Straniero alla lingua

Il passato, le tracce viventi di altre epoche, bisogna disfarsene, non hanno alcun valore, quello che conta è l’immediatezza, la presunta “utilitàdi Cristina Di Fino*

Io sono un italiano che a scuola ha studiato francese. Alla mia epoca quella era la lingua da studiare, ma oggi sembra che il vento sia cambiato. Siamo entrati dentro un’altra sfera, dentro un altro mondo. Alla radio ho sentito che, alla festa del paese, vi era un’area di street food, poi dei food tour ad orario, non ho capito. Di solito alla festa di paese ci sono tanti banchi, ma davvero cosa sia questo non so. Dovrò consultare un vocabolario, perché internet non sempre è affidabile, però mi fa sentire davvero inadeguato. Io continuo a comprare le Monde Diplomatique, almeno mi tengo informato su quello che succede, su quella parte di mondo che ancora comprendo.

Io sono uno straniero di prima generazione. A casa mia si parlano tre lingue, io che parlavo ai miei in italiano, mio padre che mi parla in iraniano e mia madre mi parla in russo. A scuola parlo in russo con altri compagni che ne sanno qualche parola, così quando non vogliamo farci capire; una delle mie compagne Olga, è di origine polacca, ha imparato un po’ di russo per parlare con la nonna, che viveva al confine con la Russia. Oggi con i compagni, siamo andati dentro un locale nuovo, per mangiare qualcosa insieme, e non abbiamo capito quasi niente di quello che c’era scritto sul menù. C’erano tre opzioni Vip, Premium e Basic, poi c’era lo starter, il donut, il best price, il veal, e così una valanga di parole che il cameriere non aveva tempo di spiegarci. Siamo usciti allora, e siamo tornati al nostro caro vecchio kebab, almeno lì si può vedere cosa ti portano, e sai cosa mangi, non ti viene il mal di testa.

Io sono cresciuto parlando occitano, quando vado al mercato quasi tutti lo parlano, a volte si intercala con l’italiano. A scuola mi hanno detto che è una delle dodici lingue protette dalla Costituzione. Però, a scuola, non ho mai visto nulla di scritto nella mia lingua. L’altro giorno, i professori ci hanno invitato a consultare i programmi di varie Università, che avevano degli Open Day. Ho pensato che fossero università per stranieri, e invece no, erano tutte in Italia. Chissà se c’è anche un corso di laurea in occitano così come avviene in altri paesi…

Io sono uno dei “rientrati”, non so se mi posso sentire solo un cervello. Sono stato dieci anni negli Stati Uniti, il posto mitico degli italiani che si vogliono fare da sé, la terra delle grandi opportunità, di quelli che cercano una seconda vita. Oggi, sui giornali si parla di mobbing sul lavoro, ma io non capisco cosa significa. Eppure direi che sono quasi “padre”- lingua, perché io sogno anche in americano, ogni tanto mi scappa anche un espressione qui e lì, quando sono sovrappensiero. Ho dovuto chiedere ad un collega cosa significasse, in americano i problemi di persecuzione al lavoro si dicono “harrassment”, mobbing è un movimento di pressione di un gruppo, che può venire da diverse parti della società. Non capisco, ho speso così tanto tempo ad imparare, torno nella mia terra, e questo uso delle parole non ha senso. Io non mi ritrovo più, non sono né più lì ma nemmeno qui.

Se lo studioso Zygmunt Baumann fosse ancora vivo, si metterebbe a capofitto a studiare il fenomeno degli anglicismi nella lingua italiana e sono sicura che in poco tempo riuscirebbe anche a creare una nuova parola per definirlo. Ora la sfida e il testimone passa a qualcun altro per continuare a cercare di comprendere quello che succede. Il fenomeno degli anglicismi sicuramente fa parte della liquidità che caratterizza la nostra epoca, ma che ha lavato via anche il significato. C’è una grande incertezza su cosa significhino questi diluvi di parole importate, e messe lì quasi a caso, a volte a suono, altre volte per vicinanza, altre ancora per moda, spesso anche in mezzo ad una frase. In un mondo dove le regole sono liquide, tutto può ondeggiare a seconda della piena o della marea. Succedono a gran velocità fatti inauditi, come se avessero la forza di un monsone mai visto, che, al pari del cambiamento climatico, è un’estremizzazione così rapida e dal potere dirompente. Ma dove si abbatte questo monsone? Sulla casa in cui si abita, la lingua. Questa liquidità non solo porta via il significato ma anche la lingua. E quindi, oltre ai significati, non si ha nemmeno più la possibilità di crearne di nuovi, perché se si distrugge la struttura in grado di creare senso, ci si ritrova muti, dentro una prigione dove non si può comunicare con l’esterno. Gli allarmi lanciati, ma inascoltati, non sono solo da parte dell’accademia della Crusca. Eppure, come certi dissesti idrogeologici, ancora nulla si è fatto. È una delle tante tragedie annunciate, che sta già mietendo le vittime, tra il grande tasso di analfabeti di ritorno.

La cultura e pratica dello scarto, tipica della nostra epoca, sta inglobando anche la lingua. Non solo oggetti e materiali ancora utilizzabili si trasformano in rifiuti, solo per una decisione del singolo e collettiva, ma la stessa pratica viene adottata come filosofia di vita, quindi è applicata qualsiasi sfera dell’azione umana: le persone, gli animali, le piante, le culture, le lingue. Come nella storia del re Mida, qualsiasi cosa che si tocca si trasforma in inutile, in rifiuto.

Il passato, le tracce viventi di altre epoche, bisogna disfarsene, non hanno alcun valore, quello che conta è l’immediatezza, la presunta “utilità”.

Non si considera che la filosofia dello scarto provoca anche un vuoto, che rimane dopo l’immediato, che lascia il nulla a chi viene dopo. In un film profetico, “La storia infinita”, tratto dall’omonimo libro di Michael Ende, quello che più terrorizzava i personaggi, e letteralmente li inghiottiva, sia fisicamente che internamente, era il “Nulla”, avanzava sempre di più, a meno che non si facesse opposizione. Il mondo poi sarà salvato dalla fantasia. Spero che molte persone, con molta fantasia, siano in grado di creare qualcosa di nuovo, che possa riparare i danni e soprattutto non lasci nessuno come straniero alla propria lingua.

*Cristina Di Fino è una viaggiatrice che ha abitato presso diversi popoli e lingue, ed è da sempre in decrescita felice

Ordinaria comunicazione sulla prima pagina di un importante quotidiano italiano

Se l’inglese fosse ungherese

Frammento di un articolo del Corriere della Sera /Corriere del Veneto: «Mio fratello Niccoló Ghedini, scapestrato in gioventù e insonne di talento», 19/08/2022.

Ci sono milioni e milioni di italiani che non hanno studiato l’inglese, oppure che lo hanno studiato poco, male e/o molto tempo fa. Per queste persone, la stragrande maggioranza di termini inglesi sono comprensibili quanto lo è la lingua ungherese.

Nell’immagine, abbiamo sostituito i termini inglesi usati dal Corriere della Sera, e comprensibili a un numero molto ristretto di lettori, con gli equivalenti in ungherese (lingua che, ci azzardiamo a dire, è sconosciuta virtualmente alla totalità degli italiani) per darvi un’idea di come si sente il lettore medio italiano dinnanzi ai continui schiaffi linguistici che si deve sorbire ogni volta che legge siti internet, giornali o riviste magazine, oppure ogni volta che guarda le notizie news, ascolta pubblicità, va a fare le spese shopping, o utilizza servizi pubblici.

