Così muore una lingua

Come si fa a parlare di arricchimento linguistico mentre si moltiplica il numero di termini italiani in disuso e l’intaccamento sintattico inizia a vedersi dappertutto? AUTORE: Peter Doubt*

Abbiamo già espresso alla nausea la nostra incredulità di fronte ai numerosi e titolatissimi linguisti, sociolinguisti, terminologi, e accademici italiani completamente insensibili (se va bene) o conniventi (se va male) nei confronti del cambio attualmente in atto nella lingua italiana.
Secondo alcuni, 1) la valanga di (pseudo)anglismi consiste in un «arricchimento linguistico» dato che 2) molti di questi anglismi si utilizzerebbero come «sinonimi«, specie se visti dentro una varietà di contesti.


E già qui, con la storia dei «sinonimi», dovremmo fermarci un attimo.
Sinonimi sono parole «di una lingua» che hanno un «significato fondamentalmente uguale» (Treccani). Nella stessa lingua, sottolinea Collins, sotto la definizione di synonym.
Se dico «faccia», «volto» ne è un sinonimo. Face non lo è. È una traduzione, equivalente, o versione in inglese, né più né meno di cara in spagnolo, Gesicht in tedesco, o visage in francese. Se face inizia ad essere visto come un sinonimo in italiano, insieme a 10,000 altre parole di sapore anglo negli ambiti più vari, vuol dire che qualcosa sta avvenendo, per quanto si ripetano a memoria i «meme» delle leggi fallite fascionarcisiste di 90 anni fa per far finta di nulla, celare le proprie stesse vanità, o deflettere con strategie di puro spostamento psicologico.

Dunque diamo uno sguardo al paradosso dell’italiano che si starebbe «arricchendo» mentre sempre più termini scompaiono, entrano in disuso, o imboccano il viale del tramonto grazie ai loro nuovi «sinonimi».

Abbiamo già illustrato qui come l’irruzione di match e big match nel vocabolario italiano abbiano reso obsoleti nel giro di 10/15 anni i termini incontro e partitissima. Abbiamo spiegato, con numeri alla mano, i casi di termini angloidi (fare shopping, Business School, i farlocchi rider, question time, location) il cui effetto è stato quello di neutralizzare o schiacciare quelli che erano, direttamente, i suoi equivalenti diretti in italiano oppure, indirettamente, altri sinonimi o derivazioni italiane.
Rimanendo sul tema delle partite, fino a pochi anni fa, il grande pubblico italiano avrebbe assorbito da stampa e televisioni termini quali incontro, contesa e duello. Magari, addirittura tenzóne. A chi vi scrive rimase impressa quella parola di sapore classico proprio quando la ascoltò, per la prima (e forse ultima) volta, da Bruno Pizzul durante una telecronaca calcistica a metà anni 80.
Oggi, l’effetto cannibalizzante di match su «partita» è minimo, ma non lo è purtroppo sui vari sinonimi italiani ed elementi linguistici correlati. Diventa moribonda partita di cartello, entra in disuso partitissima, si sente sempre di meno incontro. Si arricchisce il creolo, s’impoverisce l’italiano.

Certo, gli esempi sportivi sarebbero dozzine. Le palestre del Bel Paese relegano la lingua italiana ormai a preposizioni e articoli. E, fino a pochi anni fa, highlights era quasi completamente sconosciuto. Si usavano espressioni quali fasi salienti, il meglio di, i momenti chiave. Guardate come si è invertita la tendenza. Negli ultimi due anni, fasi salienti è quasi morto, divorato appunto da highlights, che nel frattempo si è più che centuplicato, sul serio, in 20 anni.

Diapositiva è un altro caso interessante. L’angloinvasato con gli occhi vitrei vi dirà che «è chiaro che diapositiva doveva sparire, perché si riferisce all’analogico», mentre slide è del secolo XXI, quindi rende meglio l’idea.
Peccato però che proprio slide fosse la parola che si usasse in Gran Bretagna ai vecchi tempi per dire diapositive. Con l’arrivo del digitale, i Paesi anglosassoni non hanno ritenuto che bisognasse creare una parola nuova, e dunque hanno continuato a dire slide. Anche gli spagnoli hanno continuato ad usare diapositiva. Gli italiani, invece, hanno rapidamente buttato via la loro parola e hanno preso a piene mani quella anglo. Guardate i numeri dell’archivio elettronico di La Repubblica. Esempio più chiaro di così per descrivere una lingua malata non si può.
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Nel frattempo, l’onnipresente live si sta nutrendo sempre di più di diretta, dal vivo, e concerto. Tre contesti al prezzo di uno.

