Lingua malata, cultura malata

Si conclude la seconda parte dell’analisi comparativa di anglicismi e forestierismi su cinque grandi quotidiani europei. Indovinate chi ha vinto?

IMMAGINE: Risultati della Fase 2 della nostra analisi comparativa.

Cambiando le testate il risultato resta uguale. Se, nella 1ª Parte (vedi qui) della nostra analisi comparativa sugli anglicismi e forestierismi presenti nei quotidiani europei, la Repubblica aveva massacrato i suoi equivalenti francesi, spagnoli, tedeschi e britannici, la 2ª Parte (vedi qui) ha fornito risultati molto simili.

Ricordiamo ai lettori – perché sembra che la differenza sfugga persino a Professori del mestiere – che stiamo parlando di anglicismi puri (e forestierismi puri nel caso del Times), e non adattati, altrimenti la differenza sarebbe stata ancora più stratosferica. Anglicismo puro (o «prestito integrale») è fast food, greenwashing, beauty, startupper, revenge porn. Adattamento (o «prestito integrato»), sono i vari pigiama, dopato, followare (in italiano), le futboliste (in francese), bloguero o penalti (in spagnolo), Stalkerin e Fußball (in tedesco). Per un inglese, sangria, primadonna e brasserie sono prestiti non adattati, integrali. Gallery e sonnet, per esempio, sono invece adattati.



Chiarito questo, ecco alcune importanti considerazioni.

1. La Stampa ha registrato 1371 anglicismi puri in quattro settimane. Per raggiungere tale numero non è addirittura neppure sufficiente aggregare gli anglicismi di Le Figaro, Süddeutsche Zeitung, El País più i forestierismi sul Times. È la seconda volta che succede. Fu così anche durante la 1ª Parte della nostra analisi.

2. Gli anglicismi su La Stampa riguardano tutti gli ambiti. Tutti. Nessuno escluso. Politica, medicina (specialmente con la pandemia in primo piano) cronaca, sport, bellezza, tecnologia, ambiente, gastronomia, turismo, motori, costumi, musica. Nella stragrande maggioranza dei casi sono anglicismi persistenti e sempre più radicati nella società italiana, dato che sono gli stessi che si vedono anche nei negozi, nei supermercati, in televisione, al lavoro, nelle agenzie interinali, sulle etichette, all’università, ecc.

3. Se da un lato si tratta di anglicismi persistenti, dall’altro sono quasi sempre evitabili e in alcuni casi (pseudo)anglicismi. Non è, in sé, colpa de La Stampa, la quale si limita a riflettere le tendenze delle istituzioni, degli altri media, e delle elite italiane. Gli esempi sono innumerevoli, ma basta notare come il famoso Green Pass italiano si dica Covid Zertifikat in Germania, Certificado Covid in Spagna, Pass Sanitaire in Francia e, attenzione, Covid Passport – non Green Pass – nel Regno Unito.
Come con «smart working«, «baby gang«, «droplet«, «social» e tanti altri, per descrivere fenomeni contemporanei la lingua italiana del secolo XXI sembra preferire a se stessa addirittura una pseudolingua monca, deformata o addirittura inesistente. È un sintomo di una malattia culturale.

4. Davvero ci sfugge perché si debba scrivere sold out invece di tutto esaurito, half time invece di primo tempo o intervallo, creator invece di creatore, beauty routine invece di routine (o abitudini) di bellezza, videogames invece di videogiochi, Italian Politics invece di Politica italiana, magazine invece di rivista, rubrica o rotocalco, top invece di una vasta gamma di equivalenti (dipendenti dal contesto), gender invece di genere, the greatest invece di il migliore, alert invece di allerta, trend invece di tendenza, storyteller invece di narratore ecc. Gli esempi sono centinaia. Il lettore stesso potrà consultarli qui.
Qualcuno dirà: che problema c’è?
Uno, immediato, consiste nei binomi empatia/elitismo ed inclusività/esclusività, giacché milioni di potenziali lettori non capiscono e rischiano di sentirsi alienati e in difetto.
Due, a medio (anzi, breve) termine, questa valanga di sostituzioni riguarda la salute, la qualità e il futuro della lingua italiana come bene culturale.
Se questo massacro linguistico avviene ogni giorno – OGNI GIORNO – su tutti i quotidiani, davvero è razionale non aspettarsi conseguenze? Basta guardare che fine stanno facendo, con la velocità della luce, termini come fattorino, garzone, badante, partitissima, montaggio, diapositiva, importunare, videoperatore, Economia & Commercio, dichiararsi, verde, marca, griffa, interrogazioni parlamentari, ecc. (vedi qui e qui per alcuni dettagli quantitativi).



