Straniero alla lingua

Il passato, le tracce viventi di altre epoche, bisogna disfarsene, non hanno alcun valore, quello che conta è l’immediatezza, la presunta “utilitàdi Cristina Di Fino*

Io sono un italiano che a scuola ha studiato francese. Alla mia epoca quella era la lingua da studiare, ma oggi sembra che il vento sia cambiato. Siamo entrati dentro un’altra sfera, dentro un altro mondo. Alla radio ho sentito che, alla festa del paese, vi era un’area di street food, poi dei food tour ad orario, non ho capito. Di solito alla festa di paese ci sono tanti banchi, ma davvero cosa sia questo non so. Dovrò consultare un vocabolario, perché internet non sempre è affidabile, però mi fa sentire davvero inadeguato. Io continuo a comprare le Monde Diplomatique, almeno mi tengo informato su quello che succede, su quella parte di mondo che ancora comprendo.

Io sono uno straniero di prima generazione. A casa mia si parlano tre lingue, io che parlavo ai miei in italiano, mio padre che mi parla in iraniano e mia madre mi parla in russo. A scuola parlo in russo con altri compagni che ne sanno qualche parola, così quando non vogliamo farci capire; una delle mie compagne Olga, è di origine polacca, ha imparato un po’ di russo per parlare con la nonna, che viveva al confine con la Russia. Oggi con i compagni, siamo andati dentro un locale nuovo, per mangiare qualcosa insieme, e non abbiamo capito quasi niente di quello che c’era scritto sul menù. C’erano tre opzioni Vip, Premium e Basic, poi c’era lo starter, il donut, il best price, il veal, e così una valanga di parole che il cameriere non aveva tempo di spiegarci. Siamo usciti allora, e siamo tornati al nostro caro vecchio kebab, almeno lì si può vedere cosa ti portano, e sai cosa mangi, non ti viene il mal di testa.

Io sono cresciuto parlando occitano, quando vado al mercato quasi tutti lo parlano, a volte si intercala con l’italiano. A scuola mi hanno detto che è una delle dodici lingue protette dalla Costituzione. Però, a scuola, non ho mai visto nulla di scritto nella mia lingua. L’altro giorno, i professori ci hanno invitato a consultare i programmi di varie Università, che avevano degli Open Day. Ho pensato che fossero università per stranieri, e invece no, erano tutte in Italia. Chissà se c’è anche un corso di laurea in occitano così come avviene in altri paesi…

Io sono uno dei “rientrati”, non so se mi posso sentire solo un cervello. Sono stato dieci anni negli Stati Uniti, il posto mitico degli italiani che si vogliono fare da sé, la terra delle grandi opportunità, di quelli che cercano una seconda vita. Oggi, sui giornali si parla di mobbing sul lavoro, ma io non capisco cosa significa. Eppure direi che sono quasi “padre”- lingua, perché io sogno anche in americano, ogni tanto mi scappa anche un espressione qui e lì, quando sono sovrappensiero. Ho dovuto chiedere ad un collega cosa significasse, in americano i problemi di persecuzione al lavoro si dicono “harrassment”, mobbing è un movimento di pressione di un gruppo, che può venire da diverse parti della società. Non capisco, ho speso così tanto tempo ad imparare, torno nella mia terra, e questo uso delle parole non ha senso. Io non mi ritrovo più, non sono né più lì ma nemmeno qui.

Se lo studioso Zygmunt Baumann fosse ancora vivo, si metterebbe a capofitto a studiare il fenomeno degli anglicismi nella lingua italiana e sono sicura che in poco tempo riuscirebbe anche a creare una nuova parola per definirlo. Ora la sfida e il testimone passa a qualcun altro per continuare a cercare di comprendere quello che succede. Il fenomeno degli anglicismi sicuramente fa parte della liquidità che caratterizza la nostra epoca, ma che ha lavato via anche il significato. C’è una grande incertezza su cosa significhino questi diluvi di parole importate, e messe lì quasi a caso, a volte a suono, altre volte per vicinanza, altre ancora per moda, spesso anche in mezzo ad una frase. In un mondo dove le regole sono liquide, tutto può ondeggiare a seconda della piena o della marea. Succedono a gran velocità fatti inauditi, come se avessero la forza di un monsone mai visto, che, al pari del cambiamento climatico, è un’estremizzazione così rapida e dal potere dirompente. Ma dove si abbatte questo monsone? Sulla casa in cui si abita, la lingua. Questa liquidità non solo porta via il significato ma anche la lingua. E quindi, oltre ai significati, non si ha nemmeno più la possibilità di crearne di nuovi, perché se si distrugge la struttura in grado di creare senso, ci si ritrova muti, dentro una prigione dove non si può comunicare con l’esterno. Gli allarmi lanciati, ma inascoltati, non sono solo da parte dell’accademia della Crusca. Eppure, come certi dissesti idrogeologici, ancora nulla si è fatto. È una delle tante tragedie annunciate, che sta già mietendo le vittime, tra il grande tasso di analfabeti di ritorno.

La cultura e pratica dello scarto, tipica della nostra epoca, sta inglobando anche la lingua. Non solo oggetti e materiali ancora utilizzabili si trasformano in rifiuti, solo per una decisione del singolo e collettiva, ma la stessa pratica viene adottata come filosofia di vita, quindi è applicata qualsiasi sfera dell’azione umana: le persone, gli animali, le piante, le culture, le lingue. Come nella storia del re Mida, qualsiasi cosa che si tocca si trasforma in inutile, in rifiuto.

Il passato, le tracce viventi di altre epoche, bisogna disfarsene, non hanno alcun valore, quello che conta è l’immediatezza, la presunta “utilità”.

Non si considera che la filosofia dello scarto provoca anche un vuoto, che rimane dopo l’immediato, che lascia il nulla a chi viene dopo. In un film profetico, “La storia infinita”, tratto dall’omonimo libro di Michael Ende, quello che più terrorizzava i personaggi, e letteralmente li inghiottiva, sia fisicamente che internamente, era il “Nulla”, avanzava sempre di più, a meno che non si facesse opposizione. Il mondo poi sarà salvato dalla fantasia. Spero che molte persone, con molta fantasia, siano in grado di creare qualcosa di nuovo, che possa riparare i danni e soprattutto non lasci nessuno come straniero alla propria lingua.

*Cristina Di Fino è una viaggiatrice che ha abitato presso diversi popoli e lingue, ed è da sempre in decrescita felice

Ordinaria comunicazione sulla prima pagina di un importante quotidiano italiano

Se l’inglese fosse ungherese

Frammento di un articolo del Corriere della Sera /Corriere del Veneto: «Mio fratello Niccoló Ghedini, scapestrato in gioventù e insonne di talento», 19/08/2022.

Ci sono milioni e milioni di italiani che non hanno studiato l’inglese, oppure che lo hanno studiato poco, male e/o molto tempo fa. Per queste persone, la stragrande maggioranza di termini inglesi sono comprensibili quanto lo è la lingua ungherese.

Nell’immagine, abbiamo sostituito i termini inglesi usati dal Corriere della Sera, e comprensibili a un numero molto ristretto di lettori, con gli equivalenti in ungherese (lingua che, ci azzardiamo a dire, è sconosciuta virtualmente alla totalità degli italiani) per darvi un’idea di come si sente il lettore medio italiano dinnanzi ai continui schiaffi linguistici che si deve sorbire ogni volta che legge siti internet, giornali o riviste magazine, oppure ogni volta che guarda le notizie news, ascolta pubblicità, va a fare le spese shopping, o utilizza servizi pubblici.

L’incapacità di provare empatia verso milioni di potenziali lettori e utenti da parte di un numero notevole di giornalisti, pubblicitari e politici italiani non è solo stupefacente, ma è elitista da fare schifo.

Quando la preoccupazione di chi parla o scrive non è la comprensibilità per l’interlocutore, ma è invece il voler giocare a fare il figo internescional, sorge un problema grave di esclusione.

In altre parole, l’itanglese (o l’abuso sistematico di anglicismi in italiano) crea problemi di inclusione. Esclude, taglia fuori, discrimina, emargina, mette in difficoltà.

L’itanglese esclude

Milioni di italiani che non parlano l’inglese sono discriminati quotidianamente

Agosto 2022, l’Italia si trova nel pieno di una importantissima campagna elettorale. Ci sono decine di milioni di cittadini e residenti che non parlano l’inglese, oppure che lo conoscono poco e male.
Se una di queste persone volesse leggere i titoli dei giornali italiani per documentarsi, capire, decidere, si troverebbe molto in difficoltà.

Guardate l’immagine. Contiene ritagli di quotidiani italiani di tutti i colori: il Corriere, la Repubblica, la Stampa, il Giornale, Libero, Domani, il Manifesto, il Fatto. Si tratta di una brevissima raccoltà. Di esempi ne esistono a centinaia.

Osservate quanti titoli si appoggiano su anglicismi puri e, ne consegue, quanti concetti vengono espressi mandando la lingua italiana in soffitta. Abbiamo coperto le parole (pseudo)inglesi per dare a tutti un’idea di quanto sia difficile, per chi non conosce l’inglese, interpretare ciò che si legge.

In altre parole, per mostrarvi quanto sia esclusivo ed escludente il bombardamento continuo dell’itanglese da parte dei media italiani. Un comportamento discriminatorio particolarmente ipocrita, specialmente nell’era del termine inclusività sventolato a vanvera ogni 5 minuti.