Ed è spettacolare vedere la prepotenza con la quale fake news, sconosciuto fino al 2010, abbia quasi completamente sostituito bufale (a proposito, ma l’inglese non era più comodo perché più breve?), mentre la polvere inizia lentamente a posarsi anche su menzogne, manipolazioni e disinformazioni, e la parola fake è ormai la prima scelta anche nel contesto di falso o contraffatto.


Chi è lo sfigato che dice ancora compere o andare a fare le compere? Si dice [fare] shopping, con la shopping list, magari per andare all’outlet, al discount e in cerca del low cost condito con sale (ma non nel senso del solido cristallino incolore) a destra e a sinistra. Occasioni, basso costo e sconti iniziano a mostrare i primi scricchiolii. Nel frattempo gli acuti linguisti italiani continuano a credere che il problema sia che-dobbiamo-dire-pellicola-invece-di-film?

Ancora più impressionante è il fatto che gli eventi ormai in Italia si debbano dire per forza in anglo. Giornata, con la maiuscola, non si dice quasi più. Qualche anno fa iniziò ad essere affiancata da Day, per poi esserne cannibalizzata, ed ecco oggi il dominio assoluto di Family Day, Pride Day, No Green Pass Day, CV Day, No Paura Day, Singles Day, Rivoluzione Day, Bi(-)Visibility Day, Sport Ability Day, il World Pasta Day (voluto dall’Unione Italiana Food, sia chiaro), addirittura il Provincia Day, qualsiasi cosa. A destra e a sinistra, anche in senso politico. Comincia persino a farsi strada Boxing Day per parlare del 26 Dicembre.

Eppure, in un’intervista pubblicata lo scorso Marzo, la sociolinguista Vera Gheno ha messo in mostra livelli di diniego da medaglia d’oro sentenziando:

Come avrà fatto Gheno a perdersi non solo la cascata continua di [Nome dell’Evento] Day e la marea crescente degli Open Day (la versione 2.0 del moribondo «Giornata di porte aperte»), ma anche gli innumerevoli Week (Milano Fashion Week, Genova Smart Week, Bologna Design Week, South Italy Fashion Week, Milano Digital Week, Milan Games Week, sono centinaia) che, alla faccia delle strutture sintattiche, cancellano tutte le preposizioni articolate (della/del/dell’) che si sarebbero usate prima.



E se gli attenti linguisti volessero ribattere che «vabbè ma sono contesti specifici», dovrebbero farsi un giro tra gli ospedali italiani, perché anche lì Day and Week li troviamo alla grande e li troviamo di traverso alle norme sintattiche dell’italiano.



Lo stesso avviene sempre di più con i Festival: Bra Cheese Festival (ridicolo, per un anglofono, ed esempio di come la smania di parlare e scrivere così abbia multipli effetti collaterali), i vari [Nome della Città] Summer Festival, Nicasi Beer Festival, Pinewood Festival, Pigneto Film Festival, Todays Festival, Ortigia Sound System Festival, Wood Sound Festival. Sono di tutti i tipi, e potremmo continuare fino a domani.

Gheno, e non solo lei, non lo notano, ma – sostituzione sistematica di vocaboli a parte – la stessa ibridazione sintattica continua imperterrita nel mondo dei premi e dei riconoscimenti. Un tempo in Italia esisteva il premio nazionale per il miglior maestro o professore dall’ingegnoso nome «Cuore d’Oro». Oggi c’è l’Italian Teacher Award, a cui si affiancano – sia chiaro, tutti al 100% in ambito NAZIONALE – Italian Tech Award, il Nation Award, l’Italia Sport Award, il Tuttonapoli Award, l’Urban Award. A proposito di quest’ultimo, chissà se leggendone il comunicato stampa del Comune di Genova, completo di bike-to-work e bike-to-school, Gheno (e non solo lei) direbbe che «non va ad intaccare le strutture sintattiche dell’italiano».