5. Al di là della spettacolare differenza quantitativa di (pseudo)anglicismi, La Stampa (come La Repubblica nella 1ª parte del nostro studio) è l’unica a trapiantare ormai regolarmente intere locuzioni inglesi nelle frasi. Non parliamo soltanto dei titoli di rubriche in inglese, che sono ormai tantissimi (Italian Politics, Italian Tech, One Podcast, Green & Blue, Quirinal Game, Vatican Insider, ecc), ma comunque anche presenti altrove (anche Le Figaro usa Best Of per esempio, e Süddeutsche Zeitung Say no more e Going to Ibiza).
Stiamo invece parlando di interi pezzi lessicali (il concetto di «lexical chunks» coniato dal linguista Michel Lewis) continuamente visibili, trapiantati in frasi che diventano assolutamente incomprensibili per il lettore che non conosce l’inglese o non lo conosce a un livello avanzato. Si pensi a commuting fashion, heels dance, co-washing, on the go, Safer Internet Day, on demand, novel food, trail running, contact tracing, blue economy, tweet bombing, make-care, zoom fatigue e tanti altri. Persino un nativo britannico fatica spesso a interpetarli, fuori contesto. Siamo oltre le pure sostituzioni lessicali, siamo a interi concetti espressi in inglese, comportamento che non si riscontra – forse con qualche eccezione sporadica nel Süddeutsche Zeitung – negli altri quotidiani europei.
Si dà per scontato che il lettore le conosca. Pessima abitudine, perché troppo spesso non è così.



6. Il World Cancer Day non viene tradotto da La Stampa, al contrario dei corrispettivi europei, che lo traducono nella loro lingua, ma questo non ci sorprende perché da qualche anno qualsiasi evento – non importa se esclusivamente italiano o no – viene riportato in Italia in inglese. Per cui quando La Stampa parla di Election Day, Safer Internet Day, World Cancer Day o Fashion Week si trova perfettamente in sintonia con le dozzine di Bra Cheese Festival, Provincia Day, Coming Out Day, Bi-visibility Day, Family Day, No Paura Day, Student Achievement Award, o Italian Teacher Award.


7. Confermando che la malattia linguistica italiana sia giunta a un livello molto più profondo della mera sostituzione, registriamo la peculiarità de La Stampa nell’utilizzare anglicismi con una noncuranza che sarebbe logica soltanto se l’Italia fosse una ex-colonia anglofona. Qualcuno potrebbe sospettare che il redattore o giornalista in questione stia effettuando un esercizio di puro narcisismo linguistico. Si pensi ai vari rock and troll, top & flop, Gedi watch, Covid watch, total body, legal drama, control tower, cancer plan e altri. Non sembra esserci alcuna considerazione per le decine di milioni di lettori italiani che non hanno studiato l’inglese o non lo conoscono a un livello adeguato.

8. Si noti l’effetto morfologico e/o su sintagmi dove fur-free e covid-free sostituiscono sistematicamente «senza» o «privo di». C’è transgender, e c’è genderless, che viene impiegato in puro itanglese come un sostantivo mentre in inglese (in verità detto più accuratamente sarebbe gender neutral), dovrebbe fungere da aggettivo precedendo, per esempio, theory o politics.
I quotidiani italiani sembrano essere anche gli unici a giocare con sintagmi ibridi. Si pensi a Mattarella bus, miti beauty (però poi beauty routine), net zero 2050, team volley (però poi Italia Team), sintomo del fatto che, mentre francese, spagnolo e tedesco non sembrino (ancora?) intaccati dall’inglese oltre le semplici sostituzioni lessicali, l’italiano mostra sintomi molto più profondi, con i costituenti dei sintagmi che spesso appaiono e scompaiono a piacere barcamenandosi tra l’italiano e l’inglese.

9. Come il Guardian nella prima parte dello studio, anche il Times è il quotidiano che registra meno forestierismi puri, ovvero i prestiti «non adattati». Questa volta però, anche il quotidiano spagnolo di riferimento, El País, ha registrato pochissimi anglicismi. Interessante notare che sia El País, sia Le Figaro, proprio durante il periodo del nostro studio, abbiano rispettivamente pubblicato articoli sul fenomeno degli anglicismi nella propria lingua. Ancora una volta resta il sospetto che, in entrambi i Paesi, il livello di presa di coscienza dell’ecologia e tutela della propria lingua sia anni luce dallo sbandamento linguistico dell’Italia secolo XXI.

