Straniero alla lingua

Il passato, le tracce viventi di altre epoche, bisogna disfarsene, non hanno alcun valore, quello che conta è l’immediatezza, la presunta “utilitàdi Cristina Di Fino*

Io sono un italiano che a scuola ha studiato francese. Alla mia epoca quella era la lingua da studiare, ma oggi sembra che il vento sia cambiato. Siamo entrati dentro un’altra sfera, dentro un altro mondo. Alla radio ho sentito che, alla festa del paese, vi era un’area di street food, poi dei food tour ad orario, non ho capito. Di solito alla festa di paese ci sono tanti banchi, ma davvero cosa sia questo non so. Dovrò consultare un vocabolario, perché internet non sempre è affidabile, però mi fa sentire davvero inadeguato. Io continuo a comprare le Monde Diplomatique, almeno mi tengo informato su quello che succede, su quella parte di mondo che ancora comprendo.

Io sono uno straniero di prima generazione. A casa mia si parlano tre lingue, io che parlavo ai miei in italiano, mio padre che mi parla in iraniano e mia madre mi parla in russo. A scuola parlo in russo con altri compagni che ne sanno qualche parola, così quando non vogliamo farci capire; una delle mie compagne Olga, è di origine polacca, ha imparato un po’ di russo per parlare con la nonna, che viveva al confine con la Russia. Oggi con i compagni, siamo andati dentro un locale nuovo, per mangiare qualcosa insieme, e non abbiamo capito quasi niente di quello che c’era scritto sul menù. C’erano tre opzioni Vip, Premium e Basic, poi c’era lo starter, il donut, il best price, il veal, e così una valanga di parole che il cameriere non aveva tempo di spiegarci. Siamo usciti allora, e siamo tornati al nostro caro vecchio kebab, almeno lì si può vedere cosa ti portano, e sai cosa mangi, non ti viene il mal di testa.

Io sono cresciuto parlando occitano, quando vado al mercato quasi tutti lo parlano, a volte si intercala con l’italiano. A scuola mi hanno detto che è una delle dodici lingue protette dalla Costituzione. Però, a scuola, non ho mai visto nulla di scritto nella mia lingua. L’altro giorno, i professori ci hanno invitato a consultare i programmi di varie Università, che avevano degli Open Day. Ho pensato che fossero università per stranieri, e invece no, erano tutte in Italia. Chissà se c’è anche un corso di laurea in occitano così come avviene in altri paesi…

Io sono uno dei “rientrati”, non so se mi posso sentire solo un cervello. Sono stato dieci anni negli Stati Uniti, il posto mitico degli italiani che si vogliono fare da sé, la terra delle grandi opportunità, di quelli che cercano una seconda vita. Oggi, sui giornali si parla di mobbing sul lavoro, ma io non capisco cosa significa. Eppure direi che sono quasi “padre”- lingua, perché io sogno anche in americano, ogni tanto mi scappa anche un espressione qui e lì, quando sono sovrappensiero. Ho dovuto chiedere ad un collega cosa significasse, in americano i problemi di persecuzione al lavoro si dicono “harrassment”, mobbing è un movimento di pressione di un gruppo, che può venire da diverse parti della società. Non capisco, ho speso così tanto tempo ad imparare, torno nella mia terra, e questo uso delle parole non ha senso. Io non mi ritrovo più, non sono né più lì ma nemmeno qui.

Se lo studioso Zygmunt Baumann fosse ancora vivo, si metterebbe a capofitto a studiare il fenomeno degli anglicismi nella lingua italiana e sono sicura che in poco tempo riuscirebbe anche a creare una nuova parola per definirlo. Ora la sfida e il testimone passa a qualcun altro per continuare a cercare di comprendere quello che succede. Il fenomeno degli anglicismi sicuramente fa parte della liquidità che caratterizza la nostra epoca, ma che ha lavato via anche il significato. C’è una grande incertezza su cosa significhino questi diluvi di parole importate, e messe lì quasi a caso, a volte a suono, altre volte per vicinanza, altre ancora per moda, spesso anche in mezzo ad una frase. In un mondo dove le regole sono liquide, tutto può ondeggiare a seconda della piena o della marea. Succedono a gran velocità fatti inauditi, come se avessero la forza di un monsone mai visto, che, al pari del cambiamento climatico, è un’estremizzazione così rapida e dal potere dirompente. Ma dove si abbatte questo monsone? Sulla casa in cui si abita, la lingua. Questa liquidità non solo porta via il significato ma anche la lingua. E quindi, oltre ai significati, non si ha nemmeno più la possibilità di crearne di nuovi, perché se si distrugge la struttura in grado di creare senso, ci si ritrova muti, dentro una prigione dove non si può comunicare con l’esterno. Gli allarmi lanciati, ma inascoltati, non sono solo da parte dell’accademia della Crusca. Eppure, come certi dissesti idrogeologici, ancora nulla si è fatto. È una delle tante tragedie annunciate, che sta già mietendo le vittime, tra il grande tasso di analfabeti di ritorno.

La cultura e pratica dello scarto, tipica della nostra epoca, sta inglobando anche la lingua. Non solo oggetti e materiali ancora utilizzabili si trasformano in rifiuti, solo per una decisione del singolo e collettiva, ma la stessa pratica viene adottata come filosofia di vita, quindi è applicata qualsiasi sfera dell’azione umana: le persone, gli animali, le piante, le culture, le lingue. Come nella storia del re Mida, qualsiasi cosa che si tocca si trasforma in inutile, in rifiuto.

Il passato, le tracce viventi di altre epoche, bisogna disfarsene, non hanno alcun valore, quello che conta è l’immediatezza, la presunta “utilità”.

