Voglia di essere colonia. Ma di chi e di cosa? (3)

La 3ª parte della nostra analisi sui complessi d’inferiorità degli italiani del secolo XXI verso qualsiasi cosa «British» (cibo a parte). Di Peter Doubt

[LEGGI LA PRIMA PARTE]
[LEGGI LA SECONDA PARTE]

6. Ma in Inghilterra c’è uno stato sociale ottimo.
Sì, come no.
E Bruno Conti è la nuova stella della Roma, e il Presidente del Consiglio in Italia si chiama Aldo Moro.
Bisogna anche aggiornarsi sulle cose, e lo stato sociale in Gran Bretagna è da molti anni ridotto ai minimi termini, spesso con condizioni punitive e storie d’inefficienza e crudeltà sufficienti per ispirare capolavori cinematografici di realismo contemporaneo.
Il Regno Unito è, in maniera crescente, uno dei Paesi più diseguali d’Europa, e dove la povertà sta diventando sempre più rapidamente un tema di emergenza nazionale. Già nel 2017, fece scalpore un rapporto dell’UNICEF che indicava il Regno Unito come uno dei Paesi peggiori del mondo per la povertà infantile (e altri indicatori, tra cui la violenza sessuale sulle minorenni). Le cose sono peggiorate moltissimi negli ultimi cinque anni.
Secondo un rapporto di Trussell Trust UK, l’utilizzo delle foodbanks (luoghi di carità in cui il cibo viene donato a chi ne ha bisogno – se esiste la traduzione in italiano, per favore indicarla nei commenti) è quasi raddoppiato negli ultimi 5 anni. Oltre 2 milioni di persone riescono a dare da mangiare ai propri figli solamente grazie a tali aiuti volontari. Sempre più spesso chi ne usufruisce è gente che lavora, persino infermieri e insegnanti, ma che per colpa di stipendi inadeguati, affiti o mutui proibitivi, nonché montagne di debiti, non ce la fa.
Con l’aumento esponenziale del costo della vita nel 2022, sono persino arrivate le warm banks, luoghi finanziati da diversi enti di beneficenza dove i tanti britannici che non possono permettersi il riscaldamento a casa vanno a trascorrere gratuitamente alcune ore al caldo. Sul serio.



7. Debiti?
Sì, certo. L’intera economia britannica si basa da decenni su denaro virtuale, che si tratti di mutui, prestiti o vari trucchi finanziari, quella che già nel 2007, prevedendo (correttamente) una prossima e gravissima crisi economica, l’autore ed economista Larry Elliott definiva «economia delle cazzate» («Bullshit economy«). I debiti sono parte integrale del tessuto sociale britannico. Appena compi 18 anni le banche insistono nel prendere appuntamento con te per darti una carta di credito e/o un prestito, anche se non lavori, o lavori a tempo parziale, oppure precario (cioè quasi sempre a quell’età). Specie tra i meno anziani, il Regno Unito continua ad essere uno dei Paesi europei con più debiti privati (household debts), e addirittura, fino alla crisi del 2008/9 – quando anche nel resto d’Europa le cose iniziarono a prendere una certa piega – conteneva 2/3 dei debiti privati di tutta l’UE, secondo uno studio di Money Charity con uSwitch. Un rapporto ufficiale del Parlamento britannico indicava che il debito in proporzione al reddito delle famiglie era passato dall’ 85% nel 1997 al 148% nel 2008! In media, un adulto britannico possedeva nel 2006 almeno 4 carte di credito.
Essere in debito in GB è normalissimo. Leggiti la seconda parte di questa serie (il Punto 4, sui debiti universitari). E se si considerano i mutui e affitti stratosferici, si capisce perché è considerato totalmente normale per la gente utilizzare credito per pagare nei pub, dal dentista, per fare la spesa. Poi però arriva il punto di non ritorno.



8. Vabbè, ma almeno hanno governi stabili
Purtroppo non vale neanche più questa affermazione. Era vero, anzi verissimo, fino a pochi anni fa, che i governi britannici fossero generalmente stabili e duraturi. Ed era almeno questo un tema in cui, innegabilmente, i britannici avevano buon gioco a burlarsi della fama mondiale dei continui cambi di governo e dell’instabilità in Italia. Oggi le cose sono cambiate alla grande. Se nei 27 anni tra il 1979 e il 2016 il Regno Unito ebbe 5 Primi Ministri (Thatcher, Major, Blair, Brown, Cameron), solamente negli ultimi 6 anni ce ne sono stati altrettanti (Cameron, May, Johnson, Truss e Sunak), di cui – e forse è un primato mondiale – addirittura tre negli ultimi tre mesi. Questo non per cause fortuite come decessi o infortuni, ma per continue e profonde crisi politiche che stanno dilaniando il Paese.
Solamente 10 o 15 anni fa sarebbe stata inimaginabile l’attuale rissosità di tutto il sistema politico britannico. Le faglie iniziarono con gli scalpiti indipendentisti scozzesi, ma sono poi esplose con il referendum sul Brexit (2016) portando l’intero sistema in fibrillazione con una crisi costituzionale dopo l’altra (tra cui segnaliamo la polemica sospensione del Parlamento nell’Agosto 2019, poi dichiarata illegale dalla Corte Suprema, il dilemma su un nuovo referendum in Scozia, e la crisi permanente in Irlanda del Nord), scandali politici continui, purghe interne ai due maggiori partiti e un clima d’incertezza mai visto prima.
Solamente un confronto tra le sessioni della Camera dei Comuni fino a qualche anno fa e quelle post-2016 rivelano un deterioramento spaventoso (e un aumento di aggressività e caos) nel dibattito politico britannico.
A parte gli anni tremendi del terrorismo irlandese (quando furono assassinati 4 deputati – tra il 1979 e il 1990), nessun deputato britannico aveva mai sofferto un omicidio dai tempi di Re Giorgio V (1922). Ecco, dal 2016 in poi sono stati uccisi i deputati Jo Cox, (deputata laburista, accoltellata da un fanatico di estrema destra), e nel 2021 David Ames (conservatore, pugnalato da un integralista islamico). Si teme che il clima attuale possa portare ad altri spiacevoli episodi.



9. Si ma vuoi mettere i costi della politica in Italia?
Di nuovo, la classe politica italiana non si copre di gloria, ma è stupefacente il continuare a credere che la Gran Bretagna sia un modello da seguire. L’ex PM Liz Truss, in sella solamente per 6 settimana, riceverà ora £115,000 all’anno a vita (a parte lo stipendio da parlamentare e quello accumulato quando era ministra). Un deputato della Camera dei Comuni guadagna attualmente £7000 al mese (l’equivalente di quasi 8000€) più spese. In Italia sono circa 5500€ al mese più spese. Che magari saranno un lusso, ma che non spiegano il vizio italiano di ripetersi tra di loro di essere sempre i peggiori.
Il Regno Unito è l’unico Paese occidentale ad avere una delle due camere legislative (la Camera dei Lord) interamente non eletta. Ci sono oltre 800 membri della Camera dei Lord (il numero varia a seconda dei momenti, non esistendo un limite legislativo), per il quale si tratta della seconda camera legislativa più grassa del pianeta (seconda solo all’Assemlea Popolare della Cina), con costi pazzeschi.
Ma c’è di più. I membri sono un misto di nominati da successivi Primi Ministri per restituire favori e premiare lealtà. Per capire l’andazzo, tra i 20 maggiori donatori al Partito Conservatore dal 2010, 11 sono stati nominati Lord. E prima che qualcuno inizia gridare destra/sinistra, non è esclusiva dei conservatori. Le cose non andavano certo meglio durante i 13 anni di governi laburisti. Nel periodo 1997-2010, Blair e Brown nominarono 408 Lord. Tra questi figuravano amici di scuola di Blair, ex-compagni di casa dei tempi dell’università, nonché ovviamente i suoi lacchè più leali durante i suoi anni al governo e finanziatori vari del Partito Laburista. Se non bastasse, la Camera dei Lord si completa con 92 duchi, baroni e visconti seduti lí (quando ci vanno, l’assenteismo è endemico) per motivi ereditari, ovvero per privilegi di nascita, e una spruzzata di circa 25 vescovi nominati a vita della Chiesa anglicana. Regno Unito culla della democrazia? Ma fate il favore.


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[CONTINUA CON LA QUARTA PARTE (ancora non pubblicata)]

*L’autore Peter Doubt è un traduttore/interprete (spagnolo-inglese-italiano) con doppia cittadinanza britannica e italiana. Ha vissuto in Inghilterra fino ai 29 anni.

Voglia di essere colonia. Ma di chi e di cosa? (2)

La 2ª parte della nostra analisi sui complessi d’inferiorità degli italiani del secolo XXI verso qualsiasi cosa «British» (cibo a parte). Di Peter Doubt*.

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L’adorazione italica verso qualsiasi cosa «British» non conosce limiti.
Continuiamo con la nostra converseiscion virtuale con l’anglomaniaco medio dell’Italia del sec.XXI.

3. D’accordo, il crimine e gli inglesi ubriaconi, però lí le persone hanno un’educazione molto migliore. Vuoi mettere con le scuole e le università italiane?
Di nuovo, i complessi d’inferiorità.
Quanti italiani conoscono lo stato fatiscente delle scuole d’oltremaniche? Sanno che per raccogliere i fondi per riparare tetti e finestre è di costume organizzare lotterie e sorteggi a premi («raffles«, le chiamano) tra le famiglie?
Per non parlare dei continui episodi di ultraviolenza scolastica riportati con sempre più frequenza, con aggressioni a professori ormai considerate ordinarie, con il risultato che il livello di stress degli insegnanti (e dunque di abbandono della professone) continua ad aumentare di anno in anno?
Nel 2016, un’analisi pubblicata dal sindacato Unison, rivelò che il 53% di assistenti educativi («Teaching Assistants«) in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord ha sofferto aggressioni fisiche da parte di studenti. Nell’Ottobre del 2022, l’associazione dei presidi scolastici ha fatto un appello per fermare l'»esodo» degli assistenti educativi. Un titolo del Guardian riportava: «Assistenti educativi lasciano le scuole per lavorare nei supermercati a causa di stipendi barzelletta«.
Nel 2019, uno studio di Education Support indicò che il 78% del personale educativo del Regno Unito soffre di problemi mentali o fisici dovuti al lavoro.
Nel 2021/22 la percentuale di abbandono del lavoro da parte di maestri e professori è aumentata del 12,4% rispetto al 2020/21.