L’incapacità di provare empatia verso milioni di potenziali lettori e utenti da parte di un numero notevole di giornalisti, pubblicitari e politici italiani non è solo stupefacente, ma è elitista da fare schifo.

Quando la preoccupazione di chi parla o scrive non è la comprensibilità per l’interlocutore, ma è invece il voler giocare a fare il figo internescional, sorge un problema grave di esclusione.

In altre parole, l’itanglese (o l’abuso sistematico di anglicismi in italiano) crea problemi di inclusione. Esclude, taglia fuori, discrimina, emargina, mette in difficoltà.

L’itanglese esclude

Milioni di italiani che non parlano l’inglese sono discriminati quotidianamente

Agosto 2022, l’Italia si trova nel pieno di una importantissima campagna elettorale. Ci sono decine di milioni di cittadini e residenti che non parlano l’inglese, oppure che lo conoscono poco e male.
Se una di queste persone volesse leggere i titoli dei giornali italiani per documentarsi, capire, decidere, si troverebbe molto in difficoltà.

Guardate l’immagine. Contiene ritagli di quotidiani italiani di tutti i colori: il Corriere, la Repubblica, la Stampa, il Giornale, Libero, Domani, il Manifesto, il Fatto. Si tratta di una brevissima raccoltà. Di esempi ne esistono a centinaia.

Osservate quanti titoli si appoggiano su anglicismi puri e, ne consegue, quanti concetti vengono espressi mandando la lingua italiana in soffitta. Abbiamo coperto le parole (pseudo)inglesi per dare a tutti un’idea di quanto sia difficile, per chi non conosce l’inglese, interpretare ciò che si legge.

In altre parole, per mostrarvi quanto sia esclusivo ed escludente il bombardamento continuo dell’itanglese da parte dei media italiani. Un comportamento discriminatorio particolarmente ipocrita, specialmente nell’era del termine inclusività sventolato a vanvera ogni 5 minuti.

Autore: Peter Doubt

«Servants of the lingua»

La serie televisiva di lingua ucraina che ha lanciato la carriera del Presidente Volodymyr Zelensky sta spopolando in tutta Europa.

Il titolo originale, Слуга народу, è stato tradotto nelle lingue di quasi tutti i Paesi. Quasi.
In Germania, Diener des Volkes.
In Francia, Serviteur du peuple.
In Spagna, Servidor del pueblo.
In Portogallo, O Servo do Povo.
In Svezia, Folkets tjänare.
In Grecia, Υπηρέτης του Λαού.
In Gran Bretagna, Servant of the people.
In Italia, Servant of the people.

Dunque chissà non è per la «tecnologia», o per il «dover farsi comprendere a livello internazionale», o per «rendere i nostri giovani competitivi», o per «la brevità», che lo (pseudo)inglese sta cannibalizzando la lingua italiana. Forse è semplice #vogliadiesserecolonia.

Italia campione d’Europa. Di anglicismi.

È iniziata la Parte 3 della nostra analisi comparativa degli anglicismi sulle prime pagine digitali dei maggiori quotidiani europei (vedi qui i dettagli della settimana appena conclusa).

Questa volta è Il Corriere della Sera a rappresentare l’Italia di fronte ai suoi colleghi francesi di Libération, quelli spagnoli de La Razón e i tedeschi del Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Dopo aver analizzato i forestierismi e italianismi su The Guardian a Novembre e Dicembre e su The Times nei mesi di Gennaio e Febbraio, abbiamo ora scelto di contare quelli presenti sul maggior quotidiano irlandese, The Irish Times. I risultati sono sempre nella stessa direzione. Anzi, questa settimana l’Irish Times ha pubblicato addirittuta zero italianismi (e 8 forestierismi) in totale contro i 374 anglicismi puri, cioè parole inglesi (o pseudo tali, come «smart working» o «fashion addicted«) sul Corriere della Sera.



Risulta straordinario, per la nona settimana consecutiva, che i quotidiani di Francia, Spagna e Germania, quale che sia il loro orientamento politico, riescano a pubblicare notizie e rubriche usando una frazione degli (pseudo)anglicismi dei loro colleghi italiani. Gli anglicismi esistono anche negli altri Paesi europei, sia chiaro, ma ne abbiamo computati meno di 1/4 nel caso di Libération e Frankfurter Allgemeine Zeitung, e addirittura 1/6 nel caso de La Razón rispetto al Corriere.



Del resto non si tratta di nulla di particolarmente differente rispetto alle misurazioni delle settimane precedenti. Certo ci sono differenze di impostazione editoriale, per cui notiamo come il Frankfurter Allgemeine Zeitung, di orientamento conservatore, sia molto meno incline a usare anglicismi dei loro colleghi di Welt, quotidiano liberale. Al contrario, La Razón, giornale spagnolo di destra-destra sembra usarli molto più allegramente di El País, di centro sinistra, fedelissimo in maniera eccezionale alla lingua castellana.



Notiamo che l’uso di anglicismi di Libération è quasi esclusivamente confinato ai titoli di rubriche (CheckNews, Interview, Lifestyle), ragione per la quale la conta rileva moltissime ripetizioni.

In ogni caso, non c’è assolutamente paragone con i corrispettivi italiani. Non soltanto dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto qualitativo. Quello che rilevammo con la Repubblica e la Stampa continua praticamente identico con il Corriere della Sera. Quasi sempre non si tratta di qualche titoletto dal sapore esotico per «colorare» un pezzo. L’uso di (pseudo)anglicismi è endemico, costante, incessante, e su di essi si regge concettualmente la presentazione di dozzine di titoli, occhielli e sommari.
Ecco dunque la sfilata di rubriche intitolate in inglese (Cook – sulla gastronomia, Data Room, LogIn, Italians, Heavy Rider, Trading Post, Radio Italians, Corriere Daily Podcast, ecc), giochi di parole («Mal di Tech«), nonché la solita valanga di anglicismi in TUTTI gli ambiti, dalla politica alla moda, dalla tecnologia alla medicina, dalle cronache alla guerra, dalla gastronomia allo sport.
Così come la pandemia si è presentata agli italiani come un’ottima occasione per ingozzarsi di (pseudo)anglicismi, così il triste avvento dell’invasione russa in Ucraina sta dando luogo a una scorpacciata di tank, Putin-show, task force, no-fly zone, bunker, social media war, peacekeeping, security, intelligence e altri prestiti linguistici completamente evitabili.

La lista degli anglicimi (e forestierismi sull’Irish Times) pubblicati durante la Settimana 9 è disponibile qui.

Ritagli dalle prime pagine digitali di Libération, Frankfurter Allgemeine Zeitung e La Razón, Marzo 2022.

L’inglese lingua ufficiale. In Italia.

Diverse aziende hanno preso l’abitudine di stilare i contratti di lavoro dei propri dipendenti italiani, assunti per operare sul mercato italiano, esclusivamente in inglese.
Di Giorgio Cantoni, fondatore di Italofonia.info

Sulle pagine di questo sito, così come su Italofonia.info per il quale scrivo, o sul blog di persone che si interessano al tema dell’itanglese – come Antonio Zoppetti – si parla spesso dell’abuso di termini inglesi crudi in italiano, in particolare sui giornali e in TV, nella pubblicità, nella comunicazione pubblica e nel linguaggio aziendale. Una realtà sotto gli occhi di tutti, o perlomeno di chi la vuol vedere.