Però così va l’Italia, e chissà se i nostri amati linguisti si sono persi anche l’arrivo di must-have che, con la sua ingombranza lessicale e sintattica, sta dando ceffoni che la metà basta al sempre più desueto da non perdere. L’immagine qui sotto è di Poste Italiane, quelle che amano tanto la comunicazione cristallina da usare lo pseudo anglicismo reverse paperless e poi, tra tanti altri, postepay, delivery express e delivery globe, i quali hanno ufficialmente sostituito spedizione nella loro letteratura corporativa.



Gli «intaccamenti» sintattici sono ormai ovunque, e lo sono già da un bel po’.
Chissà se Gheno si è accorta del suffisso anglo -free, ormai presente ovunque (sugar-free, covid-free, plastic-free, fat-free, ecc.).



Esempi ancora più assurdi li vediamo, sempre più numerosi, negli ospedali italiani, da Roma a Foggia, da Ravenna a Palermo, da Genova a Milano. Esempi di come il narcisismo linguistico prenda il sopravvento persino sulla semplice chiarezza e sul diritto alla comprensione del 100% dell’utenza pubblica- diritto sancito per legge in Paesi come Gran Bretagna, Francia e Spagna. I cartelli con la parola senologia vengono smontati e interi reparti rinominati Breast Unit. E lo stesso avviene con Skin Cancer Unit, Stroke Unit, e con l’irruzione di – tra molti altri – hospice, screening, checkpoint, e triage (francesismo che è entrato attraverso la via anglo per mandare all’oblio accettazione).



L’angloinvasato di turno vi dirà che i reparti vengono ribattezzati in inglese proprio per aiutare gli stranieri, come no. E, dicendo così, fa finta di ignorare che la stragrande maggioranza dei recenti immigrati in Italia non sono anglofoni, per non parlare delle decine di milioni di italiani che non conoscono l’inglese (magari i più anziani). Un concetto di empatia molto peculiare.

Ma torniamo alla malattia linguistica in atto.

Anche quando si cerca di coniare un neologismo in italiano, si noti come la versione in inglese, seppure farlocco, vinca. Abbiamo cercato negli archivi de la Repubblica quante volte Certificato Verde, Certificazione Verde, Certificato Covid siano apparsi negli ultimi due anni. Poi abbiamo contato Green Pass (che non si usa nei Paesi anglosassoni, dove si dice Covid Certificate o Covid Passport). Ecco i risultati:



E che dire di set, nel senso di insieme, serie, gruppo, a seconda dei casi, che si è convertito, come kit, in una di quelle sostituzioni pigrissime che si mangiano tutte le sfumature, depauperando il linguaggio?

Oppure di empowerment, che da qualche hanno si infila dappertutto a scapito dello sfigatissimo emancipazione?


Un recentissimo articolo pubblicato da entrambi La Stampa e La Repubblica, dal titolo «Dieci libri per l’empowerment (femminile, ma non solo) […]» fa particolarmente colpo. Da un lato, perché l’autrice citava il dizionario Garzanti per definire empowerment (“Processo di riconquista della consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità e del proprio agire”), operando una sostituzione pura mentre la traduzione ce l’aveva a portata di mano con emancipazione (e forse, ancora di più, affrancamento). Dall’altro, perché l’articolo snocciolava anglismi inutili nello stile purtroppo quasi istintivo del «giornalismo» italiano di oggi. Revenge porn, catcalling, victim blaming, fat-shaming, tutti recitati con quella casualità e quell’autocompiacimento che, grazie specialmente alla classe politica e giornalistica, stanno rendendo gli italiani sempre più incapaci di articolare concetti nella propria lingua.
In altre parole, questa crescente dipendenza, quasi di tipo narcotico, che gli italiani stanno sviluppando verso gli anglicismi sembra minare la capacità di tessere, di sviluppare, di produrre argomenti senza, ricorrere ogni 10 secondi, per citare Antonio Zoppetti di Diciamolo in italiano, alla «stampella dell’inglese».