4. Sí, ma le università sono ottime.
Sono rinomatissime, questo sì. Ma andiamo oltre giudizi superficiali, obsoleti, e distorti.
Fino all’anno 1998 le università britanniche erano gratis. Poi – a parte la Scozia – fu introdotta la retta di £1,000 all’anno, per tutti. Nel 2004 il governo di Tony Blair le triplicò (£3000 all’anno), e nel 2010 la coalizione Conservatori/LibDems (questi ultimi dopo aver fatto campagna elettorale promettendo di abolirle) le portò a livelli pazzeschi: £9000 all’anno. Oggi la tariffa annuale è di £9250, cioè circa 10700€ (ve lo immaginate anglomani italiani?).
Alla grande maggioranza degli studenti vengono concessi facili prestiti per potersi iscrivere, con quantità facilmente aggiunte per altre spese (per esempio discoteca, feste e compere).
Sono cifre senza eguali in nessun Paese europeo. E, con l’eccezione delle rinomate università di Oxford e Cambridge (e determinate facoltà specializzate in altre università), si tratta spesso di corsi di qualità spesso molto discutibile. Ripetere esami nelle università britanniche è praticamente impossibile. A parte l’eccezionale permissivismo, nessuna università – disperate come sono per accaparrarsi quanti più alunni paganti possibili – vuole farsi un cattivo nome con percentuali proibitive di promozioni.
In generale per i ragazzi britannici è una esperienza divertentissima. È tradizione andare all’università in un’altra città, con il risultato che, da un giorno all’altro, migliaia di diciottenni o diciannovenni cedono alla tentazione di feste, festini e ubriacate varie (ovviamente finanziate a suon di prestiti e carte di credito, ne parleremo tra qualche giorno), organizzate spesso con tecniche commerciali eccezionali. Uno dei riti consiste nelle ubriacature, risse e vomitate industriali durante la settimana del debutto all’università (Fresher’s Week). L’esperienza accademica del tipico studente britannico è più ClubMed che L’Attimo Fuggente, per quanto agli italiani piaccia pensare ai campus d’oltremanica nello stile un po’ magico e un po’ austero di Harry Potter.
Nel frattempo, il risultato consiste in livelli esorbitanti di debiti privati accumulati (che non verranno quasi mai interamente ripagati) che sarebbero inimmaginabili altrove già all’età di 18,19 anni. In Inghilterra, un tipico laureato di 21 anni si trova tranquillamente con £45,000 di debiti sulle spalle. Una prospettiva allettante, per una laurea che probabilmente gli servirà per lavorare al servizio clienti della Vodafone. Nel frattempo, dato che a causa degli esigui redditi dei laureati, 3/4 di questi prestiti non verranno mai ripagati (cifre ufficiali), il buco finanziaro a carico dei contribuenti cresce, alla faccia di chi diceva – quando furono introdotte le tasse universitarie – che non è giusto che sia il cittadino britannico medio a farsi carico dell’educazione universitaria di un giovane.



5. Vabbè, ma io mi riferivo ai servizi pubblici. Lì sono migliori che in Italia.
Durante la campagna elettorale del 1997, il Partito Laburista ambiva ad appuntamenti con il medico di famiglia entro 48 ore. Per darvi una idea di come le cose siano peggiorate, guardate la promessa di Liz Truss, durante le elezioni primarie dell’estate 2022, di poter vedere il proprio medico entro un massimo di due settimane. Avete capito bene. L’ambizione attuale è di ridurre l’attesa per un appuntamento con il medico di famiglia a due settimane.
Non parliamo poi delle liste d’attesa per specialisti e/o operazioni. Ci sono buone ragioni per le quali il pietoso stato attuale del NHS (il sistema sanitario britannico) da qualche anno formi parte di qualsiasi dibattito politico del Regno Unito.
E che dire dei malcapitati ai quali, dopo 6, o magari 9, o anche 12 mesi d’attesa, è toccato un appuntamento con uno specialista (o un’operazione non urgente) in data 19 settembre 2022, giorno del funerale di Elisabetta II? Quanti mezzi di stampa italiani
hanno riportato la notizia della cancellazione di tutte le operazioni e appuntamenti medici come segno di rispetto per la monarca?
Eppure gli italiani vogliono essere colonia di un Paese dove succedono queste cose.



6. Sì, ma io mi riferivo ai treni. Fatti un giro su un treno italiano.
L’ho fatto. In varie occasioni. E in generale non è stata una bella esperienza. Ma almeno non ho speso le cifre esorbitanti che è tipico sborsare per i treni di Sua Maestà per servizi orrendi. Sono ormai pochissimi a dubitare, a destra e a sinistra, che l’operazione svendita di British Rail a metà degli anni ’90 sia stata un fallimento totale. Tra continui ritardi, servizi ridotti, cancellazioni, treni affollati, somme che deve versare continuamente lo Stato per sostenere servizi privatizzati e, soprattutto, biglietti con cifre da capogiro, anche lí l’Italia può stare tranquilla. Non ha nulla da invidiare al Paese della «lingua superiore».

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*L’autore Peter Doubt è un traduttore/interprete (spagnolo-inglese-italiano) con doppia cittadinanza britannica e italiana. Ha vissuto in Inghilterra fino ai 29 anni. Vive in Spagna da 15 anni

Voglia di essere colonia. Ma di chi e di cosa? (1)

L’adorazione italica verso qualsiasi cosa ‘British’ analizzata ai raggi X. 1ª Parte. Di Peter Doubt*.

È ovvio che la questione della crescente proliferazione di (pseudo) anglicismi in sostituzione dell’italiano nel secolo XXI abbia chiari risvolti paralinguistici. Basta guardare un qualsiasi giornale o rivista italiana per rendersi conto dell’assurda ossessione anglofila dei mezzi di comunicazione dell’Italia di oggi (e dunque, ne consegue, dell’italiano medio).

Questa serie di articoli si occuperà dei deliri onanistici indotti da qualsiasi cosa abbia origine nel Regno Unito (specialmente in Inghilterra), lasciando per il momento da parte l’ancora più ovvia devozione italica per gli Stati Uniti.

La recente scomparsa a reti unificate della monarca Elisabetta Windsor, al netto del cambio epocale marcato dalla dipartita di un capo di Stato dopo 70 anni, ci ha fatto toccare con mano l’autentica #vogliadiesserecolonia presente in Italia e l’abitudine fin troppo consolidata di elevare a livelli quasi mitici qualsiasi cosa dal vago sapore britannico.

Per qualche ragione, gli italiani hanno deciso – e sembrano farlo in maniera crescente – che persino le scorregge prodotte in Gran Bretagna siano più efficienti, più profumate, più «trendy», più «cool», e più degne di godere di un eco mediatico che erra tra il positivo, il curioso e l’invidioso. Voglia di essere colonia, appunto. Ne è prova il fatto che lo stesso non accada – salvo rare eccezioni – con notizie e avvenimenti da Paesi non anglofili, si tratti di cambi di governo, scandali vari, eventi, famiglie reali e altro. Un esempio scemo? Quando è morta Angela Lansbury, la «Signora in Giallo«, Rete 4 ha fatto il cartello «Grazie, Angela».
Non fecero lo stesso quando morì Horst Tappert (l’ispettore Derrick) o persino miti nazionali quali Raffaella Carrà o Paolo Rossi.

E allora. Perché gli italiani considerano il Regno Unito un Paese superiore? Da dove deriva questa attitudine zerbinesca, questa illusione distorta e spesso completamente obsoleta o sbagliata? Si badi bene che questo articolo non ha alcuna pretenzione nazionalista o di presunta superiorità italica. Non è nostro desiderio stilare classifiche tanto puerili come inutili (e tra l’altro soggettive), né negare che problemi di portata enorme siano presenti alla grande – ALLA GRANDE – anche in Italia. Semplicemente chi scrive trova ingiustificati i complessi d’inferiorità italiani verso qualsiasi cosa d’oltremanica.



1. «British» è sinonimo di calma e flemma.
Per qualche motivo, gli italiani hanno deciso di non assorbire cognitivamente i livelli industriali di aggressività, teppismo e inciviltà esportati dai britannici durante gli ultimi decenni. Dalla strage dell’Heysel e il fenomeno degli hooligans (inclusi, tra tantissimi episodi, la finale di Atene ’07, gli Europei 2020, o la finale dell’Europa League 2022) alle statistiche sempre peggiori sull’ultraviolenza in stile Arancia Meccanica (ultraviolence e A Clockwork Orange nella versione originale) nei centri urbani del Regno Unito, dal nesso tra abuso di alcol e violenza domestica (vera propria piaga nazionale) alle sempre più frequenti immagini indecorose di casino totale nella Camera dei Comuni, o ai comportamenti da belve selvagge sulle reti sociali, in realtà relazionare la parola «British» a un concetto di calma e comportamenti civili sarebbe come identificare la parola «siberiano» per definire temperature tropicali. Patetico, appunto.
Eppure gli italiani lo fanno. Non i tedeschi, non i francesi. Certamente non gli spagnoli, i quali conoscono fin troppo bene i comportamenti «British» dei turisti d’oltremanica (coniando le espressioni turismo da borrachera, turismo da ubriachi, e balconing, per descrivere la condotta idioticamente vandalica da parte di troppi turisti britannici in posti come Mallorca, Ibiza, Salou, Magaluff, Benidorm, ecc).
Per qualche motivo, l’italiano medio continua ad associare la gente «British», cioè i britannici, alla bombetta, i gentiluomini e la flemma, non importa quante violenze negli stadi, acidi buttati su vittime da scippo o stupri di poliziotti.