Non si considera che la filosofia dello scarto provoca anche un vuoto, che rimane dopo l’immediato, che lascia il nulla a chi viene dopo. In un film profetico, “La storia infinita”, tratto dall’omonimo libro di Michael Ende, quello che più terrorizzava i personaggi, e letteralmente li inghiottiva, sia fisicamente che internamente, era il “Nulla”, avanzava sempre di più, a meno che non si facesse opposizione. Il mondo poi sarà salvato dalla fantasia. Spero che molte persone, con molta fantasia, siano in grado di creare qualcosa di nuovo, che possa riparare i danni e soprattutto non lasci nessuno come straniero alla propria lingua.

*Cristina Di Fino è una viaggiatrice che ha abitato presso diversi popoli e lingue, ed è da sempre in decrescita felice

Ordinaria comunicazione sulla prima pagina di un importante quotidiano italiano

L’itanglese esclude

Milioni di italiani che non parlano l’inglese sono discriminati quotidianamente

Agosto 2022, l’Italia si trova nel pieno di una importantissima campagna elettorale. Ci sono decine di milioni di cittadini e residenti che non parlano l’inglese, oppure che lo conoscono poco e male.
Se una di queste persone volesse leggere i titoli dei giornali italiani per documentarsi, capire, decidere, si troverebbe molto in difficoltà.

Guardate l’immagine. Contiene ritagli di quotidiani italiani di tutti i colori: il Corriere, la Repubblica, la Stampa, il Giornale, Libero, Domani, il Manifesto, il Fatto. Si tratta di una brevissima raccoltà. Di esempi ne esistono a centinaia.

Osservate quanti titoli si appoggiano su anglicismi puri e, ne consegue, quanti concetti vengono espressi mandando la lingua italiana in soffitta. Abbiamo coperto le parole (pseudo)inglesi per dare a tutti un’idea di quanto sia difficile, per chi non conosce l’inglese, interpretare ciò che si legge.

In altre parole, per mostrarvi quanto sia esclusivo ed escludente il bombardamento continuo dell’itanglese da parte dei media italiani. Un comportamento discriminatorio particolarmente ipocrita, specialmente nell’era del termine inclusività sventolato a vanvera ogni 5 minuti.

Autore: Peter Doubt

Bagagli smarriti

Inclusione esclusiva o esclusione inclusiva? Autore: Peter Doubt

Qualcuno riesce a spiegare la logica per la quale sempre più aeroporti d’Italia stanno sostituendo la lingua italiana con l’inglese? La foto qui sopra è dell’Aereoporto di Bergamo, un chiaro esempio di sostituzione, non di bilinguismo.
Immaginatevi una delle milioni di persone italiane che non parlano l’inglese. Sono milioni. Magari anche tua madre, tuo padre, tua zia, o te stesso.
Se hanno perso una valigia o un oggetto non potranno affidarsi alla segnaletica dell’Aeroporto di Orio al Serio (Milano Bergamo BGY). Saranno svantaggiati perché non capiscono l’inglese nel proprio Paese.

Nella foto sotto c’è poi un esempio del ritiro bagagli nello stesso aeroporto.
Tutto completamente in inglese.
Chi vi scrive si aspettava che il tabellone alternasse qualche secondo in inglese con qualche secondo in italiano (come è di costume in molti aeroporti europei). E invece, no. Sostituzione totale.
Poi però lì fuori è tutto un fioccare di campagne con #inclusion, ovviamente.

Resta da capire perché. Si guadagnano turisti eliminando l’italiano?
Esiste un turista che eviterebbe l’aeroporto X o Y perché lì la segnaletica non è in inglese o esclusivamente in inglese? Cosa stanno facendo le autorità italiane alla lingua italiana?

La segnaletica all’Aeroporto di Orio al Serio (Milano BGY) esclude dalla comprensione milioni di italiani.

Italia campione d’Europa. Di anglicismi.

È iniziata la Parte 3 della nostra analisi comparativa degli anglicismi sulle prime pagine digitali dei maggiori quotidiani europei (vedi qui i dettagli della settimana appena conclusa).

Questa volta è Il Corriere della Sera a rappresentare l’Italia di fronte ai suoi colleghi francesi di Libération, quelli spagnoli de La Razón e i tedeschi del Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Dopo aver analizzato i forestierismi e italianismi su The Guardian a Novembre e Dicembre e su The Times nei mesi di Gennaio e Febbraio, abbiamo ora scelto di contare quelli presenti sul maggior quotidiano irlandese, The Irish Times. I risultati sono sempre nella stessa direzione. Anzi, questa settimana l’Irish Times ha pubblicato addirittuta zero italianismi (e 8 forestierismi) in totale contro i 374 anglicismi puri, cioè parole inglesi (o pseudo tali, come «smart working» o «fashion addicted«) sul Corriere della Sera.



Risulta straordinario, per la nona settimana consecutiva, che i quotidiani di Francia, Spagna e Germania, quale che sia il loro orientamento politico, riescano a pubblicare notizie e rubriche usando una frazione degli (pseudo)anglicismi dei loro colleghi italiani. Gli anglicismi esistono anche negli altri Paesi europei, sia chiaro, ma ne abbiamo computati meno di 1/4 nel caso di Libération e Frankfurter Allgemeine Zeitung, e addirittura 1/6 nel caso de La Razón rispetto al Corriere.



Del resto non si tratta di nulla di particolarmente differente rispetto alle misurazioni delle settimane precedenti. Certo ci sono differenze di impostazione editoriale, per cui notiamo come il Frankfurter Allgemeine Zeitung, di orientamento conservatore, sia molto meno incline a usare anglicismi dei loro colleghi di Welt, quotidiano liberale. Al contrario, La Razón, giornale spagnolo di destra-destra sembra usarli molto più allegramente di El País, di centro sinistra, fedelissimo in maniera eccezionale alla lingua castellana.



Notiamo che l’uso di anglicismi di Libération è quasi esclusivamente confinato ai titoli di rubriche (CheckNews, Interview, Lifestyle), ragione per la quale la conta rileva moltissime ripetizioni.