10. La stragrande maggioranza degli anglicismi usati da Le Figaro e, specialmente, Süddeutsche Zeitung resta confinata a titoli fissi di rubriche (live, weekend, magazine, Best Of, Going to Ibiza, newsletter, Homeoffice, Say no More) che vengono riciclati continuamente. È relativamente raro trovare intere storie o notizie imperniate su un anglicismo, o addirittura una intera locuzione in (pseudo)inglese, al contrario dei quotidiani italiani.


NON succede in tutte le lingue

Durante gli scorsi due mesi abbiamo effettuato un’analisi comparativa degli anglicismi puri presenti sulle prime pagine digitali di quattro quotidiani europei di simile tiratura e stile, più un quotidiano britannico per rilevarne eventuali forestierismi e italianismi puri.

La Parte 1 della nostra analisi ha fornito risultati allucinanti, onestamente molto peggiori delle nostre aspettative più pessimiste (vedi qui e anche qui per conoscere i dettagli). Il referente italiano si è rivelato così intriso di anglicismi da totalizzarne abbondantemento più del doppio dei suoi omologhi francesi, spagnoli e tedeschi messi insieme.

Per questa ragione, per la Parte 2 della nostra analisi, abbiamo cambiato i quotidiani sperando di registrare qualcosa di diverso. Questa volta ci siamo affidati a La Stampa (Italia), Le Figaro (Francia), El País (Spagna) e Süddeutsche Zeitung (Germania), affiancati da The Times (Regno Unito).

Di diverso abbiamo notato che: 1) al contrario dell’anglofilo El Mundo, El País (della cui grafica siamo innamorati) segue chiaramente una linea editoriale fedelissima alla lingua castellana e tende ad utilizzare davvero pochissimi anglicismi; 2) che le parti si invertono tra Le Monde, molto fedele al francese, e Le Figaro, non restio a pubblicare anglicismes; 3) che nonostante il Süddeutsche Zeitung rifletta comunque l’uso copioso di anglicismi nella Germania di oggi, non raggiunge i livelli di Welt; e 4) che l’attenzione speciale che The Times sembri dedicare ai temi irlandesi ha consentito la rilevazione di alcuni termini gaelici.

Per il resto, purtroppo, sul tema che più ci sta a cuore, vediamo che ancora una volta è il quotidiano italiano ad utilizzare infinitamente più anglicismi degli altri. La Stampa ne ha totalizzati 336 in una settimana contro i 276 di tutti gli altri messi insieme (includentdo The Times).

Anche se appena più moderati rispetto agli angloassatanati de la Repubblica, specialmente – per pura coincidenza – durante la giornata del 1 Gennaio, anche La Stampa ne usa a tonnellate, quasi sempre senza motivo, e spesso in maniera ridicola. Spiccano le rubriche – in italiano, sia chiaro – con i titoli da mercante di datteri quali «Quirinal Game«, «Vatican Insider» e «Italian Politics«, nonché la solita processione di empowerment, gender, no vax, revenge porn, fake news che sono diventati i pilastri del creolo linguistico degli ultimi anni. I dettagli si trovano qui.

L’analisi continuerà con cadenza bisettimanale fino a metà Febbraio.

Purtroppo, nel frattempo, i dati che abbiamo rilevato confermano la pochezza disarmante dei tanti, troppi, linguisti italiani di professione, secondo i quali «tutte-le-lingue-fanno-così«, «anche-gli-inglesi-dicono-pergola«, «vabbè-ma-solamente-l’area-lessicale«, «che-dobbiamo-dire-pellicola-invece-di-film«, «e-che-dobbiamo-fare-come-Mussolini«, e così via. E che, tra una scrollata di spalle e un tweet con la consistenza di una pozzanghera, continuano a liquidare questo fenomeno rapidissimo, gigantesco e di una mole senza precedenti, invece di riconoscerlo, guardarlo in faccia, studiarlo prioritariamente e dibattere cosa meglio si potrebbe fare a livello normativo.
Perché la morte dell’italiano sta avvenendo adesso, davanti a noi, e quando qualcuno si sveglierà – magari con una petizione nel 2050 nello stile di quello che si fa oggi con il gaelico, il basco, il bretone o i panda per salvarli dall’estinzione – sarà probabimente troppo tardi.