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2. Ma non c’è paragone con il crimine in Italia. Le città britanniche sono tranquille. Io a Luglio sono stato in un villaggio sulla costa della Manica ed era così pacifico!
Questo è il problema. Una settimana, due, o tre, da turista in posti da cartolina non rappresenta nulla. Il villaggetto pittoresco, specie se vissuto sporadicamente, non rappresenterà mai la vita quotidiana di un Paese.
Né ci si può aspettare che siano giornalisti e corrispondenti vari a mostrarla in maniera esaustiva, dato che troppo spesso vivono (non per colpa loro) in una realtà asettica, privilegiata, al 95% focalizzata nelle zone nevralgiche di Londra, concentrati sulle notizie relativa alla famiglia reale, dibatitti politici, celebrità, attori, e poco altro.
Certo, solo un imbecille negherebbe che l’Italia abbia problemi serissimi con la criminalità e con il crimine organizzato, specialmente in certe zone e in certi centri urbani, ma è falso credere che la Gran Bretagna sia un’oasi di pace e tranquillità. Si provi a studiare la realtà in una qualsiasi città britannica, specialmente in determinati quartieri. In ordine sparso, Birmingham, Liverpool, Glasgow, Hull, parti importanti di Londra, Sheffield, Greater Manchester. Tra squallore urbano, violenza quotidiana e gruppi criminali organizzati, da 30 anni a questa parte c’è stato un deterioramento totale della sicurezza nazionale (e certamente della percezione di insicurezza).
Non aiuta neanche l’impianto urbanistico tipico delle città britanniche, dato che le numerosissime zone dormitorio (dove si susseguono chilometri e chilometri di file di case senza alcuna vita sociale) sono il canale perfetto per alienazione, isolamento ed episodi di teppismo brutale. Londra a parte (parzialmente), le grandi città britanniche sono caratterizzate da interi quartieri dove negozi, ristoranti, pub, edifici di interesse pubblico e zone di ritrovo sono tutti concentrati esclusivamente in un viale principale (la «high street«) da cui si diramano chilometri di strade, spesso illuminate pochissimo, con case e nient’altro.
Il libro «Yob Nation – The Truth About Britain’s Yob Culture» (Nazione teppista – La verità sulla cultura teppistica della Gran Bretagna) dell’autore Francis Gilbert (edizioni Portrait), già nel 2006 analizzava la crescente violenza e brutalità di cui è intrisa in cui la società britannica, a tutti i livelli. Il libro «Tescopoly» di Andrew Simms (2007, Constable) faceva riferimento ai centri commerciali e la grande distribuzione (per esempio la catena di ipermercati Tesco) come ormai i restanti punti focali di «socializzazione» e «calore umano», tra virgolette, in una società britannica sempre più atomizzata e basata sull’isolamento individuale.



[CONTINUA]

*L’autore Peter Doubt è un traduttore/interprete (spagnolo-inglese-italiano) con doppia cittadinanza britannica e italiana. Ha vissuto in Inghilterra fino ai 29 anni. Vive in Spagna da 15 anni

Straniero alla lingua

Il passato, le tracce viventi di altre epoche, bisogna disfarsene, non hanno alcun valore, quello che conta è l’immediatezza, la presunta “utilitàdi Cristina Di Fino*

Io sono un italiano che a scuola ha studiato francese. Alla mia epoca quella era la lingua da studiare, ma oggi sembra che il vento sia cambiato. Siamo entrati dentro un’altra sfera, dentro un altro mondo. Alla radio ho sentito che, alla festa del paese, vi era un’area di street food, poi dei food tour ad orario, non ho capito. Di solito alla festa di paese ci sono tanti banchi, ma davvero cosa sia questo non so. Dovrò consultare un vocabolario, perché internet non sempre è affidabile, però mi fa sentire davvero inadeguato. Io continuo a comprare le Monde Diplomatique, almeno mi tengo informato su quello che succede, su quella parte di mondo che ancora comprendo.

Io sono uno straniero di prima generazione. A casa mia si parlano tre lingue, io che parlavo ai miei in italiano, mio padre che mi parla in iraniano e mia madre mi parla in russo. A scuola parlo in russo con altri compagni che ne sanno qualche parola, così quando non vogliamo farci capire; una delle mie compagne Olga, è di origine polacca, ha imparato un po’ di russo per parlare con la nonna, che viveva al confine con la Russia. Oggi con i compagni, siamo andati dentro un locale nuovo, per mangiare qualcosa insieme, e non abbiamo capito quasi niente di quello che c’era scritto sul menù. C’erano tre opzioni Vip, Premium e Basic, poi c’era lo starter, il donut, il best price, il veal, e così una valanga di parole che il cameriere non aveva tempo di spiegarci. Siamo usciti allora, e siamo tornati al nostro caro vecchio kebab, almeno lì si può vedere cosa ti portano, e sai cosa mangi, non ti viene il mal di testa.

Io sono cresciuto parlando occitano, quando vado al mercato quasi tutti lo parlano, a volte si intercala con l’italiano. A scuola mi hanno detto che è una delle dodici lingue protette dalla Costituzione. Però, a scuola, non ho mai visto nulla di scritto nella mia lingua. L’altro giorno, i professori ci hanno invitato a consultare i programmi di varie Università, che avevano degli Open Day. Ho pensato che fossero università per stranieri, e invece no, erano tutte in Italia. Chissà se c’è anche un corso di laurea in occitano così come avviene in altri paesi…

Io sono uno dei “rientrati”, non so se mi posso sentire solo un cervello. Sono stato dieci anni negli Stati Uniti, il posto mitico degli italiani che si vogliono fare da sé, la terra delle grandi opportunità, di quelli che cercano una seconda vita. Oggi, sui giornali si parla di mobbing sul lavoro, ma io non capisco cosa significa. Eppure direi che sono quasi “padre”- lingua, perché io sogno anche in americano, ogni tanto mi scappa anche un espressione qui e lì, quando sono sovrappensiero. Ho dovuto chiedere ad un collega cosa significasse, in americano i problemi di persecuzione al lavoro si dicono “harrassment”, mobbing è un movimento di pressione di un gruppo, che può venire da diverse parti della società. Non capisco, ho speso così tanto tempo ad imparare, torno nella mia terra, e questo uso delle parole non ha senso. Io non mi ritrovo più, non sono né più lì ma nemmeno qui.

Se lo studioso Zygmunt Baumann fosse ancora vivo, si metterebbe a capofitto a studiare il fenomeno degli anglicismi nella lingua italiana e sono sicura che in poco tempo riuscirebbe anche a creare una nuova parola per definirlo. Ora la sfida e il testimone passa a qualcun altro per continuare a cercare di comprendere quello che succede. Il fenomeno degli anglicismi sicuramente fa parte della liquidità che caratterizza la nostra epoca, ma che ha lavato via anche il significato. C’è una grande incertezza su cosa significhino questi diluvi di parole importate, e messe lì quasi a caso, a volte a suono, altre volte per vicinanza, altre ancora per moda, spesso anche in mezzo ad una frase. In un mondo dove le regole sono liquide, tutto può ondeggiare a seconda della piena o della marea. Succedono a gran velocità fatti inauditi, come se avessero la forza di un monsone mai visto, che, al pari del cambiamento climatico, è un’estremizzazione così rapida e dal potere dirompente. Ma dove si abbatte questo monsone? Sulla casa in cui si abita, la lingua. Questa liquidità non solo porta via il significato ma anche la lingua. E quindi, oltre ai significati, non si ha nemmeno più la possibilità di crearne di nuovi, perché se si distrugge la struttura in grado di creare senso, ci si ritrova muti, dentro una prigione dove non si può comunicare con l’esterno. Gli allarmi lanciati, ma inascoltati, non sono solo da parte dell’accademia della Crusca. Eppure, come certi dissesti idrogeologici, ancora nulla si è fatto. È una delle tante tragedie annunciate, che sta già mietendo le vittime, tra il grande tasso di analfabeti di ritorno.

La cultura e pratica dello scarto, tipica della nostra epoca, sta inglobando anche la lingua. Non solo oggetti e materiali ancora utilizzabili si trasformano in rifiuti, solo per una decisione del singolo e collettiva, ma la stessa pratica viene adottata come filosofia di vita, quindi è applicata qualsiasi sfera dell’azione umana: le persone, gli animali, le piante, le culture, le lingue. Come nella storia del re Mida, qualsiasi cosa che si tocca si trasforma in inutile, in rifiuto.

Il passato, le tracce viventi di altre epoche, bisogna disfarsene, non hanno alcun valore, quello che conta è l’immediatezza, la presunta “utilità”.

Non si considera che la filosofia dello scarto provoca anche un vuoto, che rimane dopo l’immediato, che lascia il nulla a chi viene dopo. In un film profetico, “La storia infinita”, tratto dall’omonimo libro di Michael Ende, quello che più terrorizzava i personaggi, e letteralmente li inghiottiva, sia fisicamente che internamente, era il “Nulla”, avanzava sempre di più, a meno che non si facesse opposizione. Il mondo poi sarà salvato dalla fantasia. Spero che molte persone, con molta fantasia, siano in grado di creare qualcosa di nuovo, che possa riparare i danni e soprattutto non lasci nessuno come straniero alla propria lingua.

*Cristina Di Fino è una viaggiatrice che ha abitato presso diversi popoli e lingue, ed è da sempre in decrescita felice

Ordinaria comunicazione sulla prima pagina di un importante quotidiano italiano

Se l’inglese fosse ungherese

Frammento di un articolo del Corriere della Sera /Corriere del Veneto: «Mio fratello Niccoló Ghedini, scapestrato in gioventù e insonne di talento», 19/08/2022.

Ci sono milioni e milioni di italiani che non hanno studiato l’inglese, oppure che lo hanno studiato poco, male e/o molto tempo fa. Per queste persone, la stragrande maggioranza di termini inglesi sono comprensibili quanto lo è la lingua ungherese.

Nell’immagine, abbiamo sostituito i termini inglesi usati dal Corriere della Sera, e comprensibili a un numero molto ristretto di lettori, con gli equivalenti in ungherese (lingua che, ci azzardiamo a dire, è sconosciuta virtualmente alla totalità degli italiani) per darvi un’idea di come si sente il lettore medio italiano dinnanzi ai continui schiaffi linguistici che si deve sorbire ogni volta che legge siti internet, giornali o riviste magazine, oppure ogni volta che guarda le notizie news, ascolta pubblicità, va a fare le spese shopping, o utilizza servizi pubblici.

L’incapacità di provare empatia verso milioni di potenziali lettori e utenti da parte di un numero notevole di giornalisti, pubblicitari e politici italiani non è solo stupefacente, ma è elitista da fare schifo.