Guardate come l’irruzione di catcalling negli ultimi due anni sia coincisa con il declino di importunare e la scomparsa definitiva di pappagallismo.

Un’altro è roadmap, che sembra aver soppiantato concetti come percorso e itinerario (in senso metaforico, cioè quando riferiti a progetti e obiettivi).



Nel nostro precedente articolo avevamo parlato della scomparsa quasi improvvisa di interrogazioni parlamentari a beneficio di question time, più o meno a partire dal 2010.
Adesso guardate gli effetti di come, nel giro di un (1) anno, l’adozione a livello legislativo dell’americanismo caregiver a scapito del suo equivalente italiano (letteralmente indicato tra parentesi nella legge) abbia ufficializzato la secondarietà di badante, destinandolo all’oblio e decretando la fine dell’altro possibile sinonimo italiano, assistente familiare. Gli effetti sono già visibili. Ne prendano nota gli illusi de «la lingua la fanno i parlanti«, inspiegabilmente intorpiditi davanti all’ovvietà dell’immenso peso esercitato, a livello linguistico, delle istituzioni e degli enti pubblici.


Che poi sono le stesse istituzioni che, negli ultimi cinque anni, hanno ufficializzato la sostituzione della parola squadra a vantaggio di team per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi, ignari di quanto sia ridicolo davanti agli occhi del mondo un Paese non anglosassone che scimmiotta – in un ibrido sintattico inspiegabile e senza alcun motivo – una lingua non propria, come dei teneri copioni da quinta elementare. Signori e signore, l’Italia Olympic Team.




Fa male riconoscerlo, ma questo articolo potrebbe andare avanti all’infinito con esempi relativi a tutti gli ambiti. E non abbiamo neanche toccato il mondo del fashion & beauty, del tech, delle start up, delle celebrity, dei reality, dello showbiz e delle influencer, o il mondo del food. Non abbiamo toccato il mondo delle professioni, dove ormai anche commesso lascia spazio a Shop Assistant e sono tutti, con le maiuscole, Visual Merchandiser, Chief Sales Officer, Team Manager, Head of Talent Acquisition & Sales, Copywriter, Assistant Editor, Programme Manager, CEO.
Quante parole ed espressioni ci sono che – se già ora relegate ai ricordi di un over 40 (intaccamento sintattico) – non hanno alcuna possibilità di sopravvivere tra quelli che sono gli adolescenti e i bambini italiani di oggi (vedi qui)?



Compilare una raccolta esaustiva dei tantissimi termini italiani sulla via del tramonto è impresa quasi impossibile. È una via sempre più affollata e la causa è sempre la stessa, l’anglorimbambimento delle istituzioni, dei media, e dei pubblicitari italiani del secolo XXI. Rimandiamo i nostri lettori alla rubrica PAROLE IN DECLINO a cura di Giacomo M. Valentini, che seppur non completa, rende benissimo l’idea.

E lascio a lui, Giacomo, la conclusione:

«Non c’è più la ricerca di sinonimi, di sfumature e di cultura. La lingua italiana di oggi è una lingua banalizzata, stereotipata, dove non c’è più bisogno di usare vocaboli più ricercati – in italiano – perché esiste sempre il ricorso all’angloamericano che tutto risolve, anche quando usato con significati diversi dalla lingua d’origine«.

*L’autore Peter Doubt è co-fondatore di Campagna per salvare l’italiano. Di doppia cittadinanza italiana e britannica, con studi all’Universita di Birmingham (Gran Bretagna), è traduttore e interprete inglese/spagnolo/italiano e vive in Spagna da quasi 15 anni.

Itanglese: un fenomeno unico

«L’elitismo, la rapidità, la portata e la penetrazione degli (pseudo)anglicismi nella lingua italiana di oggi non conosce precedenti né storici né geografici». AUTORE: Peter Doubt*


Cos’è il «portuñol«? Quanti dei nostri lettori ne hanno sentito parlare?
Creolo formatosi spontaneamente, e osservato da ormai un paio di secoli nelle zone limitrofe tra Uruguay, Argentina (e altri Paesi sudamericani di lingua castellana) e il Brasile, nonché registrato da tempo in alcune zone lungo il confine tra Spagna e Portogallo, il «portuñol» è uno dei più classici esempi di pidgin (o creolo, o lingua mista, secondo i criteri usati) originatosi da contatti tra comunità adiacenti e necessità di mutuare vocabolario reciprocamente per ragioni di praticità.

