per esempio Green & Blue in la Repubblica (dove abbiamo contato sia Green che Blue).

7. Non abbiamo incluso i prestiti integrati, con la «t». Per esempio, ciberdelincuencia, in spagnolo, o le wokisme in francese sono adattamenti. Non lo sono invece «cybercrimine» o «cultura woke«, che quindi sono stati rilevati.

8. Riguardo al Guardian, abbiamo registrato sia i prestiti integrali in italiano che nelle altre lingue. Per la cronaca, durante l’intera settimana, sono stati pochissimi: gli italianismi diva, sanità e camorra, e gli altri forestierismi biryani dall’hindi, junta e latino (nel senso etnico), dallo spagnolo, e banlieu dal francese.

***Provate a chiedere a un inglese o americano se conoscono baldacchino. Poi diteci come è andata.

Sull’autore:
PETER DOUBT, Traduttore, interprete
BA MA University of Birmingham (GB); DELTA The British Council, Berlino, Germania.