Quando la preoccupazione di chi parla o scrive non è la comprensibilità per l’interlocutore, ma è invece il voler giocare a fare il figo internescional, sorge un problema grave di esclusione.

In altre parole, l’itanglese (o l’abuso sistematico di anglicismi in italiano) crea problemi di inclusione. Esclude, taglia fuori, discrimina, emargina, mette in difficoltà.

L’itanglese esclude

Milioni di italiani che non parlano l’inglese sono discriminati quotidianamente

Agosto 2022, l’Italia si trova nel pieno di una importantissima campagna elettorale. Ci sono decine di milioni di cittadini e residenti che non parlano l’inglese, oppure che lo conoscono poco e male.
Se una di queste persone volesse leggere i titoli dei giornali italiani per documentarsi, capire, decidere, si troverebbe molto in difficoltà.

Guardate l’immagine. Contiene ritagli di quotidiani italiani di tutti i colori: il Corriere, la Repubblica, la Stampa, il Giornale, Libero, Domani, il Manifesto, il Fatto. Si tratta di una brevissima raccoltà. Di esempi ne esistono a centinaia.

Osservate quanti titoli si appoggiano su anglicismi puri e, ne consegue, quanti concetti vengono espressi mandando la lingua italiana in soffitta. Abbiamo coperto le parole (pseudo)inglesi per dare a tutti un’idea di quanto sia difficile, per chi non conosce l’inglese, interpretare ciò che si legge.

In altre parole, per mostrarvi quanto sia esclusivo ed escludente il bombardamento continuo dell’itanglese da parte dei media italiani. Un comportamento discriminatorio particolarmente ipocrita, specialmente nell’era del termine inclusività sventolato a vanvera ogni 5 minuti.

Autore: Peter Doubt

Bagagli smarriti

Inclusione esclusiva o esclusione inclusiva? Autore: Peter Doubt

Qualcuno riesce a spiegare la logica per la quale sempre più aeroporti d’Italia stanno sostituendo la lingua italiana con l’inglese? La foto qui sopra è dell’Aereoporto di Bergamo, un chiaro esempio di sostituzione, non di bilinguismo.
Immaginatevi una delle milioni di persone italiane che non parlano l’inglese. Sono milioni. Magari anche tua madre, tuo padre, tua zia, o te stesso.
Se hanno perso una valigia o un oggetto non potranno affidarsi alla segnaletica dell’Aeroporto di Orio al Serio (Milano Bergamo BGY). Saranno svantaggiati perché non capiscono l’inglese nel proprio Paese.

Nella foto sotto c’è poi un esempio del ritiro bagagli nello stesso aeroporto.
Tutto completamente in inglese.
Chi vi scrive si aspettava che il tabellone alternasse qualche secondo in inglese con qualche secondo in italiano (come è di costume in molti aeroporti europei). E invece, no. Sostituzione totale.
Poi però lì fuori è tutto un fioccare di campagne con #inclusion, ovviamente.

Resta da capire perché. Si guadagnano turisti eliminando l’italiano?
Esiste un turista che eviterebbe l’aeroporto X o Y perché lì la segnaletica non è in inglese o esclusivamente in inglese? Cosa stanno facendo le autorità italiane alla lingua italiana?

La segnaletica all’Aeroporto di Orio al Serio (Milano BGY) esclude dalla comprensione milioni di italiani.

«Si legge come si scrive»: necessario sì, ma sufficiente?

Saggio di Giulio Mainardi*

1. PREMESSE

Per indicare la pronuncia, quest’articolo fa uso dell’alfabeto fonetico internazionale (AFI), con alcune peculiarità; la legenda è riportata in fondo.

Nel considerare e indicare la pronuncia dei forestierismi, la consideriamo e riportiamo sempre com’è nell’uso italiano, secondo i fonemi italiani (es. computer = /kompju̍ter/).

Quest’articolo trae parte dei suoi concetti, rielaborandoli autonomamente, da discussioni svoltesi nel fòro virtuale Cruscate. Ai tanti che hanno contribuito allo scambio d’idee, e in particolare a Paolo Matteucci («Infarinato») per la sua cultura e disponibilità, va il mio ringraziamento. Segnalo qualche filone particolarmente significativo nella Bibliografia in basso.

Un ringraziamento, naturalmente, va anche alle persone che in vari luoghi hanno discusso con me specificamente della questione di quest’articolo, dandomi informazioni sui diversi punti di vista e offrendomi spunti per le mie argomentazioni.

2. I TERMINI DEL DISCORSO

Nel considerare il numero oggi in grande aumento di parole «non tradizionali» nell’uso italiano, molte persone ritengono che, per la sopravvivenza e continuazione dei caratteri peculiari della lingua italiana com’è stata in questi secoli, il pericolo principale sia costituito dai termini che «non si scrivono come si dicono» (es. online che si pronuncia /onla̍in/), mentre i forestierismi che rispettano le regole tradizionali dell’ortografia italiana, anche se di struttura non italiana (es. sport, con terminazione -rt non italiana), costituirebbero un pericolo minore, o addirittura non costituirebbero un problema. Secondo tali persone questi ultimi termini, soddisfacendo il criterio ortografico, si potrebbero considerare di fatto parole italiane. Questa posizione è comune e si trova anche presso persone sensibili al tema della lingua, che non si possono tacciare di generica esterofilia linguistica.

Il presente articolo vuole discutere brevemente dell’«italianità» di questo secondo gruppo di termini, mettendo in luce alcune debolezze della posizione che li ritiene semplicemente «italiani» così come sono. Nel trattare questo tema, è inevitabile il ricorso a qualche tecnicismo, ma nel complesso lo stile dell’articolo sceglie di semplificare per essere accessibile anche a chi conosce poco questi temi. Per ragioni di brevità e per evitare troppe digressioni, non approfondiremo le molte questioni contigue, anche se sarebbe utile per una trattazione teorica più completa.

A qualche lettore potrà sembrare che i contenuti di questo testo siano delle “ovvietà”; ma l’esperienza insegna che persino le ovvietà possono non essere così ovvie per tutti.

Si osserva che nelle discussioni sul tema sono frequenti i fraintendimenti e le confusioni terminologiche, e nel complesso il discorso può essere chiarito e sintetizzato grandemente definendo i concetti in modo preciso per evitare ambiguità.

Definiamo «graficamente italiane» le parole che si pronunciano come si scrivono (e viceversa) secondo le regole generali dell’italiano. Per esempio: sono parole graficamente italiane carta /ka̍rta/, gioco /ʤɔ̍ko/, fiera /fjɛ̍ra/, e forestierismi come card /ka̍rd/, doping /dɔ̍pinɡ/, smart /zma̍rt/. È «graficamente italiano» blog /blɔ̍ɡ/, mentre non lo è blogger /blɔ̍ɡɡer/ (che lo sarebbe se, a parità di pronuncia, fosse scritto bloggher).

Per abbondare, ammettiamo “al limite” come parte di questo gruppo anche terminazioni con una consonante ripetuta, come stress, staff e app (/strɛ̍s/, /sta̍f/, /a̍p/); escludiamo invece le consonanti doppie all’interno in sequenze ortograficamente non italiane (es. bulldog /buldɔ̍ɡ/, pullman /pu̍lman/).

Per non divagare trascuriamo, ai fini di quest’articolo, il discorso sulle «lettere straniere». Ci limitiamo a fare questa scelta: escludiamo da questo gruppo i termini che si scrivono con k, w, y e j, mentre consideriamo “ortograficamente ammissibile” la x. Sono quindi escluse parole come quark, wok e derby, mentre sono inclusi pixel, excursus e boxer. S’intende che escludiamo la j dove ha valore non italiano: sono naturalmente inclusi termini come Jacopo, naja e juta (anche se, per coerenza col sistema ortografico odierno, oggi sarebbe preferibile scrivere Iacopo, naia e iuta).

Escludiamo le parole (in ogni caso poco numerose) con /ʦ(ʦ)/ rappresentata dal gruppo grafico ts anziché da z(z), come tsunami e tsigano (mentre zigano è ovviamente incluso).

Escludiamo i termini con delle h in posizioni in cui nell’adattamento l’ortografia italiana (altrove) le fa normalmente cadere, come hotel, horror, gihad, hinterland, handicappato.

Definiamo «fonotatticamente italiane» le parole i cui suoni (fonemi) sono disposti in un modo che soddisfa le norme tradizionali delle strutture italiane (parliamo della pronuncia, indipendentemente dalla sua rappresentazione grafica). Il discorso su questo punto è potenzialmente molto ampio e richiederebbe una trattazione dettagliata; nel breve spazio di questo articolo, ci occuperemo solo delle terminazioni (benché, naturalmente, anche le combinazioni di suoni all’inizio o all’interno della parola siano rilevanti). Quali sono le terminazioni fonotatticamente italiane? Parecchie persone ritengono che “in italiano le parole finiscono per vocale (qualsiasi vocale) e non per consonante”. Benché abbia un fondo di verità, così presentata questa è una semplificazione eccessiva, che appare formalmente sbagliata e richiede delle precisazioni. Vediamo la cosa nel dettaglio, prima per le vocali e poi per le consonanti.

Sono italiane tutte le terminazioni vocaliche, ad esclusione di /-u/ (u non accentata, -u) e (in modo più incerto) /-o̍/ (o chiusa accentata, ).

Per quanto riguarda la u, ciò è facilmente visibile nel fatto che in italiano non abbiamo parole che finiscano in -u non accentata (la u di tu, pur non portando l’accento grafico, è naturalmente accentata), a parte pochi forestierismi non (completamente) adattati, come guru, haiku, sudoku.