Ma forse non tutti sono consapevoli del fatto che nelle aziende italiane non sono solo gli anglicismi ad aver preso piede, ma è l’uso dello stesso inglese che sta progressivamente soppiantando l’italiano in situazioni e ambiti molto importanti. Farò alcuni esempi, tutti vissuti da me in prima persona o da persone a me vicine, con cui ho lavorato direttamente.

Se lavorate in Italia e utilizzate l’inglese nel vostro lavoro, questo probabilmente si traduce nel fare alcune telefonate o videochiamate in questa lingua, o usarla per scrivere e leggere testi. Momenti isolati all’interno di un ambiente dove invece si parla e ci si scambia informazioni in italiano. Ebbene sappiate che ci sono aziende dove il datore di lavoro obbliga il personale, per la maggioranza italiano, a comunicare sempre in inglese, in ufficio, durante l’orario di lavoro. Solo le pause sono escluse… così invece che fumare di nascosto nei bagni o alla finestra, qualcuno sfrutterà i minuti di pausa per fare una cosa ancora più proibita: parlare nella propria lingua!
Mi è capitato di sentire solo un caso di questo tipo, ma l’assurdità di imporre ai dipendenti una lingua di lavoro diversa dalla propria, in un contesto non così fortemente internazionale da poterlo giustificare, dovrebbe essere sufficiente a farci alzare il livello di attenzione.

Potrebbe anche capitare che dalla vostra conoscenza di questa lingua straniera possa dipendere la vostra stessa sicurezza. Infatti su alcuni luoghi di lavoro la maggior parte dei corsi sulla sicurezza vengono erogati in inglese, magari perché il materiale è prodotto in una sede centrale negli Stati Uniti o a Londra, e per l’azienda è più pratico non creare versioni in altre lingue. Il massimo che lo Stato italiano potrebbe richiedere loro è di farvi firmare un modulo in cui dichiarate di aver compreso tutti i contenuti somministrati in inglese e di non aver bisogno di una traduzione in lingua italiana. E vorrei vedere quale dipendente avrebbe il coraggio di non firmarlo, anche se non avesse capito nulla.

L’inglese però potrebbe mettersi sulla vostra strada ancora prima di essere assunti in un’azienda. Non perché la vostra competenza linguistica venga messa alla prova durante un colloquio, ma per… poter leggere il vostro contratto di lavoro!

Diverse aziende, spesso succursali italiane di multinazionali statunitensi, hanno preso l’abitudine di stilare i contratti di lavoro dei propri dipendenti italiani assunti per operare sul mercato italiano, esclusivamente in inglese. Naturalmente un inglese giuridico-legale, dalla cui comprensione dipendono però le vostre mansioni, le regole da rispettare, le clausole che comportano penali, l’inquadramento, la retribuzioni e altri aspetti cruciali. Ma nulla a quanto pare obbliga l’azienda a fornirvi una copia nella vostra lingua, anche se siete assunti nel vostro Paese e qui eserciterete i vostri compiti.

Questi tre esempi – ma altri se ne potrebbero fare – dipingono un quadro preoccupante: quello di una lingua straniera che travalica il suo uso veicolare per parlare di lavoro con persone che non conoscono l’italiano, assumendo il ruolo di una lingua di lavoro obbligatoria se non addirittura quelli di una lingua ufficiale in cui possono essere redatti contratti di assunzione che lo Stato e i sindacati riconoscono. Senza nessun rispetto per i lavoratori, che avrebbero il diritto a informazioni trasparenti, nella propria lingua madre, e a potersi esprimere come vogliono durante le ore di lavoro.

Tutto questo è figlio dell’assenza totale di una politica linguistica in Italia, a differenza di Paesi come la Svizzera, la Spagna o la Francia, luogo dove questi scenari sono esplicitamente vietati dalla famosa legge Toubon del 1994 che dà a tutti i cittadini un “diritto al francese”.

Si è da poco celebrata la Giornata internazionale della lingua madre, accompagnata a Venezia da un bell’evento dove si è discusso molto del terreno che l’inglese ruba alla lingua italiana, in casa propria, spesso per precise decisioni dello Stato italiano, paradossalmente uno dei principali avversari della nostra lingua oggi. Sul nostro portale abbiamo cercato di far comprendere le dimensioni di questo “attacco” con una linea temporale che mette in fila le principali decisioni contro l’italiano degli ultimi anni.

Dovremmo cogliere questi momenti per riflettere su ciò che stiamo facendo alla nostra lingua, accecati da una serie di luoghi comuni fatti di strane idee di apertura e internazionalità. Per chiederci se tutto questo sia giusto e rispettoso nei confronti di noi cittadini. Ma soprattutto per porci una semplice domanda: davvero ci conviene?

Lingua malata, cultura malata

Si conclude la seconda parte dell’analisi comparativa di anglicismi e forestierismi su cinque grandi quotidiani europei. Indovinate chi ha vinto?

IMMAGINE: Risultati della Fase 2 della nostra analisi comparativa.

Cambiando le testate il risultato resta uguale. Se, nella 1ª Parte (vedi qui) della nostra analisi comparativa sugli anglicismi e forestierismi presenti nei quotidiani europei, la Repubblica aveva massacrato i suoi equivalenti francesi, spagnoli, tedeschi e britannici, la 2ª Parte (vedi qui) ha fornito risultati molto simili.

Ricordiamo ai lettori – perché sembra che la differenza sfugga persino a Professori del mestiere – che stiamo parlando di anglicismi puri (e forestierismi puri nel caso del Times), e non adattati, altrimenti la differenza sarebbe stata ancora più stratosferica. Anglicismo puro (o «prestito integrale») è fast food, greenwashing, beauty, startupper, revenge porn. Adattamento (o «prestito integrato»), sono i vari pigiama, dopato, followare (in italiano), le futboliste (in francese), bloguero o penalti (in spagnolo), Stalkerin e Fußball (in tedesco). Per un inglese, sangria, primadonna e brasserie sono prestiti non adattati, integrali. Gallery e sonnet, per esempio, sono invece adattati.



Chiarito questo, ecco alcune importanti considerazioni.

1. La Stampa ha registrato 1371 anglicismi puri in quattro settimane. Per raggiungere tale numero non è addirittura neppure sufficiente aggregare gli anglicismi di Le Figaro, Süddeutsche Zeitung, El País più i forestierismi sul Times. È la seconda volta che succede. Fu così anche durante la 1ª Parte della nostra analisi.

2. Gli anglicismi su La Stampa riguardano tutti gli ambiti. Tutti. Nessuno escluso. Politica, medicina (specialmente con la pandemia in primo piano) cronaca, sport, bellezza, tecnologia, ambiente, gastronomia, turismo, motori, costumi, musica. Nella stragrande maggioranza dei casi sono anglicismi persistenti e sempre più radicati nella società italiana, dato che sono gli stessi che si vedono anche nei negozi, nei supermercati, in televisione, al lavoro, nelle agenzie interinali, sulle etichette, all’università, ecc.