Autore: Peter Doubt

Bagagli smarriti

Inclusione esclusiva o esclusione inclusiva? Autore: Peter Doubt

Qualcuno riesce a spiegare la logica per la quale sempre più aeroporti d’Italia stanno sostituendo la lingua italiana con l’inglese? La foto qui sopra è dell’Aereoporto di Bergamo, un chiaro esempio di sostituzione, non di bilinguismo.
Immaginatevi una delle milioni di persone italiane che non parlano l’inglese. Sono milioni. Magari anche tua madre, tuo padre, tua zia, o te stesso.
Se hanno perso una valigia o un oggetto non potranno affidarsi alla segnaletica dell’Aeroporto di Orio al Serio (Milano Bergamo BGY). Saranno svantaggiati perché non capiscono l’inglese nel proprio Paese.

Nella foto sotto c’è poi un esempio del ritiro bagagli nello stesso aeroporto.
Tutto completamente in inglese.
Chi vi scrive si aspettava che il tabellone alternasse qualche secondo in inglese con qualche secondo in italiano (come è di costume in molti aeroporti europei). E invece, no. Sostituzione totale.
Poi però lì fuori è tutto un fioccare di campagne con #inclusion, ovviamente.

Resta da capire perché. Si guadagnano turisti eliminando l’italiano?
Esiste un turista che eviterebbe l’aeroporto X o Y perché lì la segnaletica non è in inglese o esclusivamente in inglese? Cosa stanno facendo le autorità italiane alla lingua italiana?

La segnaletica all’Aeroporto di Orio al Serio (Milano BGY) esclude dalla comprensione milioni di italiani.

«Si legge come si scrive»: necessario sì, ma sufficiente?

Saggio di Giulio Mainardi*

1. PREMESSE

Per indicare la pronuncia, quest’articolo fa uso dell’alfabeto fonetico internazionale (AFI), con alcune peculiarità; la legenda è riportata in fondo.

Nel considerare e indicare la pronuncia dei forestierismi, la consideriamo e riportiamo sempre com’è nell’uso italiano, secondo i fonemi italiani (es. computer = /kompju̍ter/).

Quest’articolo trae parte dei suoi concetti, rielaborandoli autonomamente, da discussioni svoltesi nel fòro virtuale Cruscate. Ai tanti che hanno contribuito allo scambio d’idee, e in particolare a Paolo Matteucci («Infarinato») per la sua cultura e disponibilità, va il mio ringraziamento. Segnalo qualche filone particolarmente significativo nella Bibliografia in basso.

Un ringraziamento, naturalmente, va anche alle persone che in vari luoghi hanno discusso con me specificamente della questione di quest’articolo, dandomi informazioni sui diversi punti di vista e offrendomi spunti per le mie argomentazioni.

2. I TERMINI DEL DISCORSO

Nel considerare il numero oggi in grande aumento di parole «non tradizionali» nell’uso italiano, molte persone ritengono che, per la sopravvivenza e continuazione dei caratteri peculiari della lingua italiana com’è stata in questi secoli, il pericolo principale sia costituito dai termini che «non si scrivono come si dicono» (es. online che si pronuncia /onla̍in/), mentre i forestierismi che rispettano le regole tradizionali dell’ortografia italiana, anche se di struttura non italiana (es. sport, con terminazione -rt non italiana), costituirebbero un pericolo minore, o addirittura non costituirebbero un problema. Secondo tali persone questi ultimi termini, soddisfacendo il criterio ortografico, si potrebbero considerare di fatto parole italiane. Questa posizione è comune e si trova anche presso persone sensibili al tema della lingua, che non si possono tacciare di generica esterofilia linguistica.

Il presente articolo vuole discutere brevemente dell’«italianità» di questo secondo gruppo di termini, mettendo in luce alcune debolezze della posizione che li ritiene semplicemente «italiani» così come sono. Nel trattare questo tema, è inevitabile il ricorso a qualche tecnicismo, ma nel complesso lo stile dell’articolo sceglie di semplificare per essere accessibile anche a chi conosce poco questi temi. Per ragioni di brevità e per evitare troppe digressioni, non approfondiremo le molte questioni contigue, anche se sarebbe utile per una trattazione teorica più completa.

A qualche lettore potrà sembrare che i contenuti di questo testo siano delle “ovvietà”; ma l’esperienza insegna che persino le ovvietà possono non essere così ovvie per tutti.

Si osserva che nelle discussioni sul tema sono frequenti i fraintendimenti e le confusioni terminologiche, e nel complesso il discorso può essere chiarito e sintetizzato grandemente definendo i concetti in modo preciso per evitare ambiguità.

Definiamo «graficamente italiane» le parole che si pronunciano come si scrivono (e viceversa) secondo le regole generali dell’italiano. Per esempio: sono parole graficamente italiane carta /ka̍rta/, gioco /ʤɔ̍ko/, fiera /fjɛ̍ra/, e forestierismi come card /ka̍rd/, doping /dɔ̍pinɡ/, smart /zma̍rt/. È «graficamente italiano» blog /blɔ̍ɡ/, mentre non lo è blogger /blɔ̍ɡɡer/ (che lo sarebbe se, a parità di pronuncia, fosse scritto bloggher).

Per abbondare, ammettiamo “al limite” come parte di questo gruppo anche terminazioni con una consonante ripetuta, come stress, staff e app (/strɛ̍s/, /sta̍f/, /a̍p/); escludiamo invece le consonanti doppie all’interno in sequenze ortograficamente non italiane (es. bulldog /buldɔ̍ɡ/, pullman /pu̍lman/).

Per non divagare trascuriamo, ai fini di quest’articolo, il discorso sulle «lettere straniere». Ci limitiamo a fare questa scelta: escludiamo da questo gruppo i termini che si scrivono con k, w, y e j, mentre consideriamo “ortograficamente ammissibile” la x. Sono quindi escluse parole come quark, wok e derby, mentre sono inclusi pixel, excursus e boxer. S’intende che escludiamo la j dove ha valore non italiano: sono naturalmente inclusi termini come Jacopo, naja e juta (anche se, per coerenza col sistema ortografico odierno, oggi sarebbe preferibile scrivere Iacopo, naia e iuta).

Escludiamo le parole (in ogni caso poco numerose) con /ʦ(ʦ)/ rappresentata dal gruppo grafico ts anziché da z(z), come tsunami e tsigano (mentre zigano è ovviamente incluso).

Escludiamo i termini con delle h in posizioni in cui nell’adattamento l’ortografia italiana (altrove) le fa normalmente cadere, come hotel, horror, gihad, hinterland, handicappato.

Definiamo «fonotatticamente italiane» le parole i cui suoni (fonemi) sono disposti in un modo che soddisfa le norme tradizionali delle strutture italiane (parliamo della pronuncia, indipendentemente dalla sua rappresentazione grafica). Il discorso su questo punto è potenzialmente molto ampio e richiederebbe una trattazione dettagliata; nel breve spazio di questo articolo, ci occuperemo solo delle terminazioni (benché, naturalmente, anche le combinazioni di suoni all’inizio o all’interno della parola siano rilevanti). Quali sono le terminazioni fonotatticamente italiane? Parecchie persone ritengono che “in italiano le parole finiscono per vocale (qualsiasi vocale) e non per consonante”. Benché abbia un fondo di verità, così presentata questa è una semplificazione eccessiva, che appare formalmente sbagliata e richiede delle precisazioni. Vediamo la cosa nel dettaglio, prima per le vocali e poi per le consonanti.

Sono italiane tutte le terminazioni vocaliche, ad esclusione di /-u/ (u non accentata, -u) e (in modo più incerto) /-o̍/ (o chiusa accentata, ).

Per quanto riguarda la u, ciò è facilmente visibile nel fatto che in italiano non abbiamo parole che finiscano in -u non accentata (la u di tu, pur non portando l’accento grafico, è naturalmente accentata), a parte pochi forestierismi non (completamente) adattati, come guru, haiku, sudoku.

Più incerta ma simile la situazione della . Benché /-o/ non accentata sia una terminazione frequentissima in italiano, non abbiamo invece parole che finiscano con /-o̍/ accentata. La congiunzione o («mare o montagna») e la o vocativa («o patria mia…»), entrambe chiuse, sembrerebbero violare tale regola. In realtà, a causa della loro costante posizione proclitica (che si appoggia cioè, per quanto riguarda l’accento, alla parola seguente) costituiscono una sorta di “blocco unico” con la parola che le segue, per cui non sono mai realmente terminali. Una frase normale, infatti, in italiano non finisce con nessuna di queste due o: troncamenti o sospensioni implicano un completamento, e spezzare una frase dopo di loro non è molto diverso dallo spezzare una parola a metà. Possono sorgere incertezze dall’osservazione di alcuni casi marginali, come certe apocopi popolaresche di alcune varietà regionali dell’italiano, dove si possono avere risultati del tipo signó, dottó. Non costituisce invece un’eccezione significativa l’esclamazione boh /bo̍/, dato che, per loro natura, onomatopee e interiezioni «si collocano sempre ai margini del sistema fonotattico di qualsiasi lingua» (Matteucci).

Naturalmente, anche /-u/ e /-o̍/ sono terminazioni lecite nel caso (intrinsecamente ai “limiti” della lingua) di una parola citata in senso metalinguistico.

Sono poi italiane alcune terminazioni consonantiche, in /-Vm/, /-Vn/, /-Vl/ e /-Vr/ (cioè in m, n, l e r precedute da vocale), a patto che siano rispettate alcune condizioni precise.