Più incerta ma simile la situazione della . Benché /-o/ non accentata sia una terminazione frequentissima in italiano, non abbiamo invece parole che finiscano con /-o̍/ accentata. La congiunzione o («mare o montagna») e la o vocativa («o patria mia…»), entrambe chiuse, sembrerebbero violare tale regola. In realtà, a causa della loro costante posizione proclitica (che si appoggia cioè, per quanto riguarda l’accento, alla parola seguente) costituiscono una sorta di “blocco unico” con la parola che le segue, per cui non sono mai realmente terminali. Una frase normale, infatti, in italiano non finisce con nessuna di queste due o: troncamenti o sospensioni implicano un completamento, e spezzare una frase dopo di loro non è molto diverso dallo spezzare una parola a metà. Possono sorgere incertezze dall’osservazione di alcuni casi marginali, come certe apocopi popolaresche di alcune varietà regionali dell’italiano, dove si possono avere risultati del tipo signó, dottó. Non costituisce invece un’eccezione significativa l’esclamazione boh /bo̍/, dato che, per loro natura, onomatopee e interiezioni «si collocano sempre ai margini del sistema fonotattico di qualsiasi lingua» (Matteucci).

Naturalmente, anche /-u/ e /-o̍/ sono terminazioni lecite nel caso (intrinsecamente ai “limiti” della lingua) di una parola citata in senso metalinguistico.

Sono poi italiane alcune terminazioni consonantiche, in /-Vm/, /-Vn/, /-Vl/ e /-Vr/ (cioè in m, n, l e r precedute da vocale), a patto che siano rispettate alcune condizioni precise.

Tali uscite consonantiche sono lecite:

  • in prosa, all’interno di enunciato (andiam bene, san Francesco, il fiume, gran giorno, un paese, nel campo, signor presidente, ecc.) e non alla fine (È un bel cane ma non *È un cane bel);
  • in poesia anche alla fine di un enunciato (urla e biancheggia il mar; scorrea la vista a scernere / prode remote invan).

Esistono poi altre restrizioni (per esempio, si dice uno struzzo, non *un struzzo) ma non cambiano la sostanza di questo discorso: non rendono leciti dei casi in più.

Uscite in altre consonanti non sono consentite: si può dire un bel viso ma non si può dire *un vis bello (nemmeno in poesia) né *un bel vis; si può dire un buon amico ma non *un amic buono né *un buon amic.

Le forme eufoniche ad (ad esempio), ed (ed ecco), od, come gli antichi ched ‘che’, ned ‘né’ e sed ‘se’, non sono veramente eccezioni per la stessa ragione per cui non lo sono le due o viste sopra: anche questi, proclitici, formano praticamente un “blocco unico” colla parola seguente e quindi non sono mai vere terminazioni.

Per le terminazioni consonantiche di onomatopee e interiezioni, vale quanto detto poco sopra; e parimenti, di nuovo, chiaramente qualsiasi terminazione consonantica è “lecita” per termini citati metalinguisticamente.

Per fare qualche esempio, sono parole fonotatticamente italiane /torro̍ne/ torrone e /alambi̍kko/ alambicco, e anche forestierismi graficamente non adattati come /ɡaspa̍ʧo/ gazpacho e /ɔ̍bbi/ hobby. È fonotatticamente italiano /brɛ̍ndi/ brandy mentre non lo è /trɛ̍nd/ trend (finendo in /-nd/, terminazione non italiana).

Definiamo «dell’uso italiano» tutte le parole usate in un contesto (linguisticamente) italiano dagli italofoni, indipendentemente dalle loro strutture. Sono «dell’uso italiano», quindi, anche forestierismi crudi come first lady, équipe, slogan, software.

Definiamo «strutturalmente italiane» le parole conformi alle strutture linguistiche generali della lingua italiana, oltre eventuali corpi estranei non (totalmente) adattati: in pratica, quelle che siano contemporaneamente «graficamente italiane» e «fonotatticamente italiane», secondo le definizioni date sopra.

Possiamo riassumere i gruppi testé descritti tramite un diagramma di Eulero-Venn. Nel grafico qui sotto, come si vede, semplifichiamo considerando solo le parole «reali», esistenti; ma naturalmente si potrebbero immaginare parole ipotetiche che siano fonotatticamente o graficamente italiane senza essere «dell’uso»: parole possibili ma (al momento) inesistenti.

Chiaramente le dimensioni delle aree non sono in scala, non sono cioè rappresentative delle dimensioni degli insiemi: le parole «strutturalmente italiane» costituiscono ancora la maggioranza delle parole «dell’uso italiano».

Usando i formalismi dell’insiemistica, con sigle facilmente comprensibili, possiamo scrivere che Sit. = Fit.Git., ovvero che il gruppo di ciò che è Strutturalmente italiano è l’intersezione di quelli della Fonotassi e della Grafia. I termini che c’interessano primariamente in quest’articolo sono quelli della “falce di luna” gialla di destra. Per brevità, chiameremo questo gruppo P1 (/pi.u̍no/; con P per parole, genericamente). In simboli, P1 = Git.Fit..

Definiamo inoltre P2 come il gruppo dei termini italiani fonotatticamente ma non graficamente (la “falce di luna” verde di sinistra; P2 = Fit.Git.), e P3 come il gruppo dei termini non italiani né fonotatticamente né graficamente (lo spazio bianco fuori dai due cerchi e dentro il bordo rosso; P3 = Uit. – (Fit.Git.).

3. CENNI STORICI

Alla fine di questa sezione presentiamo un grafico per visualizzare l’epoca d’ingresso dei termini P1 nell’uso italiano. Ogni colonna rappresenta un cinquantennio, a partire dal 1200 fino ad oggi; l’altezza è proporzionale al numero di termini P1 il cui ingresso viene datato dai vocabolari a quel periodo. I termini usati per questa conta non pretendono di essere la totalità, ma sono più di 650 e dovrebbero rappresentare una quantità statisticamente sufficiente per visualizzare l’andamento di massima.

Il grafico presenta inevitabilmente delle approssimazioni. Datare puntualmente l’ingresso di una parola nell’uso non è cosa facile, né in teoria né in pratica. Nei casi in cui i vocabolari davano un intero secolo come data d’ingresso, si è diviso il peso della parola a metà fra i due cinquantennî, dando mezzo punto a ognuna delle due colonne anziché un punto intero a una colonna singola.

Si è dato uguale “peso” a ogni parola, ma è chiaro che alcune, per abbondanza e costanza d’uso, sono più rilevanti di altre: film e standard, per esempio, nel corpo dell’italiano pesano molto di più di termini d’uso raro o settoriale, come alef o diesis. Tuttavia, i termini relativamente meno usati non sono trascurabili, essendo anch’essi il nome attraverso cui identifichiamo e indichiamo certi concetti: l’assenza di termini italiani per designare concetti settoriali è spia di una potenziale debolezza e mancanza di completezza del vocabolario, per cui l’italiano risulta una lingua acconcia al parlare comune, ma si presenta più carente di altre per trattare àmbiti specialistici, e ha bisogno di colmare le proprie lacune con parole altrui.

Nella conta sono inclusi termini la cui pronuncia non si è (ancora?) stabilizzata, e che, nell’oscillazione, fra le varie pronunce usate oggi ne presentano almeno una coerente con la scrittura, secondo le regole dell’italiano. Per fare qualche esempio, sono inclusi: summit (/su̍mmit/, /sa̍mmit/), plus (/plu̍s/, /pla̍s/), gang (/ɡa̍nɡ/, /ɡɛ̍nɡ/), robot (/rɔ̍bot/, /robo̍*/), auditor (/a̍uditor/, /ɔ̍ditor/).

Anche con queste approssimazioni, il grafico ci permette d’individuare chiaramente la tendenza del fenomeno.

Nei primi sei secoli dell’italiano, dal XIII al XVIII secolo, l’ingresso di parole P1 si mantiene piuttosto limitato. L’italiano è una lingua «potente», nel senso usato da Machiavelli nel famoso Discorso intorno alla nostra lingua:

«Oltre di questo io voglio che tu consideri, come le lingue non possono esser semplici, ma conviene che sieno miste coll’altre lingue; ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro: perché quello ch’ella reca da altri lo tira a sé in modo che par suo».

Così, in questo lungo periodo gli apporti lessicali da altre lingue vengono italianizzati e assimilati totalmente, diventando indistinguibili, per chi non sia un linguista, dalle parole italiane ereditarie. (Per esempio, se dico «Il limone è un frutto giallo», sono necessarie nozioni di linguistica —o, comunque, nozioni di altre lingue oltre l’italiano— per riconoscere quale parola di questa frase è un arabismo). Le eccezioni sono una piccola minoranza, e non di rado sono affiancate da un’alternativa pienamente adattata.

Nei primi secoli, le fonti principali di termini P1 sono il latino, il greco e l’arabo, e, in una piccola misura, l’ebraico; con il latino che spesso fa da mediatore per le altre lingue. Arrivano, fra gli altri, caos, ibis, zenit, ramadan, elisir, pancreas, bazar.

Nel ’500 il numero sembra un po’ più alto rispetto ai secoli precedenti e successivi. Attraverso la mediazione dello spagnolo e del francese, s’insediano nord, sud, est e ovest, che, pur indirettamente, sono probabilmente gli anglicismi più antichi nel nostro studio.

Nel ’700 gli anglicismi diventano un po’ più frequenti, e iniziano a costituire una parte del gruppo ancora minoritaria ma rilevante: lord, standard, clan, rum… Tuttavia, nel complesso il numero di parole P1 appare ancora relativamente piccolo, in linea coi secoli precedenti. Compaiono deficit, opossum, muezzin.

È invece nell’800 (già nella prima metà) che assistiamo all’“esplosione” dei P1, il cui numero crescerà a ritmi sempre più veloci fino ai giorni nostri. Arrivano alcuni termini per indicare realtà esotiche (baobab, fennec, islam, totem); termini del latino scientifico, ancora lingua della cultura (lapsus, pus, virus, raptus); e soprattutto anglicismi, in numero sempre maggiore (tennis, snob, grog, sport, premier, test, film, record, gin, bar, stop, partner…).

Il ’900 vede un continuo e ulteriore rafforzamento dell’inglese, in coincidenza con l’imporsi dell’anglosfera come centro socioculturale dell’occidente, e realtà linguistica prestigiosa agli occhi degl’italiani. Dall’inglese entrano nell’uso italiano termini delle scienze (quasar, permafrost, parsec, imprinting), della tecnologia (laser, pixel, rendering), della politica e società (bipartisan, big, fan, slogan, testimonial, gossip), del mondo informatico (spam, emoticon, blog), del cinema (set, cast, sitcom, biopic, star), dello sporte (doping, badminton, assist, ping-pong), dell’economia e delle professioni (benefit, panel, promoter), del cibo e delle bevande (pop-corn, catering, decanter), di àmbito generico (step, pattern, trend, flop), di realtà quotidiane della nostra epoca (card, blister, terminal, smog, poster), eccetera: insomma, in tutti i campi della lingua. Gli stessi latinismi, a volte, arrivano ora attraverso la mediazione dell’inglese, che così definisce o specializza il significato con cui li usiamo (versus, campus, bonus). Non mancano, qua e là, termini d’origine diversa; ma gli anglicismi, diretti o indiretti, rappresentano ora ampiamente la maggioranza assoluta.