3. Se da un lato si tratta di anglicismi persistenti, dall’altro sono quasi sempre evitabili e in alcuni casi (pseudo)anglicismi. Non è, in sé, colpa de La Stampa, la quale si limita a riflettere le tendenze delle istituzioni, degli altri media, e delle elite italiane. Gli esempi sono innumerevoli, ma basta notare come il famoso Green Pass italiano si dica Covid Zertifikat in Germania, Certificado Covid in Spagna, Pass Sanitaire in Francia e, attenzione, Covid Passport – non Green Pass – nel Regno Unito.
Come con «smart working«, «baby gang«, «droplet«, «social» e tanti altri, per descrivere fenomeni contemporanei la lingua italiana del secolo XXI sembra preferire a se stessa addirittura una pseudolingua monca, deformata o addirittura inesistente. È un sintomo di una malattia culturale.

4. Davvero ci sfugge perché si debba scrivere sold out invece di tutto esaurito, half time invece di primo tempo o intervallo, creator invece di creatore, beauty routine invece di routine (o abitudini) di bellezza, videogames invece di videogiochi, Italian Politics invece di Politica italiana, magazine invece di rivista, rubrica o rotocalco, top invece di una vasta gamma di equivalenti (dipendenti dal contesto), gender invece di genere, the greatest invece di il migliore, alert invece di allerta, trend invece di tendenza, storyteller invece di narratore ecc. Gli esempi sono centinaia. Il lettore stesso potrà consultarli qui.
Qualcuno dirà: che problema c’è?
Uno, immediato, consiste nei binomi empatia/elitismo ed inclusività/esclusività, giacché milioni di potenziali lettori non capiscono e rischiano di sentirsi alienati e in difetto.
Due, a medio (anzi, breve) termine, questa valanga di sostituzioni riguarda la salute, la qualità e il futuro della lingua italiana come bene culturale.
Se questo massacro linguistico avviene ogni giorno – OGNI GIORNO – su tutti i quotidiani, davvero è razionale non aspettarsi conseguenze? Basta guardare che fine stanno facendo, con la velocità della luce, termini come fattorino, garzone, badante, partitissima, montaggio, diapositiva, importunare, videoperatore, Economia & Commercio, dichiararsi, verde, marca, griffa, interrogazioni parlamentari, ecc. (vedi qui e qui per alcuni dettagli quantitativi).



5. Al di là della spettacolare differenza quantitativa di (pseudo)anglicismi, La Stampa (come La Repubblica nella 1ª parte del nostro studio) è l’unica a trapiantare ormai regolarmente intere locuzioni inglesi nelle frasi. Non parliamo soltanto dei titoli di rubriche in inglese, che sono ormai tantissimi (Italian Politics, Italian Tech, One Podcast, Green & Blue, Quirinal Game, Vatican Insider, ecc), ma comunque anche presenti altrove (anche Le Figaro usa Best Of per esempio, e Süddeutsche Zeitung Say no more e Going to Ibiza).
Stiamo invece parlando di interi pezzi lessicali (il concetto di «lexical chunks» coniato dal linguista Michel Lewis) continuamente visibili, trapiantati in frasi che diventano assolutamente incomprensibili per il lettore che non conosce l’inglese o non lo conosce a un livello avanzato. Si pensi a commuting fashion, heels dance, co-washing, on the go, Safer Internet Day, on demand, novel food, trail running, contact tracing, blue economy, tweet bombing, make-care, zoom fatigue e tanti altri. Persino un nativo britannico fatica spesso a interpetarli, fuori contesto. Siamo oltre le pure sostituzioni lessicali, siamo a interi concetti espressi in inglese, comportamento che non si riscontra – forse con qualche eccezione sporadica nel Süddeutsche Zeitung – negli altri quotidiani europei.
Si dà per scontato che il lettore le conosca. Pessima abitudine, perché troppo spesso non è così.



6. Il World Cancer Day non viene tradotto da La Stampa, al contrario dei corrispettivi europei, che lo traducono nella loro lingua, ma questo non ci sorprende perché da qualche anno qualsiasi evento – non importa se esclusivamente italiano o no – viene riportato in Italia in inglese. Per cui quando La Stampa parla di Election Day, Safer Internet Day, World Cancer Day o Fashion Week si trova perfettamente in sintonia con le dozzine di Bra Cheese Festival, Provincia Day, Coming Out Day, Bi-visibility Day, Family Day, No Paura Day, Student Achievement Award, o Italian Teacher Award.


7. Confermando che la malattia linguistica italiana sia giunta a un livello molto più profondo della mera sostituzione, registriamo la peculiarità de La Stampa nell’utilizzare anglicismi con una noncuranza che sarebbe logica soltanto se l’Italia fosse una ex-colonia anglofona. Qualcuno potrebbe sospettare che il redattore o giornalista in questione stia effettuando un esercizio di puro narcisismo linguistico. Si pensi ai vari rock and troll, top & flop, Gedi watch, Covid watch, total body, legal drama, control tower, cancer plan e altri. Non sembra esserci alcuna considerazione per le decine di milioni di lettori italiani che non hanno studiato l’inglese o non lo conoscono a un livello adeguato.

8. Si noti l’effetto morfologico e/o su sintagmi dove fur-free e covid-free sostituiscono sistematicamente «senza» o «privo di». C’è transgender, e c’è genderless, che viene impiegato in puro itanglese come un sostantivo mentre in inglese (in verità detto più accuratamente sarebbe gender neutral), dovrebbe fungere da aggettivo precedendo, per esempio, theory o politics.
I quotidiani italiani sembrano essere anche gli unici a giocare con sintagmi ibridi. Si pensi a Mattarella bus, miti beauty (però poi beauty routine), net zero 2050, team volley (però poi Italia Team), sintomo del fatto che, mentre francese, spagnolo e tedesco non sembrino (ancora?) intaccati dall’inglese oltre le semplici sostituzioni lessicali, l’italiano mostra sintomi molto più profondi, con i costituenti dei sintagmi che spesso appaiono e scompaiono a piacere barcamenandosi tra l’italiano e l’inglese.

9. Come il Guardian nella prima parte dello studio, anche il Times è il quotidiano che registra meno forestierismi puri, ovvero i prestiti «non adattati». Questa volta però, anche il quotidiano spagnolo di riferimento, El País, ha registrato pochissimi anglicismi. Interessante notare che sia El País, sia Le Figaro, proprio durante il periodo del nostro studio, abbiano rispettivamente pubblicato articoli sul fenomeno degli anglicismi nella propria lingua. Ancora una volta resta il sospetto che, in entrambi i Paesi, il livello di presa di coscienza dell’ecologia e tutela della propria lingua sia anni luce dallo sbandamento linguistico dell’Italia secolo XXI.

10. La stragrande maggioranza degli anglicismi usati da Le Figaro e, specialmente, Süddeutsche Zeitung resta confinata a titoli fissi di rubriche (live, weekend, magazine, Best Of, Going to Ibiza, newsletter, Homeoffice, Say no More) che vengono riciclati continuamente. È relativamente raro trovare intere storie o notizie imperniate su un anglicismo, o addirittura una intera locuzione in (pseudo)inglese, al contrario dei quotidiani italiani.


Il Decalogo dell’Angloinvasato*

Circola in questi giorni sulle reti sociali una raccolta di luoghi comuni, pubblicata su La Lettura del Corriere della Sera a firma del linguista Giuseppe Antonelli. Si chiama «Decalogo dei pregiudizi / Decalogo alternativo» ed è la definizione perfetta dell’argomento fantoccio o fallacia dell’uomo di paglia. In altre parole, si prende l’argomento opposto, lo si esagera, lo si distorce, e se ne fa una caricatura grossolana con il fine di compensare la propria mancanza di argomenti. Io moderno, tu autarchico. Io cosmopolita, tu bigotto. Io flessibile, tu rigido. Io plurilingue, tu nostalgicopurista. È facilissimo. Non a caso, va molto di moda nei tempi «binari» in cui viviamo.