Tali uscite consonantiche sono lecite:

  • in prosa, all’interno di enunciato (andiam bene, san Francesco, il fiume, gran giorno, un paese, nel campo, signor presidente, ecc.) e non alla fine (È un bel cane ma non *È un cane bel);
  • in poesia anche alla fine di un enunciato (urla e biancheggia il mar; scorrea la vista a scernere / prode remote invan).

Esistono poi altre restrizioni (per esempio, si dice uno struzzo, non *un struzzo) ma non cambiano la sostanza di questo discorso: non rendono leciti dei casi in più.

Uscite in altre consonanti non sono consentite: si può dire un bel viso ma non si può dire *un vis bello (nemmeno in poesia) né *un bel vis; si può dire un buon amico ma non *un amic buono né *un buon amic.

Le forme eufoniche ad (ad esempio), ed (ed ecco), od, come gli antichi ched ‘che’, ned ‘né’ e sed ‘se’, non sono veramente eccezioni per la stessa ragione per cui non lo sono le due o viste sopra: anche questi, proclitici, formano praticamente un “blocco unico” colla parola seguente e quindi non sono mai vere terminazioni.

Per le terminazioni consonantiche di onomatopee e interiezioni, vale quanto detto poco sopra; e parimenti, di nuovo, chiaramente qualsiasi terminazione consonantica è “lecita” per termini citati metalinguisticamente.

Per fare qualche esempio, sono parole fonotatticamente italiane /torro̍ne/ torrone e /alambi̍kko/ alambicco, e anche forestierismi graficamente non adattati come /ɡaspa̍ʧo/ gazpacho e /ɔ̍bbi/ hobby. È fonotatticamente italiano /brɛ̍ndi/ brandy mentre non lo è /trɛ̍nd/ trend (finendo in /-nd/, terminazione non italiana).

Definiamo «dell’uso italiano» tutte le parole usate in un contesto (linguisticamente) italiano dagli italofoni, indipendentemente dalle loro strutture. Sono «dell’uso italiano», quindi, anche forestierismi crudi come first lady, équipe, slogan, software.

Definiamo «strutturalmente italiane» le parole conformi alle strutture linguistiche generali della lingua italiana, oltre eventuali corpi estranei non (totalmente) adattati: in pratica, quelle che siano contemporaneamente «graficamente italiane» e «fonotatticamente italiane», secondo le definizioni date sopra.

Possiamo riassumere i gruppi testé descritti tramite un diagramma di Eulero-Venn. Nel grafico qui sotto, come si vede, semplifichiamo considerando solo le parole «reali», esistenti; ma naturalmente si potrebbero immaginare parole ipotetiche che siano fonotatticamente o graficamente italiane senza essere «dell’uso»: parole possibili ma (al momento) inesistenti.

Chiaramente le dimensioni delle aree non sono in scala, non sono cioè rappresentative delle dimensioni degli insiemi: le parole «strutturalmente italiane» costituiscono ancora la maggioranza delle parole «dell’uso italiano».

Usando i formalismi dell’insiemistica, con sigle facilmente comprensibili, possiamo scrivere che Sit. = Fit.Git., ovvero che il gruppo di ciò che è Strutturalmente italiano è l’intersezione di quelli della Fonotassi e della Grafia. I termini che c’interessano primariamente in quest’articolo sono quelli della “falce di luna” gialla di destra. Per brevità, chiameremo questo gruppo P1 (/pi.u̍no/; con P per parole, genericamente). In simboli, P1 = Git.Fit..

Definiamo inoltre P2 come il gruppo dei termini italiani fonotatticamente ma non graficamente (la “falce di luna” verde di sinistra; P2 = Fit.Git.), e P3 come il gruppo dei termini non italiani né fonotatticamente né graficamente (lo spazio bianco fuori dai due cerchi e dentro il bordo rosso; P3 = Uit. – (Fit.Git.).

3. CENNI STORICI

Alla fine di questa sezione presentiamo un grafico per visualizzare l’epoca d’ingresso dei termini P1 nell’uso italiano. Ogni colonna rappresenta un cinquantennio, a partire dal 1200 fino ad oggi; l’altezza è proporzionale al numero di termini P1 il cui ingresso viene datato dai vocabolari a quel periodo. I termini usati per questa conta non pretendono di essere la totalità, ma sono più di 650 e dovrebbero rappresentare una quantità statisticamente sufficiente per visualizzare l’andamento di massima.

Il grafico presenta inevitabilmente delle approssimazioni. Datare puntualmente l’ingresso di una parola nell’uso non è cosa facile, né in teoria né in pratica. Nei casi in cui i vocabolari davano un intero secolo come data d’ingresso, si è diviso il peso della parola a metà fra i due cinquantennî, dando mezzo punto a ognuna delle due colonne anziché un punto intero a una colonna singola.

Si è dato uguale “peso” a ogni parola, ma è chiaro che alcune, per abbondanza e costanza d’uso, sono più rilevanti di altre: film e standard, per esempio, nel corpo dell’italiano pesano molto di più di termini d’uso raro o settoriale, come alef o diesis. Tuttavia, i termini relativamente meno usati non sono trascurabili, essendo anch’essi il nome attraverso cui identifichiamo e indichiamo certi concetti: l’assenza di termini italiani per designare concetti settoriali è spia di una potenziale debolezza e mancanza di completezza del vocabolario, per cui l’italiano risulta una lingua acconcia al parlare comune, ma si presenta più carente di altre per trattare àmbiti specialistici, e ha bisogno di colmare le proprie lacune con parole altrui.

Nella conta sono inclusi termini la cui pronuncia non si è (ancora?) stabilizzata, e che, nell’oscillazione, fra le varie pronunce usate oggi ne presentano almeno una coerente con la scrittura, secondo le regole dell’italiano. Per fare qualche esempio, sono inclusi: summit (/su̍mmit/, /sa̍mmit/), plus (/plu̍s/, /pla̍s/), gang (/ɡa̍nɡ/, /ɡɛ̍nɡ/), robot (/rɔ̍bot/, /robo̍*/), auditor (/a̍uditor/, /ɔ̍ditor/).

Anche con queste approssimazioni, il grafico ci permette d’individuare chiaramente la tendenza del fenomeno.

Nei primi sei secoli dell’italiano, dal XIII al XVIII secolo, l’ingresso di parole P1 si mantiene piuttosto limitato. L’italiano è una lingua «potente», nel senso usato da Machiavelli nel famoso Discorso intorno alla nostra lingua:

«Oltre di questo io voglio che tu consideri, come le lingue non possono esser semplici, ma conviene che sieno miste coll’altre lingue; ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro: perché quello ch’ella reca da altri lo tira a sé in modo che par suo».

Così, in questo lungo periodo gli apporti lessicali da altre lingue vengono italianizzati e assimilati totalmente, diventando indistinguibili, per chi non sia un linguista, dalle parole italiane ereditarie. (Per esempio, se dico «Il limone è un frutto giallo», sono necessarie nozioni di linguistica —o, comunque, nozioni di altre lingue oltre l’italiano— per riconoscere quale parola di questa frase è un arabismo). Le eccezioni sono una piccola minoranza, e non di rado sono affiancate da un’alternativa pienamente adattata.

Nei primi secoli, le fonti principali di termini P1 sono il latino, il greco e l’arabo, e, in una piccola misura, l’ebraico; con il latino che spesso fa da mediatore per le altre lingue. Arrivano, fra gli altri, caos, ibis, zenit, ramadan, elisir, pancreas, bazar.

Nel ’500 il numero sembra un po’ più alto rispetto ai secoli precedenti e successivi. Attraverso la mediazione dello spagnolo e del francese, s’insediano nord, sud, est e ovest, che, pur indirettamente, sono probabilmente gli anglicismi più antichi nel nostro studio.

Nel ’700 gli anglicismi diventano un po’ più frequenti, e iniziano a costituire una parte del gruppo ancora minoritaria ma rilevante: lord, standard, clan, rum… Tuttavia, nel complesso il numero di parole P1 appare ancora relativamente piccolo, in linea coi secoli precedenti. Compaiono deficit, opossum, muezzin.

È invece nell’800 (già nella prima metà) che assistiamo all’“esplosione” dei P1, il cui numero crescerà a ritmi sempre più veloci fino ai giorni nostri. Arrivano alcuni termini per indicare realtà esotiche (baobab, fennec, islam, totem); termini del latino scientifico, ancora lingua della cultura (lapsus, pus, virus, raptus); e soprattutto anglicismi, in numero sempre maggiore (tennis, snob, grog, sport, premier, test, film, record, gin, bar, stop, partner…).

Il ’900 vede un continuo e ulteriore rafforzamento dell’inglese, in coincidenza con l’imporsi dell’anglosfera come centro socioculturale dell’occidente, e realtà linguistica prestigiosa agli occhi degl’italiani. Dall’inglese entrano nell’uso italiano termini delle scienze (quasar, permafrost, parsec, imprinting), della tecnologia (laser, pixel, rendering), della politica e società (bipartisan, big, fan, slogan, testimonial, gossip), del mondo informatico (spam, emoticon, blog), del cinema (set, cast, sitcom, biopic, star), dello sporte (doping, badminton, assist, ping-pong), dell’economia e delle professioni (benefit, panel, promoter), del cibo e delle bevande (pop-corn, catering, decanter), di àmbito generico (step, pattern, trend, flop), di realtà quotidiane della nostra epoca (card, blister, terminal, smog, poster), eccetera: insomma, in tutti i campi della lingua. Gli stessi latinismi, a volte, arrivano ora attraverso la mediazione dell’inglese, che così definisce o specializza il significato con cui li usiamo (versus, campus, bonus). Non mancano, qua e là, termini d’origine diversa; ma gli anglicismi, diretti o indiretti, rappresentano ora ampiamente la maggioranza assoluta.