In ogni caso, non c’è assolutamente paragone con i corrispettivi italiani. Non soltanto dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto qualitativo. Quello che rilevammo con la Repubblica e la Stampa continua praticamente identico con il Corriere della Sera. Quasi sempre non si tratta di qualche titoletto dal sapore esotico per «colorare» un pezzo. L’uso di (pseudo)anglicismi è endemico, costante, incessante, e su di essi si regge concettualmente la presentazione di dozzine di titoli, occhielli e sommari.
Ecco dunque la sfilata di rubriche intitolate in inglese (Cook – sulla gastronomia, Data Room, LogIn, Italians, Heavy Rider, Trading Post, Radio Italians, Corriere Daily Podcast, ecc), giochi di parole («Mal di Tech«), nonché la solita valanga di anglicismi in TUTTI gli ambiti, dalla politica alla moda, dalla tecnologia alla medicina, dalle cronache alla guerra, dalla gastronomia allo sport.
Così come la pandemia si è presentata agli italiani come un’ottima occasione per ingozzarsi di (pseudo)anglicismi, così il triste avvento dell’invasione russa in Ucraina sta dando luogo a una scorpacciata di tank, Putin-show, task force, no-fly zone, bunker, social media war, peacekeeping, security, intelligence e altri prestiti linguistici completamente evitabili.

La lista degli anglicimi (e forestierismi sull’Irish Times) pubblicati durante la Settimana 9 è disponibile qui.

Ritagli dalle prime pagine digitali di Libération, Frankfurter Allgemeine Zeitung e La Razón, Marzo 2022.

Così muore una lingua

Come si fa a parlare di arricchimento linguistico mentre si moltiplica il numero di termini italiani in disuso e l’intaccamento sintattico inizia a vedersi dappertutto? AUTORE: Peter Doubt*

Abbiamo già espresso alla nausea la nostra incredulità di fronte ai numerosi e titolatissimi linguisti, sociolinguisti, terminologi, e accademici italiani completamente insensibili (se va bene) o conniventi (se va male) nei confronti del cambio attualmente in atto nella lingua italiana.
Secondo alcuni, 1) la valanga di (pseudo)anglismi consiste in un «arricchimento linguistico» dato che 2) molti di questi anglismi si utilizzerebbero come «sinonimi«, specie se visti dentro una varietà di contesti.


E già qui, con la storia dei «sinonimi», dovremmo fermarci un attimo.
Sinonimi sono parole «di una lingua» che hanno un «significato fondamentalmente uguale» (Treccani). Nella stessa lingua, sottolinea Collins, sotto la definizione di synonym.
Se dico «faccia», «volto» ne è un sinonimo. Face non lo è. È una traduzione, equivalente, o versione in inglese, né più né meno di cara in spagnolo, Gesicht in tedesco, o visage in francese. Se face inizia ad essere visto come un sinonimo in italiano, insieme a 10,000 altre parole di sapore anglo negli ambiti più vari, vuol dire che qualcosa sta avvenendo, per quanto si ripetano a memoria i «meme» delle leggi fallite fascionarcisiste di 90 anni fa per far finta di nulla, celare le proprie stesse vanità, o deflettere con strategie di puro spostamento psicologico.

Dunque diamo uno sguardo al paradosso dell’italiano che si starebbe «arricchendo» mentre sempre più termini scompaiono, entrano in disuso, o imboccano il viale del tramonto grazie ai loro nuovi «sinonimi».

Abbiamo già illustrato qui come l’irruzione di match e big match nel vocabolario italiano abbiano reso obsoleti nel giro di 10/15 anni i termini incontro e partitissima. Abbiamo spiegato, con numeri alla mano, i casi di termini angloidi (fare shopping, Business School, i farlocchi rider, question time, location) il cui effetto è stato quello di neutralizzare o schiacciare quelli che erano, direttamente, i suoi equivalenti diretti in italiano oppure, indirettamente, altri sinonimi o derivazioni italiane.
Rimanendo sul tema delle partite, fino a pochi anni fa, il grande pubblico italiano avrebbe assorbito da stampa e televisioni termini quali incontro, contesa e duello. Magari, addirittura tenzóne. A chi vi scrive rimase impressa quella parola di sapore classico proprio quando la ascoltò, per la prima (e forse ultima) volta, da Bruno Pizzul durante una telecronaca calcistica a metà anni 80.
Oggi, l’effetto cannibalizzante di match su «partita» è minimo, ma non lo è purtroppo sui vari sinonimi italiani ed elementi linguistici correlati. Diventa moribonda partita di cartello, entra in disuso partitissima, si sente sempre di meno incontro. Si arricchisce il creolo, s’impoverisce l’italiano.

Certo, gli esempi sportivi sarebbero dozzine. Le palestre del Bel Paese relegano la lingua italiana ormai a preposizioni e articoli. E, fino a pochi anni fa, highlights era quasi completamente sconosciuto. Si usavano espressioni quali fasi salienti, il meglio di, i momenti chiave. Guardate come si è invertita la tendenza. Negli ultimi due anni, fasi salienti è quasi morto, divorato appunto da highlights, che nel frattempo si è più che centuplicato, sul serio, in 20 anni.

Diapositiva è un altro caso interessante. L’angloinvasato con gli occhi vitrei vi dirà che «è chiaro che diapositiva doveva sparire, perché si riferisce all’analogico», mentre slide è del secolo XXI, quindi rende meglio l’idea.
Peccato però che proprio slide fosse la parola che si usasse in Gran Bretagna ai vecchi tempi per dire diapositive. Con l’arrivo del digitale, i Paesi anglosassoni non hanno ritenuto che bisognasse creare una parola nuova, e dunque hanno continuato a dire slide. Anche gli spagnoli hanno continuato ad usare diapositiva. Gli italiani, invece, hanno rapidamente buttato via la loro parola e hanno preso a piene mani quella anglo. Guardate i numeri dell’archivio elettronico di La Repubblica. Esempio più chiaro di così per descrivere una lingua malata non si può.
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Nel frattempo, l’onnipresente live si sta nutrendo sempre di più di diretta, dal vivo, e concerto. Tre contesti al prezzo di uno.