IMMAGINE: Decalogo pubblicato su La Lettura (Corriere della Sera), pagina 11, 06/02/2022.

Però se è per questo, una caricatura la possiamo fare anche noi. È semplice, è divertente, ed offre anche uno spaccato realistico del cervello itanglese dell’anno 2022 (che ora si dice Venti Ventidue, non che gli attenti ghenolinguisti de «l’italiano è intaccato solo a livello lessicale» lo abbiano notano). E dunque eccolo, il DECALOGO DELL’ANGLOINVASATO:


Una volta esplorata la forma mentis dell’angloinvasato italiano del secolo XXI, diamo dunque uno sguardo ai fantomatici dieci punti del linguista Giuseppe Antonelli.

1. «NON AVRAI ALTRA LINGUA AL DI FUORI DELLA TUA».
Una caricatura, ovviamente, di un infantilismo spaventoso, che non significa nulla e che viene convenientemente giustapposta a «più lingue sono meglio di una» per supporre che chi considera la lingua italiana un bene culturale sia un cavernicolo autarchico con deliri suprematisti. Chiaro che più lingue sono meglio di una. Parlarle apre la mente, apre finestre verso altre culture, offre altre prospettive, è divertente, è utile a livello professionale.
Peccato che questo non c’entri nulla con lo tsunami anglicus (cit. Tullio de Mauro) attuale, e che eluda brillantemente il tema del fenomeno tutto italiano della somma zero, ovvero l’incapacità degli italiani del secolo XXI di fomentare conoscenze di altre lingue senza autodistrurre la propria o indulgere in miscugli comici nello stile di Salvatore il Gobbo del «Nome della Rosa» di Umberto Eco.


FOTO: Salvatore il Gobbo nel film «Il Nome della Rosa», tratto dal libro omonimo di Umberto Eco.

2. «LA TUA LINGUA È MIGLIORE DELLE ALTRE».
E la mia macchina è più veloce della tua e io sono più alto di te.
Davvero deve essere questo il livello?

3. «LA LINGUA DI OGGI È PEGGIORE DI QUELLA DEL PASSATO».
Magari possiamo dire «worse«, usando anglocosmesi in puro stile itanglese per illuderci che non sia così?
Non è che la lingua sia peggiore. È che sta scomparendo. C’è sempre meno italiano nei concetti.
Come altro descrivere la crescente incapacità dell’italiano di descrivere fenomeni attuali senza ricorrere costantemente ad un’altra lingua o – in alcuni casi – a una pseudolingua? La difesa secondo cui «tutte le lingue sono alla deriva» ovviamente non scende nei dettagli, nonostante siano di una chiarezza disarmante.
Facciamo l’esempio dello spagnolo- una tra dozzine di lingue – che riesce ad aggiornarsi e, al contrario dell’italiano, descrive la pandemia con le proprie parole. Abbiamo confinamiento invece di lockdown, cuidador/a invece di car[e]giver, rastreo [de contactos] per contact tracing, Certificado Covid per Green Pass, autocovid invece di drive-in covid, centro invece di hub, foco invece di cluster, distancia de seguridad invece del farlocco droplet, teletrabajo invece del pseudoanglismo smart working, antivacunas invece del «pidginesco» no-vax, covid largo invece di long covid, refuerzo invece di booster, ecc. Come si può negare che la salute dell’italiano si stia deteriorando? Gli esempi sono centinaia di parole in declino, in Italia, senza alcun motivo. Motivo che invece esisterebbe se questo fenomeno avvenisse in modo più o meno uniforme tra tutte le grandi lingue europee. Perché gli spagnoli riescono a dire diapositiva anche per l’aggeggio digitale, mentre gli italiani hanno accantonato la propria parola per eccitarsi con slide? Perché tutti i fenomeni moderni, dalla teoria genderless al net zero, dai social ai reality e dall’upcycling all’ecommerce, gli italiani non riescono a esprimerli nella loro lingua come facevano quasi sempre prima?
Poi ci sono i fenomeni non moderni, che purtroppo esistono da tempo. Catcalling, stalking, revenge porn, bodyshaming, mobbing e tanti altri. Che sia inglese vero o presunto, l’italiano è sempre più assente.


IMMAGINE: Campagna promozionale del Ministero della Cultura d’Italia, 2022.

4. «OGNI INNOVAZIONE DELLA LINGUA È CORRUZIONE e IMMUTABILI SONO SOLO LE LINGUE MORTE».
Appunto. L’italiano ha smesso di innovarsi. Una lingua che si comporta sempre di più come nell’immagine qui sotto non si sta innovando, sta morendo.
Al netto di un numero fisiologico di prestiti, che esistono in tutte le lingue, una lingua si evolve quando è viva, adatta, crea, è dinamica, conia neologismi. Il 54% dei neologismi aggiunti all’italiano dal 2000 in poi sono (pseudo)anglicismi. Significa che per qualsiasi concetto nuovo, in qualsiasi ambito (non solo le innovazioni informatiche e tecnologiche) il riflesso compulsivo è ormai quello di scimmiottare, come scrive Claudio Marazzina, dall’inglese. Questa, per definizione, è una lingua immutabile e immutante. Il mondo va avanti e l’italiano è rimasto fermo al 1999.

5. «ONORA LA GRAMMATICA CHE TI HA INSEGNATO LA SCUOLA/ I MODELLI LINGUISTICI DEL PASSATO NON POSSONO DETTARE LA NORMA DEL PRESENTE»
Questa considerazione manicheistica non fa parte dell’ambito di questa Campagna. Però, di sfuggita, se è questa il criterio, non si fa prima ad abolirla, la grammatica? Anzi, dato che ci siamo, abogliamo la squola e purliamo tuttu the way ke wantiamo? Sicuramente il Professor Antonelli non voleva dire questo. Antipatiche le caricature, vero?

6. «DIFFIDA DI OGNI USO LINGUISTICO SPONTANEO»
Argomento uomo di paglia strafatto di steroidi anabolizzanti che neanche Ben Johnson alle Olimpiadi di Seul nel 1988.

7. «RICORDATI DI SANTIFICARE LE REGOLE»
Come 5 e 6 qui sopra.
Dato che ci siamo, avete notato – in perfetta linea con i tempi egomaniacali e del narcisismo nauseante in cui viviamo – che gli autori del caro decalogo non hanno neanche considerato per un secondo il rispetto per l’interlocutore? Tutto è basato sull’io. Il me. Io parlo e scrivo come voglio, e se l’interlocutore non capisce, per motivi anagrafici («boomer!«, però «abbasso lɜ discriminazionɜ!«), economici, accademici, o quello che sia, sono cazzi suoi.


IMMAGINE: Frascati, UK
Italia.