Per il periodo 2001–2050, che stiamo ancora attraversando, è troppo presto per stimare il numero di questi termini o anche solo per fare previsioni al riguardo.

Nel complesso, l’esistenza di termini P1 risulta essere un fenomeno che precede l’itanglese odierno, ma in cui l’itanglese si è innestato potenziandolo a livelli mai visti primi.

È importante ricordare, tuttavia, che questa nostra piccola ricerca individua numeri assoluti; sarebbe utile anche conoscere i numeri relativi, ossia qual è la frazione dei termini P1 sul totale delle parole Uit. entrate nel lessico italiano nelle varie epoche storiche (assieme, naturalmente, alle frazioni di termini Sit. e P2), per vedere qual è la variazione nel tempo. Si tratterebbe tuttavia di uno studio di grandi dimensioni —prendendo un comune vocabolario generalista odierno, parliamo già di più di 100.000 lemmi—, che non mi è possibile compiere in un tempo ragionevole senza strumenti tecnologici adeguati.

Un altro studio interessante —ancora più complesso— sarebbe calcolare queste percentuali non rispetto ai singoli lemmi di un vocabolario e alla loro data d’ingresso, ma rispetto alla frequenza d’uso nei vari periodi storici, di nuovo per vedere l’evoluzione; ovvero: «Del totale delle parole usate nei testi scritti in italiano (Uit.), quante sono Sit., quante P1, quante P2?»; dare una risposta a questa domanda suddividendo per epoca i corpi testuali da analizzare.

A parte quelli che potrebbero essere i risultati di uno studio sui numeri relativi, un fatto qualitativo che possiamo notare è che in passato questi termini P1 erano più spesso accompagnati da una variante Sit. totalmente adattata (nord ~ norde; elisir ~ elisire; zar ~ zaro; ananas ~ ananasso; ecc.), mentre questa capacità di adattamento si fa più debole negli ultimi secoli, per sparire quasi del tutto ai giorni nostri, in linea col generale “indebolimento” che l’italiano sta vivendo rispetto alla forza descritta da Machiavelli. Tuttavia, può anche essere che forme totalmente adattate sorgeranno col passare del tempo; si può ancora sperare di cambiare le cose, recuperare i meccanismi dell’adattamento e rimettere in pista l’italiano come lingua viva e “potente”.

4. IL PRIMATO DELLA SCRITTURA?

Alcuni sostengono che ciò che è veramente importante, nell’individuare il carattere di una lingua, sia la scrittura; e, nel caso dell’italiano, che il parametro ortografico sia di fatto l’unica cosa che conta davvero per poter considerare strutturalmente italiana o no una data parola: sicché il gruppo P1 viene praticamente annesso al gruppo Sit.. Si dichiara, così, una sorta di primato della scrittura rispetto alla pronuncia; per chi sostiene questo, il rispetto della fonotassi è un “di più”, qualcosa di accessorio ed eventualmente gradito, ma non veramente necessario.

Si tratta di un’idea diffusa, che però presenta delle debolezze. Vediamone qualcuna.

La prima è che una teoria del genere sembra presentare un carattere sostanzialmente arbitrario. Non pare fondata su una visione complessiva e condivisa che ne dia una motivazione logica con cui si possano convincere altre persone, d’idee diverse: al contrario, con un guizzo d’individualità, nell’osservare le diverse strutture che definiscono una lingua, si “decide” («secondo me è così») che solo una parte è importante, mentre il resto non proprio, o non più. Tale posizione ha una sua coerenza interna, eppure appare in un certo senso inconsistente, mancando di un fondamento esterno e oggettivo su cui appoggiarsi. Con la stessa coerenza e sensatezza interna, si potrebbe infatti sostenere parimenti una posizione esattamente contraria, ritenendo, per rubare le parole a un importante fonetista come Canepari (2014, p. 2; traduzione mia), che

«[…] la scrittura è solo un espediente secondario, assolutamente non necessario. È soltanto una sovrastruttura, indubbiamente utile per la comunicazione non orale, come dimostrano la stampa e la videoscrittura. Tuttavia, il fatto di chiamare qualcuno al telefono o ascoltare una registrazione (magnetica o elettronica) mostra chiaramente che le vere lingue (parlate) non dipendono affatto dalla loro possibile forma scritta. […] La scrittura è solo un espediente secondario —non necessario— […]».

Dunque, secondo una visione simmetrica di questo tipo, si potrebbero considerare meno alieni alle strutture italiane i termini P2, come /buffɛ̍*/, /fa̍ntazi/, /ʤɔ̍lli/, /lɔ̍bbi/, /ma̍ʧo/, /*ʃari̍a/ /jɛ̍nki/, /*ʣo̍mbi/, /pira̍ɲɲa/ (che oggi si scrivono prevalentemente buffet, fantasy, jolly, lobby, macho, sharia, yankee, zombie, piranha), eccetera, o termini ibridi come /ʧatta̍re/, /*ʃunta̍re/, /akera̍ʤʤo/, /baipassa̍re/, /skauti̍zmo/, (chattare, shuntare, hackeraggio, bypassare, scoutismo), che non soddisfano il criterio ortografico dell’italiano ma invece sono normalmente conformi alla sua fonotassi.

Da una parte si dice che la fonotassi può essere ignorata, ammettendo eccezioni, purché sia rispettata l’ortografia; dall’altra si può replicare ribaltando il punto di vista e dicendo che si possono ammettere eccezioni all’ortografia, purché sia rispettata la fonotassi.

Cercando di vedere quale delle due posizioni simmetriche (primato della scrittura; primato della pronuncia) possa vantare le maggiori credenziali, possiamo osservare che nel caso dei termini ibridi abbiamo una molto maggior integrazione nelle peculiarità strutturali dell’italiano, diventando essi, a tutti gli effetti, flessibili e coniugabili secondo le modalità proprie della nostra lingua (singolare e plurale, eventualmente maschile e femminile; per i verbi, tutte le varie possibilità, modi, tempi, persone, ecc.): io chatto, tu chatti, noi chattiamo, essi chattarono, egli chatterebbe… Una cosa simile, pur a un livello molto inferiore e —per forza— molto più raramente, si osserva per i termini P2 “puri”, non ibridi: non è raro imbattersi in piene flessioni secondo le regole dell’italiano nonostante la mancanza dell’adattamento grafico, e incontrare per esempio —principalmente nel parlato, ma talvolta anche nello scritto— plurali spontanei come /moi̍ti/ mojiti, /ʧirinɡi̍ti/ chiringuiti, /ma̍ʧi/ machi, /*ʃa̍mpi/ shampi, /kata̍ne/ katane, eccetera.

Al contrario, non c’è e non ci può essere alcuna flessione dei termini P1, che rimangono totalmente estranei a queste nostre strutture, o, nel caso d’una flessione, sono flessi secondo le regole della lingua d’origine: il fan e la fan, i fan e le fan o i fans e le fans, i supporter o i supporters, eccetera.

Sotto questo punto di vista, dunque, il gruppo P2 mostra nei riguardi delle strutture flessionali peculiari dell’italiano una vicinanza e un’integrazione —potenziale se non già in atto— molto maggiore di quella che ha o potrebbe mai avere il gruppo P1, che sotto quest’aspetto risulta invece pienamente estraneo all’italiano, senz’alcuna integrazione. Se dovessimo fare una “scala dell’italianità”, potrebbero esserci dunque valide ragioni per considerare più in alto (più vicini a Sit.) i P2 rispetto ai P1.

Un’altra debolezza del “primato della scrittura” può essere rilevata nel fatto che le sue conclusioni appaiono in un certo senso paradossali: si dà un’importanza prioritaria al modo in cui la grafia rappresenta la pronuncia, ma allo stesso tempo si considera di fatto trascurabile la pronuncia stessa che viene rappresentata. Ci si concentra su un singolo elemento e si perde di vista il quadro complessivo: un mezzo diventa più importante del fine, un meccanismo della macchina più importante della funzione della macchina. È giusto e sacrosanto ritenere importante la grafia, anch’io naturalmente la ritengo fondamentale; ma è sbagliato ritenere —o “dedurre” dalla sua importanza notevole— che il resto non abbia importanza, o abbia un’importanza minore, tutto sommato trascurabile.

Procedendo nella nostra disamina, possiamo individuare l’elemento di pensiero che forse è la fonte inconsapevole di questa posizione.

Se si possono considerare strutturalmente italiani termini come standard, record e podcast, puramente in base alla loro ortografia, non apparirebbe illogico adattare in modo puramente grafico i termini P3 più comuni, parole che conosciamo e usiamo tutti i giorni e sono pienamente «dell’uso italiano» (Uit.). Confrontiamo le due frasi seguenti:

  1. «Il mouse wireless non va online, bisogna fare un upgrade del software»;
  2. «Il maus uairles non va onlain, bisogna fare un apgreid del softuer».