Ed è spettacolare vedere la prepotenza con la quale fake news, sconosciuto fino al 2010, abbia quasi completamente sostituito bufale (a proposito, ma l’inglese non era più comodo perché più breve?), mentre la polvere inizia lentamente a posarsi anche su menzogne, manipolazioni e disinformazioni, e la parola fake è ormai la prima scelta anche nel contesto di falso o contraffatto.


Chi è lo sfigato che dice ancora compere o andare a fare le compere? Si dice [fare] shopping, con la shopping list, magari per andare all’outlet, al discount e in cerca del low cost condito con sale (ma non nel senso del solido cristallino incolore) a destra e a sinistra. Occasioni, basso costo e sconti iniziano a mostrare i primi scricchiolii. Nel frattempo gli acuti linguisti italiani continuano a credere che il problema sia che-dobbiamo-dire-pellicola-invece-di-film?

Ancora più impressionante è il fatto che gli eventi ormai in Italia si debbano dire per forza in anglo. Giornata, con la maiuscola, non si dice quasi più. Qualche anno fa iniziò ad essere affiancata da Day, per poi esserne cannibalizzata, ed ecco oggi il dominio assoluto di Family Day, Pride Day, No Green Pass Day, CV Day, No Paura Day, Singles Day, Rivoluzione Day, Bi(-)Visibility Day, Sport Ability Day, il World Pasta Day (voluto dall’Unione Italiana Food, sia chiaro), addirittura il Provincia Day, qualsiasi cosa. A destra e a sinistra, anche in senso politico. Comincia persino a farsi strada Boxing Day per parlare del 26 Dicembre.

Eppure, in un’intervista pubblicata lo scorso Marzo, la sociolinguista Vera Gheno ha messo in mostra livelli di diniego da medaglia d’oro sentenziando:

Come avrà fatto Gheno a perdersi non solo la cascata continua di [Nome dell’Evento] Day e la marea crescente degli Open Day (la versione 2.0 del moribondo «Giornata di porte aperte»), ma anche gli innumerevoli Week (Milano Fashion Week, Genova Smart Week, Bologna Design Week, South Italy Fashion Week, Milano Digital Week, Milan Games Week, sono centinaia) che, alla faccia delle strutture sintattiche, cancellano tutte le preposizioni articolate (della/del/dell’) che si sarebbero usate prima.



E se gli attenti linguisti volessero ribattere che «vabbè ma sono contesti specifici», dovrebbero farsi un giro tra gli ospedali italiani, perché anche lì Day and Week li troviamo alla grande e li troviamo di traverso alle norme sintattiche dell’italiano.



Lo stesso avviene sempre di più con i Festival: Bra Cheese Festival (ridicolo, per un anglofono, ed esempio di come la smania di parlare e scrivere così abbia multipli effetti collaterali), i vari [Nome della Città] Summer Festival, Nicasi Beer Festival, Pinewood Festival, Pigneto Film Festival, Todays Festival, Ortigia Sound System Festival, Wood Sound Festival. Sono di tutti i tipi, e potremmo continuare fino a domani.

Gheno, e non solo lei, non lo notano, ma – sostituzione sistematica di vocaboli a parte – la stessa ibridazione sintattica continua imperterrita nel mondo dei premi e dei riconoscimenti. Un tempo in Italia esisteva il premio nazionale per il miglior maestro o professore dall’ingegnoso nome «Cuore d’Oro». Oggi c’è l’Italian Teacher Award, a cui si affiancano – sia chiaro, tutti al 100% in ambito NAZIONALE – Italian Tech Award, il Nation Award, l’Italia Sport Award, il Tuttonapoli Award, l’Urban Award. A proposito di quest’ultimo, chissà se leggendone il comunicato stampa del Comune di Genova, completo di bike-to-work e bike-to-school, Gheno (e non solo lei) direbbe che «non va ad intaccare le strutture sintattiche dell’italiano».



Però così va l’Italia, e chissà se i nostri amati linguisti si sono persi anche l’arrivo di must-have che, con la sua ingombranza lessicale e sintattica, sta dando ceffoni che la metà basta al sempre più desueto da non perdere. L’immagine qui sotto è di Poste Italiane, quelle che amano tanto la comunicazione cristallina da usare lo pseudo anglicismo reverse paperless e poi, tra tanti altri, postepay, delivery express e delivery globe, i quali hanno ufficialmente sostituito spedizione nella loro letteratura corporativa.



Gli «intaccamenti» sintattici sono ormai ovunque, e lo sono già da un bel po’.
Chissà se Gheno si è accorta del suffisso anglo -free, ormai presente ovunque (sugar-free, covid-free, plastic-free, fat-free, ecc.).



Esempi ancora più assurdi li vediamo, sempre più numerosi, negli ospedali italiani, da Roma a Foggia, da Ravenna a Palermo, da Genova a Milano. Esempi di come il narcisismo linguistico prenda il sopravvento persino sulla semplice chiarezza e sul diritto alla comprensione del 100% dell’utenza pubblica- diritto sancito per legge in Paesi come Gran Bretagna, Francia e Spagna. I cartelli con la parola senologia vengono smontati e interi reparti rinominati Breast Unit. E lo stesso avviene con Skin Cancer Unit, Stroke Unit, e con l’irruzione di – tra molti altri – hospice, screening, checkpoint, e triage (francesismo che è entrato attraverso la via anglo per mandare all’oblio accettazione).



L’angloinvasato di turno vi dirà che i reparti vengono ribattezzati in inglese proprio per aiutare gli stranieri, come no. E, dicendo così, fa finta di ignorare che la stragrande maggioranza dei recenti immigrati in Italia non sono anglofoni, per non parlare delle decine di milioni di italiani che non conoscono l’inglese (magari i più anziani). Un concetto di empatia molto peculiare.