8. «NON PRATICARE NEOLOGISMI IMPURI/ CI SONO PAROLE CHE NASCONO E PAROLE CHE INVECCHIANO».
Certamente. Succede in tutte le lingue. In italiano però le parole che invecchiano, per la prima volta, vengono sistematicamente sostituite da termini (pseudo)inglesi. Gli esempi sono migliaia. Basta farsi un giro per i negozi, guardare la televisione, leggere giornali e riviste, andare alle Poste. Succede con le leggi (Jobs Act invece di riforma del lavoro o Legge [Nome del Proponente]), con le procedure parlamentari (question time invece di interrogazioni parlamentari), con i corsi universitari (Business School per Economia & Commercio), con le professioni (badante e caregiver, fattorino/garzone e rider, capotreno «killerato» – vedete che moderni che siamo- da train manager, ecc), con le Poste Italiane (spedizioni cannibalizzato da delivery, resi dall’inglese farlocco reverse paperless). Succede con i reparti ospedalieri (breast unit, stroke unit, day hospital, day surgery, skin cancer unit, ecc). Succede con la squadra olimpica che diventa il frankenstein sintattico di Italia Team. Succede con dichiararsi, sepolto da coming out. Succede che genere diventa sempre più gender. Succede con ambientalista, ecologico, verde, coperti da una lenzuolata di green che neanche le lucertole. Inizia ad avere effetti su morfologia e sintagmi, dall’incapacità di coniare un evento che non sia XYZ Day, XYZ Week, XYZ Award (in Italia) alla compulsione di attacare il suffisso -free ai sostantivi (plastic-free, covid-free, meat-free, ecc), al must-have in tutte le salse. Nelle proporzioni attuali, qualcosa del genere si è visto solamente nelle ex colonie britanniche.
Per farla breve, vediamo se l’angloinvasato capisce: il problema non sono i prestiti, non sono i neologismi, non sono gli adattamenti: il problema è non saper distinguere uno tsunami da una normale e salutare pioggerella.

9. «NON DESIDERARE PAROLE D’ALTRE LINGUE»
L’argomento fantoccio di nuovo. C’è desiderare parole d’altre lingue, e c’è questo:


10. «IL PURISMO FA MALE ALLA LINGUA»
Di quale «purismo» parliamo? Che significa «purismo»? Rabbrividire di fronte alle centinaia di anglicismi inutili presenti quotidianamente sulle prime pagine dei giornali italiani? Aspettarsi che una legge del parlamento italiano sia espressa in lingua italiana è forse «purismo»?
Si potrebbe «ribaltare la tortilla«, come dicono gli spagnoli e parlare di una ossessione anglofila – quella sì – ai limiti del purismo, dato che in qualsiasi contesto, pubblico, privato, accademico, pubblicitario, mediatico, sportivo, medico, la scelta (pseudo)inglese prevale sistematicamente sull’italiano. Questo purismo anglofilo, questa ossessione con il voler apparire a tutti costi internescional, anche quando non ce n’è bisogno, fa male. Fa male alle lingue, plurale. Non offre alcun vantaggio. Lasciamo perdere la confusione e cattiva comprensione (sia per gli italiani che per i non italiani), la mancanza di trasparenza o il poco rispetto sia l’italiano che l’inglese, questa pseudolingua sta causando un crescente impoverimento lessicale e un avvizzimento dell’italiano. Un semplice sguardo alla pigrizia linguistica dei mezzi di comunicazione italiani odierni – da cui viene diffusa la stragrande maggioranza di questi (pseudo)anglicismi – dovrebbe essere sufficiente per aiutare un attento linguista a trarre conclusioni logiche, invece di giocare a fare il contemporaneo cool.
Ed infatti, muniti di cifre dure e pure basate sulla nostra analisi comparativa degli anglicismi sui maggiori quotidiani europei (guardate i risultati della settimana 7), concludiamo con la solita domanda:
Perché i direttori, redattori, giornalisti ed editori di El Mundo, El País, Le Monde, Le Figaro, Welt, Süddeutsche Zeitung, The Guardian e The Times riescono a raccontare le notizie e gli avvenimenti del giorno ricorrendo molto di meno a forestierismi mentre quelli italiani usano (pseudo)anglicismi a manetta, e in quantità sempre maggiore?

Ci sarà mai un linguista che riuscirà a rispondere a questa domanda senza travisare?

IMMAGINE: «La lingua la fanno i parlanti»: il sito dell’INPS.

*L’autore Peter Doubt è co-fondatore di Campagna per salvare l’italiano. Di doppia cittadinanza italiana e britannica, con studi all’Universita di Birmingham (Gran Bretagna), è traduttore e interprete inglese/spagnolo/italiano e vive in Spagna da quasi 15 anni.

Anglicismi a manetta

Molti dei sopravvissuti alla tragedia del Titanic raccontavano che, mentre la nave si stava chiaramente inclinando e i segni dell’affondamento erano chiari a (quasi) tutti, c’era chi continuava a dire che non vi fosse bisogno di catastrofismi e che la situazione si sarebbe rimessa a posto.

C’è chi dice che il fenomeno dello tsunami anglicus (per citare il termine coniato da Tullio De Mauro e usato in un suo articolo del 2016) sia passeggero, perché «per vecchia esperienza […] moltissimi vocaboli sono transitori e scompaiono nell’arco di pochi mesi».

Eppure questo sentimento di ottimismo nello stile di Candide di Voltaire, o se preferite – chissà è più consono – alla SpongeBob (in spagnolo lo traducono Bob Esponja) non ha alcuna base logica o scientifica. Però nessuna. Da un lato «la vecchia esperienza», dall’altro – per fare un esempio tra tantissimi – i risultati spietati dell’analisi dei neologismi italiani registrati dal 2000 ad oggi (vedi il grafico qui sotto, fonte e dettagli sull’ottimo sito italofonia.info).


Guardiamo i fatti. Settimana dopo settimana, la nostra analisi degli anglicismi sulle edizioni digitali di quattro quotidiani europei (e forestierismi su un quotidiano britannico), tutti di prestigiosa storia, ampia tiratura e diffusione nazionale, continua a dare lo stesso risultato: gli (pseudo)anglicismi sul quotidiano italiano di nostra referenza sono di gran lunga, però di gran lunga, superiori in numero ai loro corrispettivi europei.

I dati della settimana 6 (leggi qui i dettagli) ci dicono, ancora una volta, che La Stampa ne contiene abbondantemente più del doppio di tutti gli altri (El País, Le Figaro, Süddeutsche Zeitung e The Times) messi insieme. Lo stesso successe nel periodo Novembre-Dicembre quando furono la Repubblica, El Mundo, Le Monde, Welt e The Guardian i nostri metri di giudizio (vedi qui i risultati).

Ricordatevi che stiamo parlando di anglicismi puri, perché se contassimo le ibridazioni (stoppare, bannare) e gli anglicismi senza corrispettivi diretti o pratici (bar, podcast, punk, rugby, blog, tennis, internet), i risultati sarebbero ancora più spettacolari.

Ma c’è di più, al contrario di quello che direbbe qualche struzzo, sono nella stragrande maggioranza anglicismi ormai completamente radicati – e dunque ricorrenti – nella società italiana. Non solo molti vengono usati regolarmente, ma sono preferiti all’equivalente italiano (vedasi Green Pass vs Certificato Verde, newsletter vs bollettino, light vs leggero, weekend vs fine settimana, hybrid vs ibrido, ecc.). E non dovrebbe sorprendere, dato il bombardamento quotidiano non solo di giornali e riviste, ma anche di televisione, pubblicità, agenzie interinali, luoghi di lavoro, conferenze, università, eventi sportivi e tutto il resto. Persino dinnanzi alla pandemia, come ben sappiamo, gli italiani hanno reagito con una bella dose di (pseudo)anglicismi.