La frase 2 è sicuramente «più italiana», rispondendo pienamente alle nostre regole ortografiche, ma chiaramente non è «italiana» in senso assoluto. In questo semplice concetto sta molto del succo del discorso. L’errore di tante persone che considerano questi termini come strutturalmente italiani, benché oggettivamente non lo siano (almeno fino a quando non si potrà dire normalmente «Ha un vis bello», «il port della città», «Lo sguard fascinoso del protagonista», eccetera), è un banale e classico errore di ragionamento, che consiste nel confondere dati relativi con dati assoluti (o viceversa). In questo caso, si fraintende il fatto di essere «più (strutturalmente) italiano» intendendolo come «(strutturalmente) italiano» in senso assoluto, benché siano due cose ben distinte e la prima non implichi necessariamente la seconda. Per esemplificare con una metafora numerica, si può dire che un affare sbagliato in cui si perde il 10% del denaro investito è «più vantaggioso» di un affare in cui se ne perde il 20%: ma certo questo non lo rende un affare «vantaggioso» in senso assoluto. Lo stesso vale per gli elementi linguistici tramite cui si riconosce l’«italianità» (strutturale) di una parola.

5. IL CRITERIO DELL’USO

Un’altra posizione è quella secondo cui queste parole P1 sono di fatto “approvate” semplicemente dalla loro larga diffusione e dall’uso normale e quotidiano che ne fanno —in qualche caso da più secoli— i parlanti della lingua.

Questa, evidentemente, è una confusione tra concetti differenti, di quelle che abbiamo cercato di chiarire con le distinzioni terminologiche preliminari. Si usa la stessa parola italiano per intendere sia «dell’uso italiano» (Uit.) sia «strutturalmente italiano» (Sit.), che sono cose sostanzialmente diverse; e da una premessa sbagliata discende poi ogni genere di conclusione errata. È chiaro invece che anche chi rileva la non-strutturalità dei termini P1 ovviamente non nega affatto che siano termini Uit., dell’uso italiano: se non lo fossero, la questione non si porrebbe nemmeno e non ci sarebbe bisogno di fare studi e ragionamenti al riguardo.

In una variazione di questo tipo di ragionamento, ci si potrebbe richiamare all’autorità e far notare che in questo o quell’autore si trovano occorrenze di parole che violano la nostra fonotassi, il che si potrebbe sfruttare per sostenerne la piena legittimità. Senza divagare sui tanti scrittori, ci prendiamo solo un capoverso per una nota nel merito per quanto riguarda Dante stesso, visto il suo “primato” per quanto riguarda certe faccende di lingua. È vero che in Dante ci sono diversi esemplari di termini P1; però, in realtà, sono praticamente sempre casi “estremi”, nomi propri marcatamente caratterizzati come esotici, o esplicite citazioni di lingue straniere («lo Vas d’elezïone», lat. vas electionis; Minòs, Cleopatràs, Semiramìs, Empedoclès, Nembròt, Iosafàt, ecc.), non termini “normali” della lingua. Anche se per la maggior parte di questi nomi di personaggi storici famosi usiamo normalmente ormai da secoli forme pienamente italianizzate (Minosse, Semiramide, Empedocle…), tuttavia in un registro normale oggi non italianizziamo i nomi propri dei personaggi famosi contemporanei, nemmeno nell’ortografia (come invece si fa a volte in altre lingue; per esempio in azero Klint İstvud per Clint Eastwood, in lettone Džo Baidens per Joe Biden, ecc.): anche se sono «parole dell’uso italiano», Washington, Michelle Hunziker, Özpetek eccetera restano elementi estranei, che non prendiamo in considerazione per determinare le strutture fonotattiche o ortografiche della lingua (se non, chiaramente, per quanto riguarda il modo di trattare —appunto— i forestierismi non adattati), e così analogamente sarebbe perlomeno “stiracchiato” farlo invece senza riserve per casi di termini similmente “estremi” usati dal padre della nostra lingua.

Ad ogni modo, chiusa la parentesi dantesca, ipotizzando di ammettere la confusione fra uso e strutture come “teoricamente accettabile” e osservandola nel merito, notiamo che presenta delle vistose debolezze contingenti. Infatti, se si accettano le violazioni alla fonotassi in base a una loro larga diffusione, e quindi si ricade sul mero criterio dell’uso, è inevitabile osservare che i termini P2 e P3 sono molto più frequenti rispetto al gruppo P1: per ogni blog e standard scritti come si pronunciano in italiano, ci sono decine di download, file, trailer e shopping che non rispettano la nostra ortografia. Notato questo, la coerenza imporrebbe di considerare ugualmente (anzi, di più) italiani anche questi.

Addirittura, basandoci unicamente sull’«uso», le regole stesse dell’ortografia italiana non potrebbero più essere ritenute valide senza variazioni rispetto alla loro codificazione “tradizionale”. Come ha osservato giustamente Zoppetti in un articolo recente (2022), un criterio puramente dell’uso che fosse veramente descrittivo e coerente dovrebbe ammettere che in italiano oggi per scrivere il suono /ʃ(ʃ)/ (lo sc- di scena) è normale e comune anche la grafia sh; rispetto alla quale certe particolarità etimologiche, come la i soltanto grafica in scienza e simili, sono pure eccezioni minoritarie, e insistere su queste minuzie trascurando invece la normale italianità di sh sarebbe un “ingiusto rilievo”, un doppiopesismo grammaticale.

Se si ha come criterio determinante l’«uso», insomma, le conseguenze sono paradossali; sembra più sensato analizzare la lingua nei termini che abbiamo definito in alto, distinguendo i caratteri dei vari casi.

6. PICCOLE CREPE?

Nonostante —come abbiamo visto— la presenza fin dai primi secoli di qualche termine P1, e la loro crescita enorme negli ultimi 200 anni, non c’è stato finora alcun sostanziale mutamento strutturale della fonotassi italiana, per quanto riguarda le terminazioni.

Con ciò intendo dire che nel lessico italiano non è diventato normale che sorgessero spontaneamente parole terminanti in -f, -ng, -p, -rt, eccetera. Infatti, la quasi totalità dei termini P1 è immediatamente riconducibile all’influenza diretta o indiretta di una lingua straniera (e sotto questo caso ricadono naturalmente anche gli pseudoforestierismi, ovvero conî nostri che imitano parole straniere —e, spesso, per noi appaiono di fatto indistinguibili da quelle “vere”—). Già questa considerazione dovrebbe bastare a rimarcare, una volta di più, l’estraneità dei P1 rispetto ai caratteri peculiari (e quindi distintivi, identificativi) propri della nostra lingua.

Per dirla terra terra, ancora oggi «Se sento le parole /blɔ̍ɡ/ e /sta̍ndard/ capisco sùbito che non sono italiane, anche se non so come si scrivono, perché in italiano le parole non finiscono per /-ɡ/ o /-rd/». Si noti che, facendo queste considerazioni, non stiamo parlando di un italiano “ideale” o passato, dei secoli scorsi, cristallizzato in qualche forma utopica preferibile, bensì a tutti gli effetti della lingua vera, usata e “sporca” dell’uso odierno reale.

Se questa differenza è così forte e marcata, intatta da secoli, allora che ragione c’è di preoccuparsi?

Il problema, chiaramente, è che la crescita smisurata dei termini P1 esercita una pressione sempre maggiore sul corpo della lingua, e questa pressione, se continua a crescere, rischierà a un certo punto di “strabordare” e trasformare veramente le strutture proprie dell’italiano.

Al momento, le crepe al riguardo sono minime (termini come colf, che possiamo facilmente classificare come pseudoanglicismi; mere ricomposizioni come accendigas, portalapis; don come parola a sé stante; la crescita di e non e o non in posizione finale —contro cui usa parole dure anche un linguista certo lontanissimo da qualsivoglia “purismo” come Canepari, 2006, p. 4—, rispetto ai più corretti e no e o no; eccetera) e statisticamente (ancora?) irrilevanti; tuttavia le tendenze sono chiare —abbiamo visto il grafico— e la direzione che indicano non è tranquillizzante. Non bisogna quindi fare lo stesso errore dei negazionisti dell’itanglese che, ignorando le tendenze e considerando le lingue come entità statiche anziché dinamiche, hanno minimizzato e tuttora spesso minimizzano il fenomeno in un modo che appare discutibile a dir poco.

Sotto questo aspetto, i termini P1 costituiscono un pericolo da temere proprio per il fatto di costituire in un certo senso una minaccia meno appariscente rispetto ai P2 o i P3 (vista appunto la grande apertura mostrata da molti nei loro confronti) e quindi di fatto facilitata nell’estendersi e radicarsi nel corpo dell’italiano. Se abbiamo a cuore la nostra lingua, dobbiamo adoperarci perché ciò non avvenga; perché, come scrisse Castellani (1987, p. 141), e come capiamo o dovremmo capire tutti, «Un italiano in cui le parole terminassero per -t, -ft, -sp, -ps, -nk, ecc., non sarebbe più italiano».

7. IL FATTO PRAGMATICO

Siamo quasi alla fine di questo lungo insieme di pensieri. Vorrei fare ora un’ultima considerazione, di carattere eminentemente pragmatico.

C’è un’altra motivazione che sconsiglia di considerare semplicemente «italiani» i P2, a prescindere dalla correttezza teorica o no di una simile posizione. Mi riferisco ora precisamente alle persone che non approvano l’itanglese, e che desiderano sensibilizzare l’opinione pubblica e portare altre persone dalla loro parte; anch’io faccio parte di questo gruppo.