Ma torniamo alla malattia linguistica in atto.

Anche quando si cerca di coniare un neologismo in italiano, si noti come la versione in inglese, seppure farlocco, vinca. Abbiamo cercato negli archivi de la Repubblica quante volte Certificato Verde, Certificazione Verde, Certificato Covid siano apparsi negli ultimi due anni. Poi abbiamo contato Green Pass (che non si usa nei Paesi anglosassoni, dove si dice Covid Certificate o Covid Passport). Ecco i risultati:



E che dire di set, nel senso di insieme, serie, gruppo, a seconda dei casi, che si è convertito, come kit, in una di quelle sostituzioni pigrissime che si mangiano tutte le sfumature, depauperando il linguaggio?

Oppure di empowerment, che da qualche hanno si infila dappertutto a scapito dello sfigatissimo emancipazione?


Un recentissimo articolo pubblicato da entrambi La Stampa e La Repubblica, dal titolo «Dieci libri per l’empowerment (femminile, ma non solo) […]» fa particolarmente colpo. Da un lato, perché l’autrice citava il dizionario Garzanti per definire empowerment (“Processo di riconquista della consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità e del proprio agire”), operando una sostituzione pura mentre la traduzione ce l’aveva a portata di mano con emancipazione (e forse, ancora di più, affrancamento). Dall’altro, perché l’articolo snocciolava anglismi inutili nello stile purtroppo quasi istintivo del «giornalismo» italiano di oggi. Revenge porn, catcalling, victim blaming, fat-shaming, tutti recitati con quella casualità e quell’autocompiacimento che, grazie specialmente alla classe politica e giornalistica, stanno rendendo gli italiani sempre più incapaci di articolare concetti nella propria lingua.
In altre parole, questa crescente dipendenza, quasi di tipo narcotico, che gli italiani stanno sviluppando verso gli anglicismi sembra minare la capacità di tessere, di sviluppare, di produrre argomenti senza, ricorrere ogni 10 secondi, per citare Antonio Zoppetti di Diciamolo in italiano, alla «stampella dell’inglese».

Guardate come l’irruzione di catcalling negli ultimi due anni sia coincisa con il declino di importunare e la scomparsa definitiva di pappagallismo.

Un’altro è roadmap, che sembra aver soppiantato concetti come percorso e itinerario (in senso metaforico, cioè quando riferiti a progetti e obiettivi).



Nel nostro precedente articolo avevamo parlato della scomparsa quasi improvvisa di interrogazioni parlamentari a beneficio di question time, più o meno a partire dal 2010.
Adesso guardate gli effetti di come, nel giro di un (1) anno, l’adozione a livello legislativo dell’americanismo caregiver a scapito del suo equivalente italiano (letteralmente indicato tra parentesi nella legge) abbia ufficializzato la secondarietà di badante, destinandolo all’oblio e decretando la fine dell’altro possibile sinonimo italiano, assistente familiare. Gli effetti sono già visibili. Ne prendano nota gli illusi de «la lingua la fanno i parlanti«, inspiegabilmente intorpiditi davanti all’ovvietà dell’immenso peso esercitato, a livello linguistico, delle istituzioni e degli enti pubblici.


Che poi sono le stesse istituzioni che, negli ultimi cinque anni, hanno ufficializzato la sostituzione della parola squadra a vantaggio di team per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi, ignari di quanto sia ridicolo davanti agli occhi del mondo un Paese non anglosassone che scimmiotta – in un ibrido sintattico inspiegabile e senza alcun motivo – una lingua non propria, come dei teneri copioni da quinta elementare. Signori e signore, l’Italia Olympic Team.




Fa male riconoscerlo, ma questo articolo potrebbe andare avanti all’infinito con esempi relativi a tutti gli ambiti. E non abbiamo neanche toccato il mondo del fashion & beauty, del tech, delle start up, delle celebrity, dei reality, dello showbiz e delle influencer, o il mondo del food. Non abbiamo toccato il mondo delle professioni, dove ormai anche commesso lascia spazio a Shop Assistant e sono tutti, con le maiuscole, Visual Merchandiser, Chief Sales Officer, Team Manager, Head of Talent Acquisition & Sales, Copywriter, Assistant Editor, Programme Manager, CEO.
Quante parole ed espressioni ci sono che – se già ora relegate ai ricordi di un over 40 (intaccamento sintattico) – non hanno alcuna possibilità di sopravvivere tra quelli che sono gli adolescenti e i bambini italiani di oggi (vedi qui)?



Compilare una raccolta esaustiva dei tantissimi termini italiani sulla via del tramonto è impresa quasi impossibile. È una via sempre più affollata e la causa è sempre la stessa, l’anglorimbambimento delle istituzioni, dei media, e dei pubblicitari italiani del secolo XXI. Rimandiamo i nostri lettori alla rubrica PAROLE IN DECLINO a cura di Giacomo M. Valentini, che seppur non completa, rende benissimo l’idea.

E lascio a lui, Giacomo, la conclusione:

«Non c’è più la ricerca di sinonimi, di sfumature e di cultura. La lingua italiana di oggi è una lingua banalizzata, stereotipata, dove non c’è più bisogno di usare vocaboli più ricercati – in italiano – perché esiste sempre il ricorso all’angloamericano che tutto risolve, anche quando usato con significati diversi dalla lingua d’origine«.

*L’autore Peter Doubt è co-fondatore di Campagna per salvare l’italiano. Di doppia cittadinanza italiana e britannica, con studi all’Universita di Birmingham (Gran Bretagna), è traduttore e interprete inglese/spagnolo/italiano e vive in Spagna da quasi 15 anni.