Per il periodo 2001–2050, che stiamo ancora attraversando, è troppo presto per stimare il numero di questi termini o anche solo per fare previsioni al riguardo.

Nel complesso, l’esistenza di termini P1 risulta essere un fenomeno che precede l’itanglese odierno, ma in cui l’itanglese si è innestato potenziandolo a livelli mai visti primi.

È importante ricordare, tuttavia, che questa nostra piccola ricerca individua numeri assoluti; sarebbe utile anche conoscere i numeri relativi, ossia qual è la frazione dei termini P1 sul totale delle parole Uit. entrate nel lessico italiano nelle varie epoche storiche (assieme, naturalmente, alle frazioni di termini Sit. e P2), per vedere qual è la variazione nel tempo. Si tratterebbe tuttavia di uno studio di grandi dimensioni —prendendo un comune vocabolario generalista odierno, parliamo già di più di 100.000 lemmi—, che non mi è possibile compiere in un tempo ragionevole senza strumenti tecnologici adeguati.

Un altro studio interessante —ancora più complesso— sarebbe calcolare queste percentuali non rispetto ai singoli lemmi di un vocabolario e alla loro data d’ingresso, ma rispetto alla frequenza d’uso nei vari periodi storici, di nuovo per vedere l’evoluzione; ovvero: «Del totale delle parole usate nei testi scritti in italiano (Uit.), quante sono Sit., quante P1, quante P2?»; dare una risposta a questa domanda suddividendo per epoca i corpi testuali da analizzare.

A parte quelli che potrebbero essere i risultati di uno studio sui numeri relativi, un fatto qualitativo che possiamo notare è che in passato questi termini P1 erano più spesso accompagnati da una variante Sit. totalmente adattata (nord ~ norde; elisir ~ elisire; zar ~ zaro; ananas ~ ananasso; ecc.), mentre questa capacità di adattamento si fa più debole negli ultimi secoli, per sparire quasi del tutto ai giorni nostri, in linea col generale “indebolimento” che l’italiano sta vivendo rispetto alla forza descritta da Machiavelli. Tuttavia, può anche essere che forme totalmente adattate sorgeranno col passare del tempo; si può ancora sperare di cambiare le cose, recuperare i meccanismi dell’adattamento e rimettere in pista l’italiano come lingua viva e “potente”.

4. IL PRIMATO DELLA SCRITTURA?

Alcuni sostengono che ciò che è veramente importante, nell’individuare il carattere di una lingua, sia la scrittura; e, nel caso dell’italiano, che il parametro ortografico sia di fatto l’unica cosa che conta davvero per poter considerare strutturalmente italiana o no una data parola: sicché il gruppo P1 viene praticamente annesso al gruppo Sit.. Si dichiara, così, una sorta di primato della scrittura rispetto alla pronuncia; per chi sostiene questo, il rispetto della fonotassi è un “di più”, qualcosa di accessorio ed eventualmente gradito, ma non veramente necessario.

Si tratta di un’idea diffusa, che però presenta delle debolezze. Vediamone qualcuna.

La prima è che una teoria del genere sembra presentare un carattere sostanzialmente arbitrario. Non pare fondata su una visione complessiva e condivisa che ne dia una motivazione logica con cui si possano convincere altre persone, d’idee diverse: al contrario, con un guizzo d’individualità, nell’osservare le diverse strutture che definiscono una lingua, si “decide” («secondo me è così») che solo una parte è importante, mentre il resto non proprio, o non più. Tale posizione ha una sua coerenza interna, eppure appare in un certo senso inconsistente, mancando di un fondamento esterno e oggettivo su cui appoggiarsi. Con la stessa coerenza e sensatezza interna, si potrebbe infatti sostenere parimenti una posizione esattamente contraria, ritenendo, per rubare le parole a un importante fonetista come Canepari (2014, p. 2; traduzione mia), che

«[…] la scrittura è solo un espediente secondario, assolutamente non necessario. È soltanto una sovrastruttura, indubbiamente utile per la comunicazione non orale, come dimostrano la stampa e la videoscrittura. Tuttavia, il fatto di chiamare qualcuno al telefono o ascoltare una registrazione (magnetica o elettronica) mostra chiaramente che le vere lingue (parlate) non dipendono affatto dalla loro possibile forma scritta. […] La scrittura è solo un espediente secondario —non necessario— […]».

Dunque, secondo una visione simmetrica di questo tipo, si potrebbero considerare meno alieni alle strutture italiane i termini P2, come /buffɛ̍*/, /fa̍ntazi/, /ʤɔ̍lli/, /lɔ̍bbi/, /ma̍ʧo/, /*ʃari̍a/ /jɛ̍nki/, /*ʣo̍mbi/, /pira̍ɲɲa/ (che oggi si scrivono prevalentemente buffet, fantasy, jolly, lobby, macho, sharia, yankee, zombie, piranha), eccetera, o termini ibridi come /ʧatta̍re/, /*ʃunta̍re/, /akera̍ʤʤo/, /baipassa̍re/, /skauti̍zmo/, (chattare, shuntare, hackeraggio, bypassare, scoutismo), che non soddisfano il criterio ortografico dell’italiano ma invece sono normalmente conformi alla sua fonotassi.

Da una parte si dice che la fonotassi può essere ignorata, ammettendo eccezioni, purché sia rispettata l’ortografia; dall’altra si può replicare ribaltando il punto di vista e dicendo che si possono ammettere eccezioni all’ortografia, purché sia rispettata la fonotassi.

Cercando di vedere quale delle due posizioni simmetriche (primato della scrittura; primato della pronuncia) possa vantare le maggiori credenziali, possiamo osservare che nel caso dei termini ibridi abbiamo una molto maggior integrazione nelle peculiarità strutturali dell’italiano, diventando essi, a tutti gli effetti, flessibili e coniugabili secondo le modalità proprie della nostra lingua (singolare e plurale, eventualmente maschile e femminile; per i verbi, tutte le varie possibilità, modi, tempi, persone, ecc.): io chatto, tu chatti, noi chattiamo, essi chattarono, egli chatterebbe… Una cosa simile, pur a un livello molto inferiore e —per forza— molto più raramente, si osserva per i termini P2 “puri”, non ibridi: non è raro imbattersi in piene flessioni secondo le regole dell’italiano nonostante la mancanza dell’adattamento grafico, e incontrare per esempio —principalmente nel parlato, ma talvolta anche nello scritto— plurali spontanei come /moi̍ti/ mojiti, /ʧirinɡi̍ti/ chiringuiti, /ma̍ʧi/ machi, /*ʃa̍mpi/ shampi, /kata̍ne/ katane, eccetera.

Al contrario, non c’è e non ci può essere alcuna flessione dei termini P1, che rimangono totalmente estranei a queste nostre strutture, o, nel caso d’una flessione, sono flessi secondo le regole della lingua d’origine: il fan e la fan, i fan e le fan o i fans e le fans, i supporter o i supporters, eccetera.

Sotto questo punto di vista, dunque, il gruppo P2 mostra nei riguardi delle strutture flessionali peculiari dell’italiano una vicinanza e un’integrazione —potenziale se non già in atto— molto maggiore di quella che ha o potrebbe mai avere il gruppo P1, che sotto quest’aspetto risulta invece pienamente estraneo all’italiano, senz’alcuna integrazione. Se dovessimo fare una “scala dell’italianità”, potrebbero esserci dunque valide ragioni per considerare più in alto (più vicini a Sit.) i P2 rispetto ai P1.

Un’altra debolezza del “primato della scrittura” può essere rilevata nel fatto che le sue conclusioni appaiono in un certo senso paradossali: si dà un’importanza prioritaria al modo in cui la grafia rappresenta la pronuncia, ma allo stesso tempo si considera di fatto trascurabile la pronuncia stessa che viene rappresentata. Ci si concentra su un singolo elemento e si perde di vista il quadro complessivo: un mezzo diventa più importante del fine, un meccanismo della macchina più importante della funzione della macchina. È giusto e sacrosanto ritenere importante la grafia, anch’io naturalmente la ritengo fondamentale; ma è sbagliato ritenere —o “dedurre” dalla sua importanza notevole— che il resto non abbia importanza, o abbia un’importanza minore, tutto sommato trascurabile.

Procedendo nella nostra disamina, possiamo individuare l’elemento di pensiero che forse è la fonte inconsapevole di questa posizione.

Se si possono considerare strutturalmente italiani termini come standard, record e podcast, puramente in base alla loro ortografia, non apparirebbe illogico adattare in modo puramente grafico i termini P3 più comuni, parole che conosciamo e usiamo tutti i giorni e sono pienamente «dell’uso italiano» (Uit.). Confrontiamo le due frasi seguenti:

  1. «Il mouse wireless non va online, bisogna fare un upgrade del software»;
  2. «Il maus uairles non va onlain, bisogna fare un apgreid del softuer».

La frase 2 è sicuramente «più italiana», rispondendo pienamente alle nostre regole ortografiche, ma chiaramente non è «italiana» in senso assoluto. In questo semplice concetto sta molto del succo del discorso. L’errore di tante persone che considerano questi termini come strutturalmente italiani, benché oggettivamente non lo siano (almeno fino a quando non si potrà dire normalmente «Ha un vis bello», «il port della città», «Lo sguard fascinoso del protagonista», eccetera), è un banale e classico errore di ragionamento, che consiste nel confondere dati relativi con dati assoluti (o viceversa). In questo caso, si fraintende il fatto di essere «più (strutturalmente) italiano» intendendolo come «(strutturalmente) italiano» in senso assoluto, benché siano due cose ben distinte e la prima non implichi necessariamente la seconda. Per esemplificare con una metafora numerica, si può dire che un affare sbagliato in cui si perde il 10% del denaro investito è «più vantaggioso» di un affare in cui se ne perde il 20%: ma certo questo non lo rende un affare «vantaggioso» in senso assoluto. Lo stesso vale per gli elementi linguistici tramite cui si riconosce l’«italianità» (strutturale) di una parola.