Un viaggio attraverso la bella e verdissima frontiera tra Spagna e Portogallo offre una prospettiva linguisticamente unica, ascoltando dialetti e idiomi generatisi nei secoli dove, a spagnolo e portoghese – secondo la latitudine – si mischiano anche elementi di asturleones, a Nord, o di andaluz, nella parte piú meridionale del confine (il cosiddetto barranqueño ne è un esempio).

Senza voler annoiare il lettore, il punto di questo sermone linguistico su un frammento del mondo hispanolusitano consiste nel mettere in evidenza la definizione di quella che sarebbe realmente una «lingua fatta dai parlanti«.
Quando i linguisti d’Italia liquidano pigramente, irritati, distratti, il crescente fenomeno del misto fritto itanglese dicendo che «la lingua la fanno i parlanti«, o che «è sempre stato così«, o che «l’italiano è sempre stato una lingua bastarda» peccano, semplicemente di cecità, e – non dovrebbe sorprendere- provincialismo.



I fenomeni osservati nella storia, e registrati da linguisti con gli occhi aperti e non troppo occupati a recitare a memoria la bibliografia di De Saussure, sono molti. A parte l’adiacenza geografica che ha dato luogo all’alternanza di codici sviluppatisi con il portuñol, o il famoso Spanglish nato a Puerto Rico oppure tra il Messico e alcune zone degli Stati Uniti d’America (Arizona, New Mexico, California, Florida, parti del Texas, ecc.), ci sono poi i fenomeni di spontanea meticciazione linguistica occasionatasi in comunità di migranti. Si pensi al lagunen-deutsch della regione dei laghi del Cile, dove migranti di lingua tedesca dei sudeti (attuale Repubblica Ceca) e di Austria e Germania si insediarono a partire dal secolo XIX, un fenomeno interessantissimo dove spagnolo e tedesco entrarono spontaneamente in un calderone e ne uscirono producendo effetti strabilianti, sia dal punto di vista lessicale che dal punto di vista di alterazioni morfologiche (verbi spagnoli declinati alla tedesca, ecc). Senza andare così lontani, la penisola italiana visse fenomeni simili (anche se moltissimi secoli prima e con le sue peculiarità) con il griko in alcune parti del Salento o le isole linguistiche gallo-italiche della Sicilia.


Eppure, tornando ai giorni nostri, è dovere notare come, dai quasi 5 milioni di cittadini stranieri arrivati in Italia dal 2000 in poi (e che includono comunità numericamente consistenti di cittadini rumeni, marocchini, cinesi e albanesi), la lingua italiana non abbia assorbito un solo neologismo o non abbia mutuato assolutamente nulla. Al contrario, invece, del cockney londinese (e non solo, si parla proprio di un Multicultural English) dove da decenni non si contano sia le espressioni che gli elementi fonologici e morfologici di provenienza giamaicana (e non solo), che sono attivamente penetrati – dal basso, cioè dai parlanti. O si pensi al francese dove, specialmente in aree urbane, l’apporto linguistico da parte, per esempio, di comunità arabe è un dato di fatto, e dove ormai le nuove generazioni cosiderano molti nuovi vocaboli lingua francese al 100% (caoua, seum, kif, chouïa, souk e molte altre). Esatto, la lingua la fanno i parlanti.

Il problema è che nessuno dei fenomeni descritti sopra rappresenta qualcosa in comune con la valanga itanglese di oggi. Non ha nulla a che vedere con la normale e graduale evoluzione dal basso – di qualsiasi lingua – avvenuta durante secoli, se non millenni, tra prestiti, assimilazioni e adattamenti.