Dissonanza cognitiva

«Se un cinquantenne italiano fatica a ricordare le parole usate fino all’anno 2000, figuriamoci cosa direbbe un quindicenne?«. In risposta alla terminologa Licia Corbolante. AUTORE: Peter Doubt

Uno dei tantissimi limiti delle reti sociali (i «social«), e Twitter in particolare, è il fatto che concetti complessi ed importanti vengano ridotti a scambi di battute in stile «ping pong» condensate in un massimo di 280 caratteri. Facilissimo, se ci si limita a citazioni tronche o a negare l’evidenza. Un po’ più complicato quando c’è da parlare di fatti, analisi e osservazioni empiriche.
Rispondo qui, dunque, ad alcune frasi pubblicate su Twitter dalla terminologa Licia Corbolante, autrice del blog Terminologia, che ringrazio sentitamente per gli spunti involontariamente offerti.

Partiamo dall’inizio. Questo sito sta conducendo un’analisi comparativa degli anglicismi puri contenuti nelle prime pagine di: la Repubblica (Italia), Le Monde (Francia), El Mundo (Spagna) e Welt (Germania) oltre ai forestierimi e italianismi puri in The Guardian (Regno Unito).
In questo momento la ricerca si trova nel pieno della quarta settimana, ed è un fatto statistico che la Repubblica vinca ogni giorno (con differenza, cioè stile massacro alla Manchester United-Roma, se perdonate l’analogia calcistica) per volume di anglicismi puri presenti. Fin’ora abbiamo registrato un rango che va da un minimo di 69 a un massimo di 133 ANGLICISMI PURI AL GIORNO – solamente sulla prima pagina di la Repubblica. I dettagli e le note sulla metodologia si trovano qui.

Ieri abbiamo condiviso su Twitter questa raccolta o collage di alcuni (enfasi sulla parola alcuni) degli anglicismi puri presenti sulla prima pagina di la Repubblica di ieri (21/12/2021), dove in totale ne figuravano 90 – novanta. Novanta in un giorno e solo sulla prima pagina, signori e signore.


La nostra pubblicazione su Twitter parlava anche, con tanto affetto, dei «linguisti dormiglioni», ovvero gli ottimi linguisti (o cosiddetti amanti della lingua italiana) che, quando vogliono loro, notano sottigliezze di una pedanteria che la metà basta, ma che sono di una superficialità disarmante – per non dire ciechi – di fronte uno dei fenomeni più giganteschi ed anche affascinanti, linguisticamente parlando, da molti secoli a questa parte. Parliamo cioè della rapidissima evoluzione/involuzione/creolizzazione/ meticciazione/arricchimento/indebolimento (chiamatelo come volete, secondo i vostri punti di vista) della lingua italiana, i cui anglicismi (molti dei quali pseudo tali) traboccano sempre di più in telegiornali, riviste, quotidiani, pubblicità, agenzie interinali, università, scuole, conferenze, iniziative, proteste, reti sociali, negozi, cartelli, alle Poste, su Trenitalia, all’INPS, in parlamento, nelle leggi e atti del governo e dei partiti. Ci sono ormai interi quartieri battezzati in inglese (vedasi Milano con North Loreto e UpTown), linee della metropolitana, addirittura i bidoni della spazzatura. Però, per loro, è tutto un «vabbè», un «ma allora?», minimizzando e distorcendo, tra un benaltrismo e un «non-è-proprismo» (per usare un termine coniato da Antonio Zoppetti), in cui il dito lo vedono sempre – però sempre – ma la luna resta inspiegabilmente e permanentemente invisibile.

E torniamo, dunque, a Licia Corbolante. Che nel «dormitorio linguistico» a cui abbiamo accennato è in buona compagnia, su questo non ci sono dubbi, ma che sonnecchia anche quando l’evidenza la guarda in faccia con le luci giganti al neon con la parola EVIDENZA che lampeggia nello stile di Elvis Presley a Las Vegas.

Di fronte all’immagine con la raccolta di alcuni (pseudo)anglicismi de la Repubblica di cui sopra, la meticolosa Corbolante non trova di meglio che scrivere:



Convincere persone come Licia Corbolante che la piega presa dall’italiano non sia la migliore possibile ricorda un po’ le conversazioni con quei terrapiattisti che, quando si parla dei Covid19, di fronte a qualsiasi evidenza, negano e tergiversano. Insomma, non c’è niente da fare. Però noi ci proviamo comunque:

1- Come funziona la logica di Corbolante? Cioè gli anglicismi non contano se sono ormai «in uso da tempo» nella lingua italiana, però anche se non lo sono, perché lei dice che «è molto improbabile che entrino mai nel lessico comune«. Quindi, se «in uso da tempo» non contano, e se «non in uso da tempo» (o «occasionalismi«, come li chiama lei) non contano nemmeno. Insomma non c’è scampo, anche perché se dovessero «entrare in uso«, Corbolante li liquiderebbe come anglicismi «affermati» e dunque cosa buona e giusta. Se, cari lettori, vi siete persi lungo questo paragrafo, non è colpa vostra. È colpa di una fallacia logica grande quanto un cratere vulcanico. Un po’ come i negazionisti del Covid. Se non te lo prendi non esiste, se te lo prendi è solamente un’influenza, se muori è una messa in scena, e al diavolo chi esagera.

2- Come fa poi Corbolante a sapere che «è molto improbabile che entrino mai nel lessico comune» non è dato saperlo, ma lei lo afferma comunque. Chiaro e tondo, spacciando per fatto dato e acquisito quella che è un’opinione completamente personale.
Tu lei fai vedere dati analitici, contati uno a uno, ogni giorno, che fanno uscire gli occhi da fuori? E lei ti risponde che no, che tanto «non entreranno nel lessico comune«. Magari come le migliaia di brand, green, retail, news, top, step, cringe, caregiver, lockdown, booster, green, briefing, recovery, board, cluster, pet food, gender gap, no vax/no mask, [nome dell’evento] Day, e potremmo continuare fino a dopodomani.