Per farvi un esempio BREVE ed INCOMPLETO, in questo mese di Gennaio 2022 la Stampa ci ha regalato termini come No Green Pass, Super Green Pass, fake news, show, hub, lady, stalker, Premier, No Vax, hashtag, lockdown, newsletter, top model, over (inserite età), light, flop, supermodel, spot, smart working, online, look, eyeliner, beauty, green, horror, tech, privacy, partner, skipass, sketch, zoom, nightclub, export, green jobs, baby gang, next generation, low cost, restyling, sponsor, style, sneakers, exit strategy, pressing, weekend e il nuovo prezzemolino-ogni-minestra, come diceva mia madre, kingmaker (riferendosi al prezzemolino, non a kingmaker).

Già sappiamo che il tema degli anglicismi in italiano provoca reazioni ai limiti del paranormale in chi minimizza (cioè difende) il fenomeno. Sono capaci di vomitare qualsiasi idiozia pur di dire che non è vero. Eppure nessuno può, in tutta onestà, dire che i termini appena descritti non formino ormai regolarmente parte della società italiana, in tutti gli ambiti.

L’aggravante è che, in linea con quello che si vede nei negozi, nelle pubblicità, sui luoghi di lavoro, nelle università, sono parole ed espressioni chiave, su cui si basa un intero concetto, articolo o storia, confermando l’incapacità sempre più endemica dell’italiano di riuscire a esprimere cose nuove senza ricorrere al riflesso compulsivo degli (pseudo)anglicismi.

C’è chi continua a mettersi le dita nelle orecchie e a scuotere la testa dicendosi che «non dobbiamo tenere conto dei giornalisti di quarta scelta». Un ragionamento assurdo. Dunque se la Repubblica e la Stampa sono giornalisti di quarta scelta, quali sarebbero i giornalisti di terza, seconda e prima scelta? E se fossero anche tutti davvero «giornalisti di quarta scelta», non rispecchierebbe forse il degrado linguistico e culturale raggiunto oggigiorno in Italia, oppure parliamo di extraterrestri che vivono su un altro pianeta? E se quelli italiani sono «di quarta scelta», quelli di Francia, Spagna, Germania e Regno Unito che sono, tutti miracolosamente dei fuoriclasse linguistici?

Il punto è: perché i direttori, redattori, giornalisti ed editori di El Mundo, El País, Le Monde, Le Figaro, Welt, Süddeutsche Zeitung, The Guardian e The Times riescono a raccontare le notizie e gli avvenimenti del giorno ricorrendo solo sporadicamente (con alcune variazioni, certamente) a forestierismi mentre quelli italiani usano (pseudo)anglicismi a manetta, a valanga, a iosa e in quantità sempre maggiore? Il lettore angloeccitato sarà ovviamente libero di aggrapparsi a qualsiasi baggianata per negare l’evidenza, ma a questa domanda bisogna rispondere se si è convinti che la lingua italiana non sia oggi letteralmente piagata e fortemente indebolita dal fenomeno dell’itanglese.


IMMAGINE: Raccolta *incompleta* di (pseudo)anglicismi su La Stampa, 17/01/2022.

In realtà, non solo il fenomeno è sempre più ben radicato, ma è in continua espansione. Sempre di più vediamo giochi di parole e persino titoli di rubriche completamente in inglese. Qualcuno ricorda le precedenti elezioni del Presidente della Repubblica Italiana in cui i vari quotidiani ricorrevano a pagliacciate pseudoinglesi quali Quirinal Game (la Stampa) e Quirinal Party (il Giornale)?

Ci sono intere espressioni trapiantate al 100% direttamente dalle agenzie o dai giornali anglosassoni, senza alcun riguardo per i milioni di potenziali lettori che non le conoscono e non le capiscono (vedi l’immagine con la raccolta delle gemme su La Stampa, 17/01/22). Spesso il risultato è un cortocircuito linguistico, specialmente quando tali frasi o espressioni si trovano in contrasto con le regole sintattiche dell’italiano (vedi immagine qui sotto).



E poi ci sono le ibridazioni a macchia d’olio. La regola pidgin del No+ qualsiasi cosa è ormai dilagante (addirittura «No Vax? No sci», nello stile di «Io Tarzan, tu Jane», su La Stampa). Green, per esempio, è in tutte le salse. Da solo, oppure accoppiato con blue, energy, jobs, e tutto il resto. Lo stesso dicasi per beauty, pet, look, baby e centinaia di altri. «Sportivo» diventa sempre di più sporty, uno dei tanti esempi di come le regole morfologiche dell’inglese si stiano diffondendo nella lingua italiana.

Chi si affretta ad afferrare il paraocchi più vicino dicendo che «cento anni fa arrivarono anche tanti francesismi» sa bene che, a parte il paragone numerico imbarazzante, i francesismi si limitavano alla sostituzione di singoli vocaboli, e molto raramente intaccavano morfologia e composti di vario genere.

Di fronte a questo degrado culturale e linguistico (le due cose vanno insieme), cosa resterà della lingua italiana tra vent’anni?

Creolizzazione e crollo qualitativo: perché l’italiano è già a rischio

«È un paradosso che proprio coloro che si affrettano a gridare al-lupo-al-lupo contro i rischi immaginari di autarchia linguistica credano che l’italiano goda di chissà quali doti superiori di immarcescibilità. Come un riflesso allo stesso tempo altezzoso e provinciale, come se l’italiano fosse superiore a tutte le lingue a rischio». Autore: Peter Doubt*


Esempio di «arricchimento linguistico», Italia, 2021.

Minimizzare i rischi di un fenomeno in corso, magari per non creare allarmismi, fa parte della natura umana. Eppure, come il famoso principio della rana bollita di Chomsky ci insegna, le conseguenze e i volumi di certi fenomeni si notano e si apprezzano solamente quando è troppo tardi. Durante, non ce ne accorgiamo.

Ed è dunque così che – di fronte all’attuale valanga senza precedenti di (pseudo)anglicismi nella lingua italiana – le legioni di simpatici linguisti dormiglioni d’Italia si affannano, con sorprendente passione, a ripetere che le preoccupazioni per l’italiano sono «prive di fondamento«, che dire il contrario è sinonimo di «catastrofismo«, che «il contatto si limita a strati del lessico superficiali«, che il fenomeno non influenza la sintassi, o che si tratta di un arricchimento linguistico. Oppure si divertono con il vecchio (e flebile) giochetto della reductio ad absurdum tipo che-dobbiamo-dire-panino-polpetta, «qual è il vantaggio di pellicola rispetto a film?«, e così via.

Ma, al di là delle beghe da social (redes sociales in spagnolo, soziale Medien in tedesco e réseaux sociaux in francese – guardate come l’italiano sia l’unico a usare una specie di angloide monco per rendere il concetto), è sufficiente osservare gli esempi concreti invece di rinchiudersi nelle torri d’avorio del conferenzierismo da Twitter. E gli esempi concreti di estinzione (o terapia intensiva) linguistica sono tantissimi. Alcuni, recentissimi.

Siamo andati a studiare il caso della Nigeria, ex colonia del Regno Unito. Eccovi un breve riassunto.
Vastissimo Paese africano, con oltre 200 milioni di persone, circa 250 gruppi etnici e centinaia di lingue autoctone, la Nigeria si trova oggi in una posizione linguisticamente molto difficile.