5. IL CRITERIO DELL’USO

Un’altra posizione è quella secondo cui queste parole P1 sono di fatto “approvate” semplicemente dalla loro larga diffusione e dall’uso normale e quotidiano che ne fanno —in qualche caso da più secoli— i parlanti della lingua.

Questa, evidentemente, è una confusione tra concetti differenti, di quelle che abbiamo cercato di chiarire con le distinzioni terminologiche preliminari. Si usa la stessa parola italiano per intendere sia «dell’uso italiano» (Uit.) sia «strutturalmente italiano» (Sit.), che sono cose sostanzialmente diverse; e da una premessa sbagliata discende poi ogni genere di conclusione errata. È chiaro invece che anche chi rileva la non-strutturalità dei termini P1 ovviamente non nega affatto che siano termini Uit., dell’uso italiano: se non lo fossero, la questione non si porrebbe nemmeno e non ci sarebbe bisogno di fare studi e ragionamenti al riguardo.

In una variazione di questo tipo di ragionamento, ci si potrebbe richiamare all’autorità e far notare che in questo o quell’autore si trovano occorrenze di parole che violano la nostra fonotassi, il che si potrebbe sfruttare per sostenerne la piena legittimità. Senza divagare sui tanti scrittori, ci prendiamo solo un capoverso per una nota nel merito per quanto riguarda Dante stesso, visto il suo “primato” per quanto riguarda certe faccende di lingua. È vero che in Dante ci sono diversi esemplari di termini P1; però, in realtà, sono praticamente sempre casi “estremi”, nomi propri marcatamente caratterizzati come esotici, o esplicite citazioni di lingue straniere («lo Vas d’elezïone», lat. vas electionis; Minòs, Cleopatràs, Semiramìs, Empedoclès, Nembròt, Iosafàt, ecc.), non termini “normali” della lingua. Anche se per la maggior parte di questi nomi di personaggi storici famosi usiamo normalmente ormai da secoli forme pienamente italianizzate (Minosse, Semiramide, Empedocle…), tuttavia in un registro normale oggi non italianizziamo i nomi propri dei personaggi famosi contemporanei, nemmeno nell’ortografia (come invece si fa a volte in altre lingue; per esempio in azero Klint İstvud per Clint Eastwood, in lettone Džo Baidens per Joe Biden, ecc.): anche se sono «parole dell’uso italiano», Washington, Michelle Hunziker, Özpetek eccetera restano elementi estranei, che non prendiamo in considerazione per determinare le strutture fonotattiche o ortografiche della lingua (se non, chiaramente, per quanto riguarda il modo di trattare —appunto— i forestierismi non adattati), e così analogamente sarebbe perlomeno “stiracchiato” farlo invece senza riserve per casi di termini similmente “estremi” usati dal padre della nostra lingua.

Ad ogni modo, chiusa la parentesi dantesca, ipotizzando di ammettere la confusione fra uso e strutture come “teoricamente accettabile” e osservandola nel merito, notiamo che presenta delle vistose debolezze contingenti. Infatti, se si accettano le violazioni alla fonotassi in base a una loro larga diffusione, e quindi si ricade sul mero criterio dell’uso, è inevitabile osservare che i termini P2 e P3 sono molto più frequenti rispetto al gruppo P1: per ogni blog e standard scritti come si pronunciano in italiano, ci sono decine di download, file, trailer e shopping che non rispettano la nostra ortografia. Notato questo, la coerenza imporrebbe di considerare ugualmente (anzi, di più) italiani anche questi.

Addirittura, basandoci unicamente sull’«uso», le regole stesse dell’ortografia italiana non potrebbero più essere ritenute valide senza variazioni rispetto alla loro codificazione “tradizionale”. Come ha osservato giustamente Zoppetti in un articolo recente (2022), un criterio puramente dell’uso che fosse veramente descrittivo e coerente dovrebbe ammettere che in italiano oggi per scrivere il suono /ʃ(ʃ)/ (lo sc- di scena) è normale e comune anche la grafia sh; rispetto alla quale certe particolarità etimologiche, come la i soltanto grafica in scienza e simili, sono pure eccezioni minoritarie, e insistere su queste minuzie trascurando invece la normale italianità di sh sarebbe un “ingiusto rilievo”, un doppiopesismo grammaticale.

Se si ha come criterio determinante l’«uso», insomma, le conseguenze sono paradossali; sembra più sensato analizzare la lingua nei termini che abbiamo definito in alto, distinguendo i caratteri dei vari casi.

6. PICCOLE CREPE?

Nonostante —come abbiamo visto— la presenza fin dai primi secoli di qualche termine P1, e la loro crescita enorme negli ultimi 200 anni, non c’è stato finora alcun sostanziale mutamento strutturale della fonotassi italiana, per quanto riguarda le terminazioni.

Con ciò intendo dire che nel lessico italiano non è diventato normale che sorgessero spontaneamente parole terminanti in -f, -ng, -p, -rt, eccetera. Infatti, la quasi totalità dei termini P1 è immediatamente riconducibile all’influenza diretta o indiretta di una lingua straniera (e sotto questo caso ricadono naturalmente anche gli pseudoforestierismi, ovvero conî nostri che imitano parole straniere —e, spesso, per noi appaiono di fatto indistinguibili da quelle “vere”—). Già questa considerazione dovrebbe bastare a rimarcare, una volta di più, l’estraneità dei P1 rispetto ai caratteri peculiari (e quindi distintivi, identificativi) propri della nostra lingua.

Per dirla terra terra, ancora oggi «Se sento le parole /blɔ̍ɡ/ e /sta̍ndard/ capisco sùbito che non sono italiane, anche se non so come si scrivono, perché in italiano le parole non finiscono per /-ɡ/ o /-rd/». Si noti che, facendo queste considerazioni, non stiamo parlando di un italiano “ideale” o passato, dei secoli scorsi, cristallizzato in qualche forma utopica preferibile, bensì a tutti gli effetti della lingua vera, usata e “sporca” dell’uso odierno reale.

Se questa differenza è così forte e marcata, intatta da secoli, allora che ragione c’è di preoccuparsi?

Il problema, chiaramente, è che la crescita smisurata dei termini P1 esercita una pressione sempre maggiore sul corpo della lingua, e questa pressione, se continua a crescere, rischierà a un certo punto di “strabordare” e trasformare veramente le strutture proprie dell’italiano.

Al momento, le crepe al riguardo sono minime (termini come colf, che possiamo facilmente classificare come pseudoanglicismi; mere ricomposizioni come accendigas, portalapis; don come parola a sé stante; la crescita di e non e o non in posizione finale —contro cui usa parole dure anche un linguista certo lontanissimo da qualsivoglia “purismo” come Canepari, 2006, p. 4—, rispetto ai più corretti e no e o no; eccetera) e statisticamente (ancora?) irrilevanti; tuttavia le tendenze sono chiare —abbiamo visto il grafico— e la direzione che indicano non è tranquillizzante. Non bisogna quindi fare lo stesso errore dei negazionisti dell’itanglese che, ignorando le tendenze e considerando le lingue come entità statiche anziché dinamiche, hanno minimizzato e tuttora spesso minimizzano il fenomeno in un modo che appare discutibile a dir poco.

Sotto questo aspetto, i termini P1 costituiscono un pericolo da temere proprio per il fatto di costituire in un certo senso una minaccia meno appariscente rispetto ai P2 o i P3 (vista appunto la grande apertura mostrata da molti nei loro confronti) e quindi di fatto facilitata nell’estendersi e radicarsi nel corpo dell’italiano. Se abbiamo a cuore la nostra lingua, dobbiamo adoperarci perché ciò non avvenga; perché, come scrisse Castellani (1987, p. 141), e come capiamo o dovremmo capire tutti, «Un italiano in cui le parole terminassero per -t, -ft, -sp, -ps, -nk, ecc., non sarebbe più italiano».

7. IL FATTO PRAGMATICO

Siamo quasi alla fine di questo lungo insieme di pensieri. Vorrei fare ora un’ultima considerazione, di carattere eminentemente pragmatico.

C’è un’altra motivazione che sconsiglia di considerare semplicemente «italiani» i P2, a prescindere dalla correttezza teorica o no di una simile posizione. Mi riferisco ora precisamente alle persone che non approvano l’itanglese, e che desiderano sensibilizzare l’opinione pubblica e portare altre persone dalla loro parte; anch’io faccio parte di questo gruppo.

Se un “italianista” (intendendo con questo termine non lo studioso, ma il difensore e promotore dell’italiano) non fa proprio il criterio fonotattico e si limita a sostenere solo quello ortografico, dando per così dire un carattere più “aperto e moderno” alle proprie posizioni, dichiarando obsoleta una parte dei vincoli linguistici della lingua, può darsi che guadagni qualche seguace in più; tuttavia, facendo ciò, mostra ai suoi avversari più smaliziati che la sua battaglia è già persa. Dopotutto la grafia dell’italiano, pur mantenendo una sostanziale corrispondenza grafia-pronuncia, è già mutata sotto vari aspetti lungo la sua storia (Mainardi, 2021, Proposta ecc., pp. 13–14), senza che questo cambiasse i caratteri strutturali della lingua; se oggi invece persino l’italofilo fa propria una tale rivoluzione nel concepire le strutture della lingua, non c’è ragione di credere che, spingendo ancora un po’ ora e ancora un po’ dopo, il difensore dell’italiano non finisca prima o poi per accettare, dopo le eccezioni alla fonotassi, anche le eccezioni all’ortografia; e —perché no?— anche alla semantica, alla sintassi e a qualsiasi altro carattere della lingua, profondo o superficiale che sia. Gli itanglofili sostenitori del mutamento, così, trovando che persino gli “italianisti” dichiarati oggigiorno arrivano a cedere su un punto tale —ricordiamo che la fonotassi non è un orpello trascurabile, ma un elemento fondamentale del carattere di una lingua— vedono di fatto dimostrata la loro posizione, che «le lingue mutano e non ci si può far nulla», e chi ora ha ceduto su un punto domani cederà anche su un altro, semplicemente sconfitto dal fiume della storia. Anziché convincerli della giustezza della propria posizione o accattivarseli, “aprendo” ai P1 paradossalmente si confermano le loro idee, dando loro semmai un motivo ulteriore per abbondare ancora di più coi forestierismi e “vincere” con la forza bruta e il loro classico armamentario d’argomentazioni (l’Appendix Probi, ecc. ecc.).