Invece, dentro un’ottica più elitista, le analogie con l’itanglese del secolo XXI iniziano a scorgersi se ci avviciniamo a fenomeni di lingue creole sviluppatesi sotto dominazioni coloniali, dove una lingua importata militarmente si è imposta o sovrapposta. Si pensi al pidgin dell’Africa Occidentale (con varianti differenti in Nigeria, Ghana, Camerun, ecc), al kriol del Belize (definito ufficialmente «lingua di contatto» e che iniziò a radicarsi con l’avvento della tratta degli schiavi nel secolo XVI), al patois della Giamaica e il chabacano (e in maniera minore il tagalog) delle Filippine. Gli esempi sarebbero centinaia e furono il risultato di uno sviluppo a due livelli. Da una parte, quello istituzionale e burocratico, con governatorati, tribunali, polizia ed eserciti che inevitabilmente esercitavano i propri poteri nelle lingue colonizzatrici costringendo i colonizzati ad adeguarsi. Dall’altro il fatto che tanto l’alfabetizzazione come l’educazione obbligatoria fu spesso istituita dalle forze colonizzatrici, impiantando le lingue colonizzatrici con robuste radici e trasformando le popolazioni locali in angloparlanti quasi nativi nel giro di un paio di generazioni. In altre parole, la lingua coloniale catapultata dall’alto e le lingue o, più spesso, dialetti locali (527 solamente nel caso della Nigeria) usati dalla popolazione comune portarono spesso a vere e proprie fusioni linguistiche, in alcuni casi completate da standardizzazione e ufficializzazione. Eppure l’Italia non è una colonia o una ex colonia, per cui neanche l’ultimo caso riesce ad offrire particolari esempi di precedenti simili all’ibdridazione linguistica degli ultimi 20 anni.



C’è poi l’altra «Leggenda Metropolitana del Linguista Pigro» secondo cui un fenomeno simile si sarebbe già visto con il francese a cavallo dei secoli XIX e XX. È vero che dalla Francia arrivarono molti prestiti (alcuni assimilati, come bigiotteria o gendarme, altri che rimasero integrali, come boutique), ma si trattava di parole individuali (e comunque molto minori in numero rispetto allo tsunami contemporaneo), al contrario della valanga di ibridazioni sintattiche dell’itanglese attuale che relegano sempre di più l’italiano a un guscio di preposizioni e congiunzioni, o che ne stravolgono le regole della sintassi (no green pass day, we are hiring, sugar-free, 4-weeks for inclusion, pet therapy, car sharing, employer branding, back to school, storytelling consultant, beauty influencer, call per start-up green, delivery pick up point, look total white, vaccination manager, boom dei ready to drink, drive-in covid, rider support, Not-a-museum, Italy4culture, Italia Team e centinaia di altri).


In altre parole, l’itanglese resta un fenomeno unico e sorprendentemente sottostimato perché sta avvenendo con una rapidità senza precedenti. Ricapitolando:
1) senza una colonizzazione fisica, una presenza militare o un dominio politico da parte di un Paese angloparlante (al contrario, per esempio, di Malta, dell’Irlanda o di altre colonie ed ex-colonie);
2) senza che l’Italia confini con un Paese angloparlante e che avvenga un intercambio o mutualizzazione linguistica per adiacenza geografica;
3) senza che questa enorme influenza linguistica avvenga attraverso l’apporto di comunità di immigrati, per esempio in aree metropolitane, nonostante il loro numero sia aumentato considerevolmente negli ultimi 25 anni;
4) senza che i prestiti linguistici si limitino alle sole sostituzioni lessicali.