Se un “italianista” (intendendo con questo termine non lo studioso, ma il difensore e promotore dell’italiano) non fa proprio il criterio fonotattico e si limita a sostenere solo quello ortografico, dando per così dire un carattere più “aperto e moderno” alle proprie posizioni, dichiarando obsoleta una parte dei vincoli linguistici della lingua, può darsi che guadagni qualche seguace in più; tuttavia, facendo ciò, mostra ai suoi avversari più smaliziati che la sua battaglia è già persa. Dopotutto la grafia dell’italiano, pur mantenendo una sostanziale corrispondenza grafia-pronuncia, è già mutata sotto vari aspetti lungo la sua storia (Mainardi, 2021, Proposta ecc., pp. 13–14), senza che questo cambiasse i caratteri strutturali della lingua; se oggi invece persino l’italofilo fa propria una tale rivoluzione nel concepire le strutture della lingua, non c’è ragione di credere che, spingendo ancora un po’ ora e ancora un po’ dopo, il difensore dell’italiano non finisca prima o poi per accettare, dopo le eccezioni alla fonotassi, anche le eccezioni all’ortografia; e —perché no?— anche alla semantica, alla sintassi e a qualsiasi altro carattere della lingua, profondo o superficiale che sia. Gli itanglofili sostenitori del mutamento, così, trovando che persino gli “italianisti” dichiarati oggigiorno arrivano a cedere su un punto tale —ricordiamo che la fonotassi non è un orpello trascurabile, ma un elemento fondamentale del carattere di una lingua— vedono di fatto dimostrata la loro posizione, che «le lingue mutano e non ci si può far nulla», e chi ora ha ceduto su un punto domani cederà anche su un altro, semplicemente sconfitto dal fiume della storia. Anziché convincerli della giustezza della propria posizione o accattivarseli, “aprendo” ai P1 paradossalmente si confermano le loro idee, dando loro semmai un motivo ulteriore per abbondare ancora di più coi forestierismi e “vincere” con la forza bruta e il loro classico armamentario d’argomentazioni (l’Appendix Probi, ecc. ecc.).

Quindi, anche se nonostante tutti i ragionamenti teorici si ritiene di considerare “molto italiani” i termini P1, sarebbe bene fare qualche valutazione su quale effetto si fa sul pubblico assumendo dichiaratamente tale posizione.

Se si cede solo perché per qualche motivo si considera la fonotassi una battaglia persa, mentre più facile da difendere l’ortografia, voglio dare un po’ di conforto invitando a non arrendersi e a perseverare: come scriveva Migliorini (1971, p. 50), «quando si tratta delle strutture profonde della lingua» bisogna «considerare una prospettiva non di anni ma di secoli», e nonostante la pressione secolare le crepe nella fonotassi sono ancora minime.

In fondo forse è questo il baluardo attorno a cui tutti dovremmo stringerci: come diceva Castellani (1991, p. 141),

«è normale che una lingua si trasformi, sia per isviluppi interni, sia rispondendo a sollecitazioni esterne. Basta che questo avvenga senza mettere in pericolo le sue strutture fondamentali».

8. CHE FARE?

In generale, i termini P1, nel loro carattere straniero, non sono sostanzialmente diversi dai termini P2 e P3. Per giungere a forme più italiane, le strategie da adottare, dal punto di vista sia puramente linguistico (adattamento, calco, neoformazione, risemantizzazione, ecc.) sia sociolinguistico, non sono di natura diversa fra questi gruppi di termini; anche se, chiaramente, possono essere diverse contingentemente, secondo i fatti di ogni singolo caso.

Per i termini che hanno prodotto derivati di largo uso e totalmente integrati (stressare, stressato, stressante; sportivo, sportività, sportivamente; filmare, filmico, filmografia) sembra preferibile l’adattamento, quindi per esempio stresse, filme, sporte (non diversamente da quanto avviene nelle nostre lingue sorelle, in particolare spagnolo, portoghese e catalano).

Come scrivevo nel mio Coccotelli, computieri e cani caldi (pp. 129–132), tuttavia, sembra eccessivo chiedere sùbito un’adozione completa del purismo strutturale in un paese tanto timido e restio per quanto riguarda le novità linguistiche italiane; benché tendere a forme più italiane sia lo scopo finale, pare più conveniente procedere per gradi, per non urtare troppo una sensibilità iperacuta, che respinge sistematicamente tutto ciò che esca —anche solo lievemente— dal modo in cui è percepita una certa normalità.

Come abbiamo accennato prima, per alcuni termini, soprattutto se introdottisi non da poco tempo, spesso i dizionari registrano una variante totalmente adattata, che è stata usata o tuttora si usa in modo minoritario; queste forme potrebbero essere riprese, senza bisogno di coniare adattamenti originali (alcool > àlcole; azimut > azzimutto; clan > clano; festival > festivale; muezzin > muezzino; slogan > slògano, ecc.), cosa che oggigiorno è sociolinguisticamente avversata dagl’italiani, benché sia naturale (persino banale) in ogni lingua sana; ovviamente, nel recuperare le italianizzazioni storiche, bisogna sempre valutare il contesto e il pubblico di destinazione, colla relativa “tolleranza” verso una maggiore italianità linguistica.

In ogni caso, come non mi stanco di ripetere, il primo passo è recuperare l’uso sistematico del corsivo (o delle virgolette, dove ne manchi la possibilità tipografica) per tutti i forestierismi non completamente adattati; una prassi internazionale, diffusa in molte lingue, che con la nostra perdita di consapevolezza linguistica abbiamo abbandonato quasi del tutto. Di séguito un esempio, in cui metto il corsivo in una frase tratta dal sito della Repubblica (29.4.2022):

«I marines ucraini del 306esimo battaglione hanno diffuso sui social un video che documenta il successo di un loro raid ai danni di due tank russi».

Si tratta di un accorgimento piccolo, che si può mettere in atto quasi sempre senza grandi difficoltà di scopo o accoglienza del pubblico, ma che darebbe risultati enormi, rendendoci consapevoli, come scrittori e lettori, della nostra lingua, con le sue forze, le sue debolezze odierne, e anche le sue potenzialità.

Se per un qualsiasi motivo vogliamo fare un uso consapevole dei forestierismi (P1 ma anche P2 e P3), io personalmente non pongo alcun divieto aprioristico (cfr. di nuovo i Coccotelli, pp. 132–133, § La consapevolezza): è sufficiente un po’ di buon senso, consapevolezza —appunto—, e il corsivo, tanto trascurato benché potenzialmente utilissimo.

9. BIBLIOGRAFIA

Testi cartacei

Castellani A., Morbus anglicus, in Studi Linguistici Italiani, vol. XIII, fascicolo I, Salerno Editrice, Roma 1987, pp. 137–153.

Castellani A., «Vendistica» e il concetto di bizzarro, in Studi Linguistici Italiani, vol. XVII, fascicolo I, Salerno Editrice, Roma 1991, pp. 139–141.

Mainardi G., Coccotelli, computieri e cani caldi. Perché dobbiamo tradurre i forestierismi, Edizioni del Faro, Trento 2021.

Mainardi G., Proposta di riforma gráfica dell’italjano, Pathos Edizioni, Torino 2021.

Migliorini B., Parole «più italiane» e «meno italiane», in Lingua Nostra, vol. XXXII, fasc. 2, giugno 1971, pp. 50–52.

In Rete

Ancora sul «terzo sistema fonologico italiano» di G. Devoto , filone in Cruscate, aperto il 25.10.2006; consultato il 7.5.2022.

Canepari L., Manuale di pronuncia italiana (Aggiunte e modifiche, rispetto alla versione 2004: 09.2006) su canIPA Natural Phonetics, settembre 2006; consultato il 7.5.2022.

Canepari L., Writing systems: the utmost monstrosity of alphabets and ‘orthographies’ su canIPA Natural Phonetics (cit.), novembre 2014; consultato il 5.5.2022.

Un «compendio» per la sezione, filone in Cruscate (cit.), aperto il 28.7.2020; consultato il 6.5.2022.

Zoppetti A., Scienza, conoscenza e shaker (il suono “sc” tra italiano e itanglese) , su Diciamolo in italiano, 14.2.2022; consultato il 6.5.2022.

10. LEGENDA

Senza scendere nei dettagli, facendo una semplificazione un po’ brutale ma sufficiente ai fini di quest’articolo, possiamo dire che l’AFI usa una corrispondenza biunivoca tra “simboli” e “suoni”, per cui a un solo simbolo corrisponde un solo suono e a un solo suono corrisponde un solo simbolo.

In quest’articolo trattiamo solo aspetti fonematici, non fonetici, e riportiamo le trascrizioni della pronuncia tra barre oblique («/ /»).

Anziché le scomode scritture con l’archetto («t͡s», «d͡z», «t͡ʃ», «d͡ʒ»), per le consonanti affricate, uso le legature: «ʦ», «ʣ», «ʧ», «ʤ».

Di seguito la legenda dei simboli:

e       la e chiusa di sera;

ɛ        la e aperta di certo;

o       la o chiusa di ora;

ɔ        la o aperta di forte;

u       la u di cura;

w       la u di quale, (semi)consonante;

i        la i di pino;

j        la i di chiaro, (semi)consonante;

ʃ        lo sc di scimmia;

ʧ        la c di cibo;

k        la c di casa;

s        la s di seta;

z        la s di chiasmo;

ʦ       la z di marzo;

ʣ      la z di orzo;

ɲ       lo gn di gnomo;

ʤ      la g di giro;

ɡ       la g di gatto;

ʎ        lo gl di gli;

V       una vocale qualsiasi;

*       il raddoppiamento fonosintattico, l’autogeminazione;

°        l’assenza del raddoppiamento fonosintattico.