3- Che dire poi della fantomatica terza categoria identificata da Licia Corbolante, quella dei triti «anglicismi settoriali«? Tremendo, per la superficialità con cui viene detto, perché è impossibile che una prestigiosa terminologa non noti che gli anglicismi sono presenti a valanga in TUTTI i settori in Italia, e non solo «moda e bellezza«. Moda e bellezza, sentenzia lei, chiudendo gli occhi davanti a gemme linguistiche che persino chi non vive in Italia (come chi vi scrive) nota quotidianamente in articoli, risorse, scritti, pubblicità, siti, giornali e reti sociali dell’Italia del 2021. Tornando al nostro piccolo collage de la Repubblica, a Corbolante sono sfuggiti: empowerment, Italian Tech, green, retailer, form, week, parole usate a manetta, in Italia, e che poco hanno a che fare con moda e bellezza.
Viene il sospetto che, anche se invece di 90 gli anglicismi fossero stati 290, Corbolante avrebbe scrollato le spalle dicendo che sono «affermati«, oppure «non affermati«, oppure «solamente moda e bellezza«. O magari solamente il calcio, o solamente il turismo, o solamente la pandemia, o solamente la pubblicitá, o solamente l’informatica. Insomma, solamente.
Perché non c’è settore in Italia che non pullili di (pseudo)anglicismi. Sembra assurdo doverlo ricordare a una terminologa, eppure dalla pandemia (lockdown, caregiver, cluster, vaccination manager, no vax, ecc), all’università (le Business School, le Faculty e le Masterclass non si contano, più migliaia di altri); dalla gastronomia (food & beverage, delivery, catering, sugar-free, meat-free, ecc) allo sport (basta guardare le telecronache in creolo di calcio, Formula Uno o MotoGP); dalla politica (l’Italia è l’unico Paese non anglosassone in cui le leggi iniziano ad avere nomi in inglese, vedasi Jobs Act, step-child adoption e Family Act) alle Poste Italiane (l’aberrante reverse paperless, delivery express e altre amenità); da Trenitalia (con i suoi train crew, train manager e magazine) all’INPS (con la sua inclusivissima campagna 4-Week for inclusion); dal MIUR (con l’agghiacciante School Shooting) alla tecnologia (qualsiasi cosa); da premi (Italian Tech Award e Italian Teacher Award) a progetti benefici (Riding the Blue, Shared Wood); dai pet (una volta erano animali domestici) a eventi annuali (Milano Design Week, Torino Fashion Week, We Love Pesaro, Nincasi Beer festival); dalle agenzie di lavoro, anzi i recruiter (basta guardare qui), agli ospedali italiani (Day Hospital Breast Unit, Week Surgery, Skin Cancer Unit, Stroke management, hospice, screening, checkpoint temperatura).
Insomma Corbolante, non perdiamo altro tempo facendo finta di negare l’innegabile e ribaltiamo le cose: dato che ne sei così sicura, l’onere è il tuo. Dimmi tu: in quali settori non vengono usati anglicismi a valanga in Italia?

4- C’è poi una frase di Corbolante, quella secondo cui «i media spesso ricorrono agli anglicismi come sinonimo«, che meraviglia particolarmente.
Davvero si deve spiegare a una terminologa che, se sono di un’altra lingua, di «sinonimi» non si tratta? Si possono chiamare traduzioni, magari equivalenti, e – dissonanza cognitiva permettendo – sostituzioni, ma se davvero fungono da sinonimi come tale, la domanda che sorge spontanea è: che razza di lingua in buona salute, viva, è una in cui nel giro di 15 o 20 anni una valanga, migliaia, di forestierismi – tutti della stessa provenienza – vengono usati a mo’ di «sinonimi»? Non è proprio questo il punto? Perché non usare sinonimi in italiano invece di questo incessante mix di tamarrismo linguistico?
«Questi anglicismi raramente spodestano le parole«, sentenzia Corbolante, perentoriamente. Non cogliendo che le parole non scompaiono dalla sera alla mattina, ma che vengono rese obsolete poco a poco, come sta avvenendo – se tenete gli occhi aperti – un frammento alla volta, una gocciolina alla volta (o dovremmo dire droplet), costantemente, con tantissimi esempi che hanno imboccato il viale del tramonto. Corbolante dirà che non è vero, e lo dirà perentoriamente, ma marca o griffa diventano sempre di più brand. Dichiararsi è ormai quasi sempre «[fare] coming out«. La Squadra Olimpica è diventata nel 2016 «Italia Team«. E poi verde, notizie, montaggio, video operatore, direttore, bagarino, Giornata (con la maiuscola, nel senso di Day, come Family Day), fattorino, a domicilio, da asporto, bellezza, badante, calcio d’angolo, fasi salienti, tata, fuseau, economia & commercio, botteghino, modulo, chiamata, senologia, schermata, concorso, autoscatto, ambientazione, tappeto rosso, stato sociale, cartoni animati (vedi, Corbolante, quanti settori? Altro che «moda e bellezza«!), potremmo stare fino a domani mattina a fare esempi di parole che – certo – non sono state proibite per decreto ma che, da 10 o 20 anni a questa parte, vengono usate sempre di meno. Molto di meno.
Sulla pagina Facebook di Campagna per salvare l’italiano, e dunque tra gente abbastanza attenta (nel bene e nel male) al tema in questione, ho perso il conto delle dozzine di volte in cui tra di noi si discute per curiosità come «si sarebbe detto una volta» e vai con fiumi di domande riguardanti screening, smart working, coming out, fact checking, filmmaker, lockdown, shortlist, leggings, upcycling, copywriter, hate speech, flat tax, skyline, hub, extra time (nel calcio), skills, soft power, mindset, location, crowdfunding, feedback e centinaia di altre parole, appunto, che poco a poco hanno spinto verso l’obsolescenza l’equivalente italiano. Da persona con cittadinanza straniera resto allibito di fronte al fatto che centinaia di italiani faticano a ricordarsi di parole usate normalmente anche fino all’anno 2000! Il cui corollario è semplicissimo. Se un cinquantenne fatica a ricordarlo, cosa sarà capace di dire un quindicenne? A volte l’effetto di sostituzione avviene abbastanza rapidamente, altre più lentamente, altre (molto poche) magari per nulla. Ma dire categoricamente che «‘questi‘ (quali?) anglicismi raramente spodestano le parole», è come dire che «Milano è brutta«, è una frase soggettiva e semplicistica che lascia il tempo che trova.
Il punto, Corbolante, e non fare finta di non capire, è: a) la rapidità eccezionale; b) la penetrazione in assolutamente TUTTI gli ambiti; c) l’univocità della provenienza (sono anglicismi o pseudo tali al 99,99%) e d) il volume senza precedenti con la quale tutto questo sta avvenendo.
Ora, come ho rilevato in passato, è legittimo che a qualcuno questo piaccia. Ma fare finta di niente, minimizzare e «buttarla in caciara» con benaltrismi all’amatriciana è sinceramente incomprensibile.