Quindi, anche se nonostante tutti i ragionamenti teorici si ritiene di considerare “molto italiani” i termini P1, sarebbe bene fare qualche valutazione su quale effetto si fa sul pubblico assumendo dichiaratamente tale posizione.

Se si cede solo perché per qualche motivo si considera la fonotassi una battaglia persa, mentre più facile da difendere l’ortografia, voglio dare un po’ di conforto invitando a non arrendersi e a perseverare: come scriveva Migliorini (1971, p. 50), «quando si tratta delle strutture profonde della lingua» bisogna «considerare una prospettiva non di anni ma di secoli», e nonostante la pressione secolare le crepe nella fonotassi sono ancora minime.

In fondo forse è questo il baluardo attorno a cui tutti dovremmo stringerci: come diceva Castellani (1991, p. 141),

«è normale che una lingua si trasformi, sia per isviluppi interni, sia rispondendo a sollecitazioni esterne. Basta che questo avvenga senza mettere in pericolo le sue strutture fondamentali».

8. CHE FARE?

In generale, i termini P1, nel loro carattere straniero, non sono sostanzialmente diversi dai termini P2 e P3. Per giungere a forme più italiane, le strategie da adottare, dal punto di vista sia puramente linguistico (adattamento, calco, neoformazione, risemantizzazione, ecc.) sia sociolinguistico, non sono di natura diversa fra questi gruppi di termini; anche se, chiaramente, possono essere diverse contingentemente, secondo i fatti di ogni singolo caso.

Per i termini che hanno prodotto derivati di largo uso e totalmente integrati (stressare, stressato, stressante; sportivo, sportività, sportivamente; filmare, filmico, filmografia) sembra preferibile l’adattamento, quindi per esempio stresse, filme, sporte (non diversamente da quanto avviene nelle nostre lingue sorelle, in particolare spagnolo, portoghese e catalano).

Come scrivevo nel mio Coccotelli, computieri e cani caldi (pp. 129–132), tuttavia, sembra eccessivo chiedere sùbito un’adozione completa del purismo strutturale in un paese tanto timido e restio per quanto riguarda le novità linguistiche italiane; benché tendere a forme più italiane sia lo scopo finale, pare più conveniente procedere per gradi, per non urtare troppo una sensibilità iperacuta, che respinge sistematicamente tutto ciò che esca —anche solo lievemente— dal modo in cui è percepita una certa normalità.

Come abbiamo accennato prima, per alcuni termini, soprattutto se introdottisi non da poco tempo, spesso i dizionari registrano una variante totalmente adattata, che è stata usata o tuttora si usa in modo minoritario; queste forme potrebbero essere riprese, senza bisogno di coniare adattamenti originali (alcool > àlcole; azimut > azzimutto; clan > clano; festival > festivale; muezzin > muezzino; slogan > slògano, ecc.), cosa che oggigiorno è sociolinguisticamente avversata dagl’italiani, benché sia naturale (persino banale) in ogni lingua sana; ovviamente, nel recuperare le italianizzazioni storiche, bisogna sempre valutare il contesto e il pubblico di destinazione, colla relativa “tolleranza” verso una maggiore italianità linguistica.

In ogni caso, come non mi stanco di ripetere, il primo passo è recuperare l’uso sistematico del corsivo (o delle virgolette, dove ne manchi la possibilità tipografica) per tutti i forestierismi non completamente adattati; una prassi internazionale, diffusa in molte lingue, che con la nostra perdita di consapevolezza linguistica abbiamo abbandonato quasi del tutto. Di séguito un esempio, in cui metto il corsivo in una frase tratta dal sito della Repubblica (29.4.2022):

«I marines ucraini del 306esimo battaglione hanno diffuso sui social un video che documenta il successo di un loro raid ai danni di due tank russi».

Si tratta di un accorgimento piccolo, che si può mettere in atto quasi sempre senza grandi difficoltà di scopo o accoglienza del pubblico, ma che darebbe risultati enormi, rendendoci consapevoli, come scrittori e lettori, della nostra lingua, con le sue forze, le sue debolezze odierne, e anche le sue potenzialità.

Se per un qualsiasi motivo vogliamo fare un uso consapevole dei forestierismi (P1 ma anche P2 e P3), io personalmente non pongo alcun divieto aprioristico (cfr. di nuovo i Coccotelli, pp. 132–133, § La consapevolezza): è sufficiente un po’ di buon senso, consapevolezza —appunto—, e il corsivo, tanto trascurato benché potenzialmente utilissimo.

9. BIBLIOGRAFIA

Testi cartacei

Castellani A., Morbus anglicus, in Studi Linguistici Italiani, vol. XIII, fascicolo I, Salerno Editrice, Roma 1987, pp. 137–153.

Castellani A., «Vendistica» e il concetto di bizzarro, in Studi Linguistici Italiani, vol. XVII, fascicolo I, Salerno Editrice, Roma 1991, pp. 139–141.

Mainardi G., Coccotelli, computieri e cani caldi. Perché dobbiamo tradurre i forestierismi, Edizioni del Faro, Trento 2021.

Mainardi G., Proposta di riforma gráfica dell’italjano, Pathos Edizioni, Torino 2021.

Migliorini B., Parole «più italiane» e «meno italiane», in Lingua Nostra, vol. XXXII, fasc. 2, giugno 1971, pp. 50–52.

In Rete

Ancora sul «terzo sistema fonologico italiano» di G. Devoto , filone in Cruscate, aperto il 25.10.2006; consultato il 7.5.2022.

Canepari L., Manuale di pronuncia italiana (Aggiunte e modifiche, rispetto alla versione 2004: 09.2006) su canIPA Natural Phonetics, settembre 2006; consultato il 7.5.2022.

Canepari L., Writing systems: the utmost monstrosity of alphabets and ‘orthographies’ su canIPA Natural Phonetics (cit.), novembre 2014; consultato il 5.5.2022.

Un «compendio» per la sezione, filone in Cruscate (cit.), aperto il 28.7.2020; consultato il 6.5.2022.

Zoppetti A., Scienza, conoscenza e shaker (il suono “sc” tra italiano e itanglese) , su Diciamolo in italiano, 14.2.2022; consultato il 6.5.2022.

10. LEGENDA

Senza scendere nei dettagli, facendo una semplificazione un po’ brutale ma sufficiente ai fini di quest’articolo, possiamo dire che l’AFI usa una corrispondenza biunivoca tra “simboli” e “suoni”, per cui a un solo simbolo corrisponde un solo suono e a un solo suono corrisponde un solo simbolo.

In quest’articolo trattiamo solo aspetti fonematici, non fonetici, e riportiamo le trascrizioni della pronuncia tra barre oblique («/ /»).

Anziché le scomode scritture con l’archetto («t͡s», «d͡z», «t͡ʃ», «d͡ʒ»), per le consonanti affricate, uso le legature: «ʦ», «ʣ», «ʧ», «ʤ».

Di seguito la legenda dei simboli:

e       la e chiusa di sera;

ɛ        la e aperta di certo;

o       la o chiusa di ora;

ɔ        la o aperta di forte;

u       la u di cura;

w       la u di quale, (semi)consonante;

i        la i di pino;

j        la i di chiaro, (semi)consonante;

ʃ        lo sc di scimmia;

ʧ        la c di cibo;

k        la c di casa;

s        la s di seta;

z        la s di chiasmo;

ʦ       la z di marzo;

ʣ      la z di orzo;

ɲ       lo gn di gnomo;

ʤ      la g di giro;

ɡ       la g di gatto;

ʎ        lo gl di gli;

V       una vocale qualsiasi;

*       il raddoppiamento fonosintattico, l’autogeminazione;

°        l’assenza del raddoppiamento fonosintattico.

Gli altri simboli per noi sono ovvi, corrispondendo alla pronuncia normale delle lettere in italiano (a, b, d, f, l, m, n, p, r, t, v).

Poiché la divisione sillabica in italiano non ha valore di distinzione fonematica, non segno l’accento prima della sillaba accentata (come si fa nell’uso oggi più comune), ma direttamente sulla vocale, tramite un trattino verticale («ˈ»; es. chiedere /kjɛ̍dere/). Indico tuttavia la divisione sillabica con un punto fermo («.») nelle sequenze /i.V̍/ e /u.V̍/, per rendere più visibile la differenza rispetto a /jV̍/ e /wV̍/ (es. diario /di.a̍rjo/ ~ diavolo /dja̍volo/; manuale /manu.a̍le/ ~ duomo /dwɔ̍mo/), similmente a quanto fa il DOP col trattino.

*Giulio Mainardi è un traduttore che s’interessa di questioni linguistiche, in particolare di glottotecnica, fonotassi e influenze interlinguistiche. Il suo ultimo libro è «LINGUA ITALIANA E QUESTIONI DI GENERE (Reverdito, 2021).

«Servants of the lingua»

La serie televisiva di lingua ucraina che ha lanciato la carriera del Presidente Volodymyr Zelensky sta spopolando in tutta Europa.

Il titolo originale, Слуга народу, è stato tradotto nelle lingue di quasi tutti i Paesi. Quasi.
In Germania, Diener des Volkes.
In Francia, Serviteur du peuple.
In Spagna, Servidor del pueblo.
In Portogallo, O Servo do Povo.
In Svezia, Folkets tjänare.
In Grecia, Υπηρέτης του Λαού.
In Gran Bretagna, Servant of the people.
In Italia, Servant of the people.

Dunque chissà non è per la «tecnologia», o per il «dover farsi comprendere a livello internazionale», o per «rendere i nostri giovani competitivi», o per «la brevità», che lo (pseudo)inglese sta cannibalizzando la lingua italiana. Forse è semplice #vogliadiesserecolonia.