Gli altri simboli per noi sono ovvi, corrispondendo alla pronuncia normale delle lettere in italiano (a, b, d, f, l, m, n, p, r, t, v).

Poiché la divisione sillabica in italiano non ha valore di distinzione fonematica, non segno l’accento prima della sillaba accentata (come si fa nell’uso oggi più comune), ma direttamente sulla vocale, tramite un trattino verticale («ˈ»; es. chiedere /kjɛ̍dere/). Indico tuttavia la divisione sillabica con un punto fermo («.») nelle sequenze /i.V̍/ e /u.V̍/, per rendere più visibile la differenza rispetto a /jV̍/ e /wV̍/ (es. diario /di.a̍rjo/ ~ diavolo /dja̍volo/; manuale /manu.a̍le/ ~ duomo /dwɔ̍mo/), similmente a quanto fa il DOP col trattino.

*Giulio Mainardi è un traduttore che s’interessa di questioni linguistiche, in particolare di glottotecnica, fonotassi e influenze interlinguistiche. Il suo ultimo libro è «LINGUA ITALIANA E QUESTIONI DI GENERE (Reverdito, 2021).

«Servants of the lingua»

La serie televisiva di lingua ucraina che ha lanciato la carriera del Presidente Volodymyr Zelensky sta spopolando in tutta Europa.

Il titolo originale, Слуга народу, è stato tradotto nelle lingue di quasi tutti i Paesi. Quasi.
In Germania, Diener des Volkes.
In Francia, Serviteur du peuple.
In Spagna, Servidor del pueblo.
In Portogallo, O Servo do Povo.
In Svezia, Folkets tjänare.
In Grecia, Υπηρέτης του Λαού.
In Gran Bretagna, Servant of the people.
In Italia, Servant of the people.

Dunque chissà non è per la «tecnologia», o per il «dover farsi comprendere a livello internazionale», o per «rendere i nostri giovani competitivi», o per «la brevità», che lo (pseudo)inglese sta cannibalizzando la lingua italiana. Forse è semplice #vogliadiesserecolonia.

Lingua smart, smart lingua

Piccolissimo frammento delle «co-occorrenze» della parola ‘smart’ nei giornali italiani del 2022.

Quante decine di espressioni italiane ammuffiscono in soffitta, diventano desuete, si atrofizzano, a causa dell’abitudine ossessiva degli italiani del secolo XXI di vomitare la parola «smart» in ogni occasione?
Si arricchisce oppure si intorpidisce, una lingua, in questa maniera?

Italia campione d’Europa. Di anglicismi.

È iniziata la Parte 3 della nostra analisi comparativa degli anglicismi sulle prime pagine digitali dei maggiori quotidiani europei (vedi qui i dettagli della settimana appena conclusa).

Questa volta è Il Corriere della Sera a rappresentare l’Italia di fronte ai suoi colleghi francesi di Libération, quelli spagnoli de La Razón e i tedeschi del Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Dopo aver analizzato i forestierismi e italianismi su The Guardian a Novembre e Dicembre e su The Times nei mesi di Gennaio e Febbraio, abbiamo ora scelto di contare quelli presenti sul maggior quotidiano irlandese, The Irish Times. I risultati sono sempre nella stessa direzione. Anzi, questa settimana l’Irish Times ha pubblicato addirittuta zero italianismi (e 8 forestierismi) in totale contro i 374 anglicismi puri, cioè parole inglesi (o pseudo tali, come «smart working» o «fashion addicted«) sul Corriere della Sera.



Risulta straordinario, per la nona settimana consecutiva, che i quotidiani di Francia, Spagna e Germania, quale che sia il loro orientamento politico, riescano a pubblicare notizie e rubriche usando una frazione degli (pseudo)anglicismi dei loro colleghi italiani. Gli anglicismi esistono anche negli altri Paesi europei, sia chiaro, ma ne abbiamo computati meno di 1/4 nel caso di Libération e Frankfurter Allgemeine Zeitung, e addirittura 1/6 nel caso de La Razón rispetto al Corriere.



Del resto non si tratta di nulla di particolarmente differente rispetto alle misurazioni delle settimane precedenti. Certo ci sono differenze di impostazione editoriale, per cui notiamo come il Frankfurter Allgemeine Zeitung, di orientamento conservatore, sia molto meno incline a usare anglicismi dei loro colleghi di Welt, quotidiano liberale. Al contrario, La Razón, giornale spagnolo di destra-destra sembra usarli molto più allegramente di El País, di centro sinistra, fedelissimo in maniera eccezionale alla lingua castellana.



Notiamo che l’uso di anglicismi di Libération è quasi esclusivamente confinato ai titoli di rubriche (CheckNews, Interview, Lifestyle), ragione per la quale la conta rileva moltissime ripetizioni.

In ogni caso, non c’è assolutamente paragone con i corrispettivi italiani. Non soltanto dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto qualitativo. Quello che rilevammo con la Repubblica e la Stampa continua praticamente identico con il Corriere della Sera. Quasi sempre non si tratta di qualche titoletto dal sapore esotico per «colorare» un pezzo. L’uso di (pseudo)anglicismi è endemico, costante, incessante, e su di essi si regge concettualmente la presentazione di dozzine di titoli, occhielli e sommari.
Ecco dunque la sfilata di rubriche intitolate in inglese (Cook – sulla gastronomia, Data Room, LogIn, Italians, Heavy Rider, Trading Post, Radio Italians, Corriere Daily Podcast, ecc), giochi di parole («Mal di Tech«), nonché la solita valanga di anglicismi in TUTTI gli ambiti, dalla politica alla moda, dalla tecnologia alla medicina, dalle cronache alla guerra, dalla gastronomia allo sport.
Così come la pandemia si è presentata agli italiani come un’ottima occasione per ingozzarsi di (pseudo)anglicismi, così il triste avvento dell’invasione russa in Ucraina sta dando luogo a una scorpacciata di tank, Putin-show, task force, no-fly zone, bunker, social media war, peacekeeping, security, intelligence e altri prestiti linguistici completamente evitabili.

La lista degli anglicimi (e forestierismi sull’Irish Times) pubblicati durante la Settimana 9 è disponibile qui.

Ritagli dalle prime pagine digitali di Libération, Frankfurter Allgemeine Zeitung e La Razón, Marzo 2022.

Oltre il lessico: 8 esempi strutturali di creolizzazione

Con il ritmo attuale, nel giro di pochi decenni la lingua parlata in Italia sarà un creolo la cui eterogeneità lessicale, morfologica, ortografica e sintattica ricorderà il Nigerian Pidgin English, il Criollo haitiano, il Bahamian Creole, o il Chabacano delle Filippine. Se simili livelli di mescolanza non sono stati ancora raggiunti, è semplicemente perché non è ancora trascorso tempo sufficiente. È per questo che gli italiani del secolo XXI ci stanno lavorando con uno zelo e una rapidità senza precedenti nella storia.

Solamente nel giro di alcune settimane, gli iscritti a Campagna per salvare l’italiano hanno segnalato decine di esempi che vanno ben oltre la semplice sostituzione lessicale. Per ragioni di brevità, vi mostriamo alcuni dei più rappresentativi, non soffermandoci sul lessico, ma analizzando invece interferenze molto più profonde.

ESEMPLARE IBRIDO 1.

Corriere della Sera, quotidiano italiano, 03/03/2022

«Paris Fashion Week street style» è un’intera locuzione trapiantata al 100% dall’inglese, seguendo fedelmente le regole strutturali e sintagmatiche dell’inglese. Un lettore anglofono la comprenderebbe perfettamente. Con «In o out«, invece, entriamo in un ibrido. Se è vero che «in» sarebbe accettabile in entrambi le lingue, «out» è solamente inglese, mentre la presenza di «o«, italiano, fa iniziare il cortocircuito linguistico. A quale lingua si deve adeguare il cervello del lettore?
Se la frase interrogativa è quasi interamente in inglese, quella successiva sembra spostarsi maggiormente verso l’italiano. Colpisce l’oscillazione delle regole da una lingua all’altra. Mentre «Paris Fashion Week street style» ricalca fedelmente l’inglese, «look» in «Tra look di tendenza ed errori di stile«, viene riportata in singolare, senza la «s», secondo le regole dell’italiano.
Arriviamo al sommario, che ci offre un altro trapianto al 100% d’inglese in una frase italiana, per cui la sintassi deve essere interpretata secondo un continuo saltellare da una lingua all’altra e viceversa («Il meglio e il peggio dello» in italiano; «street style» in inglese; «della capitale francese» in italiano). La gemma però arriva con lo pseudo inglese «fashion addicted«, che in inglese sarebbe «fashion addict«, che dunque aggiunge all’intruglio già in atto un terzo elemento, quello di una pseudolingua. La conclusione ripropone le maiuscole spruzzate a casaccio nel titolo: «Chi è In e chi Out?«, ciliegina sulla torta di un vero e proprio creolo lessicale, sintattico e ortografico, roba che neanche Frankenstein.