5- Corbolante ammonisce: «se si osserva con un minimo di attenzione«, ma lei stessa riserva zero attenzione a un fenomeno ancora più preoccupante, nonché endemico, al punto tale da essere rilevabile persino nel piccolissimo collage della prima pagina di la Repubblica. Parliamo cioè dell’inglese che si afferma ben oltre i singoli vocaboli e le sostituzioni. Nell’italiano dell’anno 2021 appaiono sempre di più pezzi lessicali in inglese, i famosi «lexical chunks» del linguista Michael Lewis. Le «15 minute cities«, la «Venezia Cocktail Week» e l’assurdo «coffee table book» della prima pagina di Repubblica eludono miracolosamente l’attenzione e la curiosità della terminologa. Probabilmente distratta da tanto minimizzare, le sfugge che questo fenomeno si riscontra ormai continuamente, si pensi a «back to school«, «plug-in hybrid«, «ready to drink«, «call per start-up green«, «selfie no make up«, «body positive«, «employer brand management«, «delivery pick up point«, «pet therapy«, «no green pass day«, «car sharing«, «revenge dress«, «we are hiring«, «drive through Covid«, «full time result«, «stop and go«, «reverse paperless«, «chief executive officer«, «back to nature«, ma anche ai continui «Stand by Robinson«, «Italian Tech Awards«, «The Great Leap Backwards» e «How to» de la Repubblica, «Andrea’s Version» sul Foglio e «Inside Over» de il Giornale. Sono ormai centinaia i concetti che vanno ben oltre singoli vocaboli e sempre di più si mettono di traverso alla sintassi dell’italiano. A Corbolante, terminologa, questo non sembra interessare.

6- Concludiamo con l’affermazione di Corbolante più palesemente non vera:

«So che nessun linguista ritiene che l’italiano sia in pericolo«, dice Corbolante.

Però purtroppo si sbaglia di grosso. Perché, come dice Antonio Zoppetti, autore di Diciamolo in italiano:

«non è vero. Preoccupato dell’italiano minacciato dall’inglese era Arrigo Castellani, autore del Morbus Anglicus degli anni ’80. A dargli contro fu Tullio De Mauro, che ha però cambiato idea nel 2016 (lo ha fatto nella prefazione del libro di Gabriele Valle, altro “non linguista” preoccupato per l’itanglese) e ha detto che in quella controversia oggi bisogna dire di più: siamo in presenza di uno tsunami anglicus. Anche il suo allievo Luca Serianni gli dava contro, ma nel 2015 si è dichiarato preoccupato e ha cambiato idea.

A essere preoccupati per l’inglese che sostituisce l’italiano e lo contamina sono personaggi del calibro di Francesco Sabatini, ex presidente della Crusca, e l’attuale presidente Claudio Marazzini che hanno pubblicamente fatto innumerevoli dichiarazioni in proposito, oltre ad avere dato vita al Gruppo Incipit, che avrebbe poco senso senza una percezione di pericolo. Ci sono poi dichiarazioni di non linguisti molto significative, da quelle di Andrea Camilleri e di Maria Luisa Villa, scienziata e corrispondente della Crusca, che spiega come l’italiano sia stato mutilato e reso inadatto alla trasmissione del sapere scientifico. Ecco cosa scrive Giorgio Casacchia, eminente sinologo e professore universitario: “si è praticamente interrotta la produzione di neologismi, un’infinità di termini non hanno una voce italiana (ingenerando l’improssione, o la consapevolezza, che non è all’altezza della contemporaneità), si preleva semplicemente il termine inglese, e s’aggiungono a quelli che sono esclusi solo perché l’inglese è percepito più efficace, elegante, uno status symbol (ecco, per esempio…).

A proposito dei linguisti che un tempo non erano preoccupati ma ora si stanno svegliando, Valeria Della Valle ha definito «un elemento molto preoccupante a nostro modo di vedere», il fatto che:

Tra il 2008 e il 2018, sui giornali italiani sono più che raddoppiati, rispetto al decennio precedente, i neologismi inglesi: nel nostro modo di parlare sono apparse 15 nuove parole composte da ‘food’ e solo 2 da ‘cibo’; hanno fatto il loro ingresso 17 termini con ‘gender’ contro 13 con ‘genere’, stessa cosa per ‘smart’, che ha la meglio sulla sua traduzione italiana, ‘intelligente’. Sul totale dei neologismi italiani, i termini inglesi sono schizzati dal 10 al 20,11 percento [rispetto all’aggiornamento del 2006]«.

Concludiamo, cara Corbolante, con un piccolo regalo natalizio: una schermata (o screenshot, se vogliamo, anzi VOLESSIMO, utilizzare un «sinonimo») con 14 professioni/mansioni (i «credits«) su 19 in inglese, per un prodotto italiano, fatto da italiani, in Italia, per un pubblico di italiani, per un mercato esclusivamente italiano. Tu intanto continua pure a dire che «bisogna evitare esagerazioni e catastrofismi«.