I britannici arrivarono nel secolo XIX e restarono al comando fino al 1960. In realtà, non tantissimo tempo, ufficialmente per 99 anni, periodo però sufficiente a disintegrare le lingue nigeriane più minoritarie ed erodere significativamente quelle più popolari (per esempio igbo, hausa e yoruba).


Campagna per la salvaguardia delle lingue nigeriane in pericolo, 2017.


È successo questo. Schiacciate dalla pressione dell’inglese, le lingue locali hanno dato luogo rapidamente a una fusione linguistica, un ibrido, un creolo (conosciuto ufficialmente come Nigerian Pidgin English, la cui denominazione ha mantenuto la parola pidgin anche successivamente al suo cristallizzarsi in creolo).
Parallelamente, l’inglese è diventata la lingua ufficiale, quella elitaria e delle istituzioni, la cui penetrazione sempre più forte ha fatto sì che moltissimi dei suoi vocaboli, espressioni e strutture si siano sovrapposti agli equivalenti autoctoni, spesso cannibalizzandoli completamente.
Oggi nel Paese africano si grida «Help! Nigerian languages are disappearing!» (Aiuto! Le lingue nigeriano stanno sparendo!), e si fanno accorati appelli per salvare le lingue locali, perché la tendenza indica nettamente che le nuove generazioni stanno perdendo contatto con tonnellate di vocaboli e strutture linguistiche autoctone.
Secondo l’UNESCO, le lingue nigeriane sono a rischio di estinzione. Nove sono già del tutto scomparse:

«Oggi, specialmente nelle case delle classi più alte, la norma è sempre di più quella per cui la prima lingua dei bambini è l’inglese, la lingua degli antichi coloni della Nigeria. Negli stati sudoccidentali – da Lagos a Ogun, da Oyo a Osun, da Ondo a Ekiti, nonché parti di Kwara e Kogi – dove la lingua nativa è lo Yoruba, gli indizi per la lingua madre sono di cattivo auspicio. Ancora peggiore è la moda di educare i propri figli in scuole private elementari e superiori dove non si insegna più nelle lingue nigeriane, ma in inglese, dunque condizionando implicitamente i propri figli a dare un valore superiore a una lingua straniera nei confronti della propria. […] In alcune scuole esclusive di Lagos e Ibadan, la maggioranza degli studenti non sa nemmeno salutare in Yoruba, giacché nelle scuole pubbliche e private non è permesso dalle regole interne comunicare in lingue descritte come ‘vernacolari'».

Secondo il Ministro della Cultura, Lai Mohammed, «l’80 per cento dei giovani nigeriani, specialmente coloro tra i 12 e i 18 anni d’età, faticano a esprimersi fluentemente nella propria lingua, oppure non la parlano affatto«. Chissà se anche questo gli angloinvasati italiani lo chiamerebbero «arricchimento».

L’esempio della Nigeria dovrebbe aiutare a darci una prospettiva su fenomeni italiani molto recenti. A parte la vanità e il tamarrismo elitista dilagante (vedi qui), quali altre conseguenze potremmo aspettarci da politiche quali l’obbligo dell’inglese per essere assunti nella Pubblica Amministrazione – dal 2017, in Italia? Oppure il Decreto Sostegni bis (dl 73-2021) secondo cui, per poter accedere al «Fondo italiano per la scienza», le richieste scritte, i progetti, e addirittura i colloqui orali, devono essere presentati in inglese pena l’irricevibilità della domanda (leggi qui i dettagli). Oppure sul fatto che sempre più atenei italiani impartiscono corsi al 100% nella lingua superiore. Per citare l’accademica statunitense Jane Tylus, nel suo saggio «Global English? Un esempio da Firenze» scritto per il libro «Fuori l’italiano dall’università?» a cura dell’Accademica della Crusca (Laterza, 2013): «perché impoverire il nostro linguaggio scientifico, perché impedirgli di crescere e di svilupparsi, e di acquisire autorevolezza, a beneficio di una lingua diversa, anch’essa impoverita dall’essere destinata alla mera comunicazione di dati tecnici in un circolo limitato di studiosi?«

Manifesto per la salvaguardia della lingua basca (euskera), 2018.

Come nota Salvatore Claudio Sgroi, riferendosi precisamente all’attuale andazzo dell’italiano «Se non adoperata nei contesti culturali alti, una lingua si impoverisce. E riducendosi via via tali occasioni d’uso, essa finisce con l’essere rimpiazzata dalla lingua più «forte», di una comunità culturalmente superiore«.

Del resto, «le conseguenze del contatto tra lingue di diverso status, quindi in equilibrio instabile tra di loro, possono essere diverse, se non opposte, ma potenzialmente conducono tutte ad un fenomeno di ‘obsolescenza linguistica’. La riduzione strutturale e funzionale rende debole l’idioma minoritario portandolo alla fine alla sua assimilazione all’interno della lingua standard (processo definibile come ‘dialettizzazione della lingua’), mentre il mantenimento di strutture arcaiche sottende l’’imbalsamazione’ della lingua, il suo uso in contesti stereotipati e quindi l’assenza di vitalità del sistema e nella creatività del parlante. La lingua diventa così obsoleta e il suo uso sempre meno funzionale alle nuove esigenze comunicative«. (Silvia Dal Negro, 2004, cit. da Deidda) [1]

Come scrive Claudio Marazzini, dire che è una lingua è a rischio non significa solamente che letteralmente rimangono zero parlanti di quella lingua. Ridacchiarci su, da parte di linguisti di professione, o fare finta che la lingua italiana sia immune dai rischi di pidginizzazione, creolizzazione, o semplicemente impoverimento esponenziale, è una grande irresponsabilità. Nessuno, nel secolo XXI, si sognerebbe mai di scrollare le spalle dicendo che «tanto-scompaiono-da-sempre» parlando di piante, alberi, animali, o di fronte a esempi di beni culturali a rischio. Perché quando ce ne si accorge, spesso è troppo tardi.

È un paradosso che proprio coloro che si affrettano a gridare al-lupo-al-lupo, ogni 5 minuti, contro i rischi immaginari (nel 2022) di un'»autarchia linguistica» credano che l’italiano goda di chissà quali doti superiori di immarcescibilità. Quasi come un riflesso allo stesso tempo altezzoso e provinciale. Come se l’italiano fosse qualcosa di superiore a tutte quelle lingue sull’orlo dell’estinzione, già estinte o qualitativamente a rischio (il già menzionato yoruba, ma anche il gaelico scozzese, il cornico, l’aranés, l’euskera, le lingue uto-azteche, il bretone, il gallurese, il platt deutsch, il ladino e infinite altre). Scommetteremmo che, verso di loro, i nostri cari linguisti mostrerebbero una maggiore attenzione e sensibilità.

12 lingue europee a rischio immediato secondo l’UNESCO, 2021.

[1] Sara Deidda, tesi di laurea, «La questione sarda. Aspetti sociolinguistici e di politica linguistica«, Alma Mater Studiorum, 2014/15.

*L’autore Peter Doubt è co-fondatore di Campagna per salvare l’italiano. Di doppia cittadinanza italiana e britannica, con studi all’Universita di Birmingham (Gran Bretagna), è traduttore e interprete inglese/spagnolo/italiano e vive in Spagna da quasi 15 anni.