ESEMPLARE IBRIDO 2

Dalla pagina Facebook di Best Movie, rivista italiana, 16/02/2022

Concentriamoci sulla frase «Le immagini faranno senz’altro felici i fan dello show live-action».
Ammettendo che questa frase debba essere interpretata secondo le regole dell’italiano, ci sarebbero comunque alcune ambiguità circa la comprensione. Perché si stanno impiegando termini inglesi che solamente mantengono il loro significato originale se posti nell’ordine previsto dalla sintassi inglese.
«Live-action«, con il trattino, ha funzione aggettivale esclusivamente se messo PRIMA di «show«.
Nel momento in cui è inserito DOPO il sostantivo «show«, smette di essere quello che è, specialmente se si mantiene il trattino. Aggiungiamo che, in italiano, i composti con il trattino non seguono assolutamente le regole e gli usi dell’inglese.
C’è poi la possibilità, per quanto remota, che «show» venga malinterpretato come verbo se davanti a «live-action» (il cui significato diventa incomprensibile se lasciato alla fine della frase con il trattino).
Tra l’altro, se l’idea fosse di attenersi alla sintassi italiana: dove è andata a finire la preposizione «in» che dovrebbe seguire «show» («il show in live action«)?
Insomma, se è sintassi italiana, c’è qualcosa di strano. Se è sintassi inglese, ci sono seri problemi di coesione.
Se si volesse rispettare la strutture sintattica dell’italiano, dovrebbe essere «I FAN DELLO SHOW IN LIVE ACTION», e dunque si tratterebbe «solamente» di un miscuglio lessicale.
Se si volesse ricalcare invece la sintassi inglese, dovrebbe essere «I FAN DEL LIVE-ACTION SHOW».
Invece, I FAN DELLO SHOW LIVE-ACTION, nell’originale, non segue le regole sintattiche di nessuna delle due lingue.

ESEMPLARE IBRIDO 3

Manifesto di un evento politico, Arezzo, Italia, 2021

Questo esempio è una testimonianza tra centinaia dell’ormai onnipresente regola secondo cui la contrarietà a qualcosa, nell’italiano di oggi, si debba esprimere quasi esclusivamente con il pidginesco No + sostantivo.
Pidginesco perché ricalca il cosiddetto Chinese Pidgin English parlato dalle comunità cantonesi di New York del secolo XIX con il loro tipico «No this, no that«.
Gli italiani, in Italia, lo usano ormai dappertutto, ma estendendone e deformandone il significato per affermare – appunto – opposizione verso qualcosa.
Se nel recente passato, in italiano, l’espressione di contrarietà e opposizione veniva espressa con il prefisso «anti» (anticapitalista, anticomunista, antifascista, antiproibizionista), oppure attraverso «contro+articolo+sostantivo» (contro la guerra, contro le leggi speciali, contro lo sfruttamento, contro la NATO, contro l’aborto), oggi si deforma qualcosa di vagamente inglese ibridando a mani basse con effetti sia a livello semantico che sintattico.
Nell’esempio concreto, a parte la morte ormai certificata di espressioni come «Giornata di/contro [sostantivo]» (nell’esempio in questione: la «Giornata Contro la Paura»), colpisce la deformazione semantica dell’inglese «No«. Nella lingua originale, «No+sostantivo» esprime la mancanza, assenza o proibizione di qualcosa e non una contrarietà. Si pensi a no smoking (vietato fumare), no cash transactions (non si accettano contanti), no pain no gain (nessun guadagno senza alcun sacrificio), no-fly zone (zona di non sorvolo), no filter (nessun filtro) ecc.
E se in italiano sarebbe corretto dire «Giornata del no alla paura», un possibile «No alla Paura Day», con la preposizione articolata «alla», avrebbe almeno mantenuto alcune sembianze di lingua italiana.
Al contrario, nel momento in cui decade persino «alla» per arrivare allo scheletrico «No alla Paura Day«, si conia una vera e propria struttura sintattica e lessicale creola che attinge allo stesso tempo da due lingue, e nessuna.

ESEMPLARE IBRIDO 4

Titoli sulla prima pagina de La Stampa, 28/01 e 01/02/2022, rispettivamente.

Ignoriamo le barriere di comprensione erette a scapito di tutti quei lettori che non parlano l’inglese (specialmente «on the go«, che ne richiederebbe una certa conoscenza) e concentriamoci sulla flessibilità della parola «beauty«. Il primo titolo trapianta fedelmente le regole sintattiche dell’inglese, con «beauty» aggettivato e precedente il sostantivo «routine«. In altre parole, l’italiano si apre generosamente a una locuzione inglese (anzi due, perché lo fa anche con «on the go«) per inserirla così com’è.
Nel secondo titolo, al contrario, «beauty» viene scritto dopo il sostantivo «miti».
Però se dell’inglese rimane solamente la parola nuda e cruda, che inserita dopo «miti» – o il suo equivalente inglese – perde interamente sia significato che ruolo grammaticale nella lingua originale, le regole dell’italiano sono invece violate con la perdita della preposizione «di», giacché si sarebbe detto altrimenti «miti di bellezza».
Eppure non siamo di fronte né a «miti di bellezza», né a «miti di beauty«, né a «beauty myths«. Siamo in presenza di qualcosa di nuovo, «miti beauty«.
Nessuno direbbe mai in italiano «i miti bellezza», così come nessuno si sognerebbe mai di scrivere «i miti ciclismo», «i miti cinema», o «i miti storia», senza alcuna preposizione.
Si noti invece come esista e si usi «i miti rock«, indice del fatto che la presenza – per quanto abbastanza a casaccio – di una parola inglese, crei magicamente delle nuove regole tra i costituenti dei sintagmi italiani. Si creano, appunto, licenze linguistiche di una lingua terza, un creolo.

ESEMPLARE IBRIDO 5

Pubblicità italiana di cibo per animali pet, 2021

Lungi dal parlare chiaro, come invece suggerisce la pubblicità nella foto, questo è uno degli esempi più tipici dell’itanglese del Secolo XXI. Al contrario dei prestiti linguistici del passato, oggi si osservano costantemente intere strutture (pseudo)inglesi trapiantate in una frase italiana con una confusione sintattica da far venire il mal di testa. In questo esempio, le regole dell’italiano sembrano imporsi riguardo alla posizione di «dry+wet«, inserito dopo quella che sarebbe la locuzione sostantivale. Sarebbe, perché in inglese corretto si tratterebbe di sostantivo solamente se scritto «mixed feeding«. La mutazione morfologica in «Mix feeding«, troncando -ed, ne stravolge la funzione grammaticale e, dunque, semantica, ingarbugliando le relazioni sintagmatiche con il resto della frase, si tratti di inglese o d’italiano.
Ancora una volta siamo davanti a una lingua terza, un creolo, in questo caso con l’interrogativo particolarmente marcato del perché si vogliano confondere gli utenti di un prodotto con una babele linguistica di questo tipo, che complica la vita sia a potenziali consumatori italiani che anglofoni.

ESEMPLARE IBRIDO 6

Giornali, riviste, manifesti e pubblicità in Italia, 2021-2022.

Sembra davvero incredibile come tanti linguisti di professione continuino a dire che la cascata di anglicismi nell’italiano sia «limitata a strati del lessico superficiale». Guardate come l’italiano degli ultimi anni abbia largamente sostituito la costruzione «senza + oggetto» a beneficio di un calderone linguistico esclusivamente fedele alle regole morfologiche dell’inglese. Plastic(-)free, Covid(-)free, fur(-)free, meatless, paperless. Persino l’aggettivo sportivo lascia sempre più spazio a sporty. Nell’immagine qui sopra ritroviamo anche il solito «no+sostantivo» analizzato nell’esempio no.3. Questa volta si riferisce al significato originale, cioè «senza» («senza makeup«, ovvero senza trucco), eccetto che ancora una volta la confusione sintattica e morfologica è mozzafiato. Se in inglese sarebbe «No make-up selfie» (con «make-up«, aggettivizzato con il trattino), e in italiano (accettando selfie) sarebbe «selfie senza trucco«, eccovi il creolo «selfie no make up» con parole in inglese sbilenco e sintassi ibrida. Che casino.

ESEMPLARE IBRIDO 7

Titoli da (dall’altro verso il basso): La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Foglio, 2021-22

Altra tipicità del creolo itanglese è quella di mutilare arbitrariamente l’inglese, sostantivizzando quello che, nella lingua originale, è un semplice aggettivo. Ecco dunque la sfilata di recovery [fund], spending [review], flagship [store], lobby [group], automotive [sector], basket[ball], Champions [League] e tante altre espressioni che, senza il corrispondente sostantivo vedono il proprio significato completamente stravolto.

ESEMPLARE IBRIDO 8

L’ultimo esempio riguarda le interiezioni, le esclamazioni e i segnali discorsivi in inglese, ormai entrati nell’uso comune degli italiani mentre comunicano tra di loro. Un semplice sguardo alle reti sociali (i «social» in itanglese), da’ l’idea di quanto ormai si arrivi a mischiare comunemente anyway, thank you, oh my God, like, sorry e tanti altri in frasi italiane.
L’immagine qui sotto, ripresa da una famosa rivista italiana, mostra – tra gemme linguistiche da farci una conferenza – l’uso dell’esclamazione «awwww«, l’equivalente angloamericano di quello che fino a ieri in italiano sarebbe stato «oooooh».

Insomma, nell’Italia del 2022, anzi del Venti Ventidue, si osservano senza neanche troppo sforzo mutazioni strutturali che vanno ben oltre le semplici sosituzioni lessicali. Solamente per questa ragione, non ha alcun senso comparare il fenomeno attuale con la moda dei francesismi del secolo XIX e dei primi del secolo XX. Similitudini più perspicaci sono piuttosto quelle relative alla creolizzazione avvenuta nelle ex colonie, per esempio britanniche, statunitensi, francesi, e spagnole.

Autore: Peter Doubt
Grazie agli iscritti a Campagna per salvare l’italiano per le immagini.