Che l’itanglese non sia un fenomeno linguistico «fatto dai parlanti«, insomma, è ovvio anche a un bambino, ed è desolante vedere accademici e linguisti di professione liquidare pigramente questa improvvisa mutazione linguistica e culturale dicendo il contrario. Pensate all’apparire dal nulla di espressioni catapulate dall’alto, da ministeri, comuni, enti pubblici. Jobs Act, navigator, cashback, smart working, super green pass, lockdown, caregiver, rispettare il droplet, la Spending, il Board, la stepchild adoption, It’sArt, il mobility management e centinaia di altri da parte di governo e agenzie governative. Pensate ai mostri linguistici quali no gender, no green pass day, family day, no paura day, Run for mem da parte di partiti ed organizzazioni politiche. Pensate all’INPS quando pubblica comunicati come il «4-Weeks for Inclusion: change management e inclusione» e parla di workshop. Pensate alle Poste italiane quando sostituiscono ormai per sempre parole come spedizioni, posta celere, e resi con reverse paperless, my poste delivery business, e poste delivery express. O a quando Trenitalia onanizza con train manager, self check-in, crew, Trenitalia for business, «see you there!«, e riempie il suo magazine di anglicismi inutili quali lifestyle e investor relations. O quando i comuni e le regioni parlano di Ro.Me (sul serio), food policy, park & ride, Happy popping (sul serio), shared wood e organizzano un «talk» in un «Park Hub ai designer under 30«. O quando una signora di 80 anni malata di cancro riceve una lettera dall’ospedale della sua città invitandola a uno «screening nel Day Hospital Breast Unit«, senza contare i vari Skin Cancer Unit, hospice, week surgery, checkpoint temperatura e drive through covid. O quando vedi che sempre più corsi nelle università italiane sono offerti esclusivamente in inglese, tra un open career day, una masterclass in copywrite e una business school (ormai economia e commercio è cosa obsoleta, come le musicassette). O quando rabbrividisci notando la valanga di professioni ormai in inglese, trasudando narcisismo elitista, dal Warehouse Manager al Head of Talent Acquisition & Sales e dal Chief Sales Officer Key Account al Vice President HR and Organization (mentre si rivolgono a un pubblico italiano).
Peggio ancora, quando il sapore di autocolonizzazione si inizia a sentire vedendo interi quartieri battezzati in inglese e pubblicizzati in lingua completamente ibrida (si veda FeelUpTown o North Loreto a Milano), mercati (East Market), linee della metropolitana (Circle Line), o addirittura i bidoni della spazzatura (City Bin a Mantova).

E tutto questo senza contare:

– i deliri onanistici di giornali, riviste e mezzi di comunicazione contenenti ormai quasi più (pseudo) anglicismi che i loro colleghi della stampa giamaicana, nigeriana o filippina. Non si contano le sezioni, i report e i magazine con titoli e sottotitoli infarciti di news, green & blue, inside over (?), New York stories, longform, moda&beauty, Italian tech, green tech, newsletter, photography, entertainment, cover story, cold case, food & beverage, spycalcio, greenheroes, the best, Andrea’s version e centinaia di altri.
– il bombardamento da parte di pubblicitá e agenzie specializzate le quali sembrano incapaci di completare una sola frase senza infarcirla con deliri da anglomania pura (si pensi, per fare un esempio infinitesimale, al martellamento mediatico del Black Friday e i suoi cugini Cyber Monday, Black Week e Domenica Black Finish).
– l’effetto moltiplicatore, stile ventilatore industriale (o benzina sul fuoco, se preferite) delle reti sociali (i social), dei telefoni intelligenti (gli smartphone) e delle varie piattaforme e applicazioni, quelle sì presenti su scala mondiale, dove termini e neologismi vari si diramano con la velocità della luce (si pensi ai sempre più presenti ghosting, flaming, tagging, fino a tutti gli acronimi da LMFAO a IMO). Ma persino lì, dove il terreno è un po’ più livellato, dove il ruolo della globalizzazione è chiarissimo, dove le sostituzioni non sono così elitiste come negli esempi precedenti, l’enorme peso dei vari (o varie) influencer fa sì che la direzione del flusso linguistico segua comunque una tendenza dall’alto verso il basso.

Quello che sta accadendo oggi alla lingua italiana, non è – nella quasi totalità – un fenomeno spontaneo, nato e cresciuto tra parlanti. Solamente accettare questa semplice verità consentirebbe una maggiore presa di coscienza nei confronti del tipo di futuro, se uno ce n’è, per la lingua italiana e, specialmente, offrirebbe una maggiore inclusione verso i milioni e milioni di utenti del Bel Paese tagliati fuori dalla follia psicolinguistica attualmente in atto.

*Peter Doubt è un traduttore/interprete (spagnolo-inglese-italiano) con doppia cittadinanza britannica e italiana. Vive in Spagna da 14 anni.